Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)
Continuano a tornarmi in mente la cuoca di Lenin e la casalinga di De Gasperi. La politica, nella sua infinita complessità, è anche, deve essere, semplice. Mai come oggi. Da quando la partecipazione al voto è cominciata ad oscillare in tutte le democrazie occidentali, essa è diventata determinante ai fini del risultato. In altre parole, chi acchiappa più pesci nel vero campo largo, l’oceano crescente dei non elettori, vince. In Italia come in tutto l’Occidente. Ne risulta la radicalizzazione dello scontro elettorale.
Mi spiego con degli esempi. Negli Stati Uniti, fino alla seconda elezione di Reagan nel 1984, si recava alle urne un numero di cittadini oscillante tra il 50 e il 60%. Più o meno sempre gli stessi. Vinceva il candidato, democratico piuttosto che repubblicano, che riusciva a conquistare il consenso del maggior numero di indipendenti, solitamente moderati. Al punto che i due candidati in lizza, impegnati nella caccia al voto moderato, rischiavano addirittura di scavalcarsi. Da quando i numeri di partecipanti al voto è cominciato ad oscillare, é cambiato il gioco: vince il candidato che, per la relativa radicalità del suo messaggio politico, riesce a motivare il maggior numero di elettori solitamente riluttanti a recarsi alle urne (“tanto sono tutti eguali”). Così si spiegano i successi di George W. Bush e Barack Obama. Per non parlare di Donald Trump che, per il linguaggio oltre che per la sostanza del suo messaggio, è riuscito a portare alle urne, addirittura per la prima volta, persone autoescluse, per una varietà di motivi ideologici, economici e sociali.
Ma veniamo all’Italia che – mi si potrebbe obiettare – ha tutt’altra storia e la cui vocazione bipolare è relativamente recente rispetto a quella di Washington, anche se la riforma elettorale portata avanti dalla maggioranza di centrodestra la rafforzerebbe. Essa nasce dalla consapevolezza che il nostro paese è ormai lontano da un’epoca in cui quasi il 90% dei cittadini si recava puntualmente alle urne e che anche il 63,8% delle ultime elezioni politiche non è da ritenersi acquisito. Quantomeno Giorgia Meloni ha capito che la sua precedente avanzata e vittoria elettorale sono largamente dovute alla superiore capacità di motivare il voto a destra e alla propria destra. La preoccupazione suscitata dalla lista Vannacci, non solo nella Lega ma anche in FdI, è un sintomo di questa consapevolezza che, invece, è nei fatti assente nel dibattito all’interno dell’opposizione. Mentre Vannacci in coalizione consentirebbe al centrodestra di attingere ai non votanti, i Renzi, Picierno, Guerini e soci li allontanano dal voto per la coalizione progressista. A questo proposito una foto non basta a fare primavera!
Eppure un semplice dato dovrebbe essere sufficiente a dimostrare che è solo attingendo al vero campo largo dei riluttanti al voto – non nell’alchimia partiticamente organizzata – che esiste l’unica e semplice prospettiva di vittoria elettorale di un’alternativa di sinistra. Basti dire che, in occasione del recente referendum, ben 3 milioni di giovani tra i 18 e i 29 anni – la fascia di età altrimenti meno propensa al voto – si sono recati alle urne, buona parte dei quali per votare NO. Come ovvio, non basta un fischio perché il fenomeno si ripeta. L’ingarbugliato esito delle recenti elezioni amministrative costituisce un chiaro segnale d’allarme. Occorre emulare e migliorare il messaggio alternativo e la conseguente – ripeto, conseguente – vittoria del NO al referendum. L’esatto contrario delle confabulazioni interpartitiche sulla composizione del campo largo, in realtà sempre più stretto; sull’opportunità o meno di votazioni primarie e, se sì, con quali regole; sulla priorità del contenuti, ma con percorsi paralleli alle singole forze politiche per poi arrivare a una trattativa tra esse. Ovvero una litigiosa anticamera che, prevedibilmente, offrirà alla maggioranza attuale di centrodestra il tempo di riprendersi dalla botta infertale dal referendum, radicalizzare il proprio profilo, assorbire il problema Vannacci nella propria coalizione e negoziare i propri conflitti d’interessi, di assai più rapida soluzione delle divergenze d’idee.
Allora, che fare? Innanzitutto occorre una chiara e semplice comunicazione sullo stato del mondo, dell’Europa di cui siamo parte e dell’Italia che noi siamo. Bernie Sanders e Pedro Sanchez ci forniscono dei buoni esempi che segnalano l’abissale distanza comunicativa che ci separa da loro. Sanders non si stanca di ripetere, con un linguaggio semplice e comprensibile, due fondamentali verità nel mondo in cui viviamo. In primo luogo che siamo governati da una ristrettissima oligarchia di sempre più ricchi, mentre gli altri, tutti gli altri, diventano sempre più poveri e coloro che in teoria dovrebbero rappresentarli, organizzando il loro riscatto, tendono a costituire una corporazione al proprio servizio, tenuta in riga dai media più diffusi (cfr. Bernie Sanders, Contro l’oligarchia, Chiarelettere, 2026). Quindi, se una forza alternativa non programma un adeguato spostamento di risorse verso pace, sanità pubblica, produzione e consumi di beni, accoglienza di mano d’opera, giustizia e ordine pubblico a servizio dei cittadini non troverà ascolto, in particolare, tra i rassegnati e i frustrati che non votano. In secondo luogo Sanders, convergendo con Papa Leone XIV (cfr. l’enciclica Magnifica Humanitas), constata come la rivoluzione tecnologica in atto, determinata dall’intelligenza artificiale, appropriandosi di risorse morali e intellettuali che costituiscono beni comuni, rafforza il controllo dei pochi sui tanti. Ne consegue il bisogno impellente di un controllo che può solo essere realizzato attraverso una consapevole e urgente rivolta democratica.
Ma riavviciniamoci a casa nostra. Sanchez, presidente del consiglio della vicina Spagna – non a caso oggetto di una campagna denigratoria dei grandi media italiani – offre un’alternativa di politica europea, in chiara opposizione all’attuale gestione dell’Unione Europea e dei governi conservatori o reazionari che la compongono. Forte di uno sviluppo economico ineguagliato nella stessa Europa, si oppone alla politica di riarmo guidata dagli Stati Uniti, riconosce lo stato di Palestina, accoglie la forza lavoro immigrata, difende il ruolo statale nella salvaguardia della salute fisica e sociale dei propri cittadini mediando i conflitti tra minoranze etniche consolidate nel tempo. Insomma, un esempio chiaro e semplice per chiunque voglia, nel nostro paese, offrire un’alternativa di governo, tale da motivare al voto coloro che, nelle piazze ma, ad oggi non nelle urne, invocano un’alternativa. Il programma? È scritto nella Costituzione. Contiene tutto ciò che serve e che un governo di destra non può e nè vuole offrire. Pane, pace e libertà per tutti, fascisti compresi, è anche ciò che ci deve distinguere da loro – a cui aggiungere ambiente, senza troppi fronzoli e dettagli. Una candidatura unificante (come sarà imposta dalla legge elettorale in gestazione). Auspicabilmente attraverso un accordo tra volonterosi. Altrimenti con le primarie, ma senza ulteriori ambagi.
Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata su Il Fatto Quotidiano
In homepage particolare del murale “Turbo Ballarò” di Fulvio Di Piazza, Palermo

Ricapitolando, per non perdere il filo: 1) la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. 2) chi acchiappa più pesci nel vero campo largo, l’oceano crescente dei non elettori, vince. 3) vince il candidato che, per la relativa radicalità del suo messaggio politico, riesce a motivare il maggior numero di elettori solitamente riluttanti a recarsi alle urne. 4) i Renzi, Picierno, Guerini, (Del Rio e Fiano aggiungo io) e soci li allontanano dal voto per la coalizione progressista. 5) siamo governati da una ristrettissima oligarchia di sempre più
ricchi, mentre gli altri, tutti gli altri, diventano sempre più poveri. Sintetizzando i 5 punti: per vincere c’è bisogno di una radicale svolta a sinistra che si impegni a togliere ai ricchi e dare ai poveri. Si chiama giustizia sociale, che, concordo, è il cuore della nostra Costituzione. Il punto 1 ci obbliga ad interloquire con Fratoianni, Bonelli, Conte e Schlein. Punto. Perciò la mia proposta è di convocarli, chiuderli in una stanza fino a quando non hanno capito queste basilari osservazioni. Se durante la conversazione dimostrano ritrosia al pronunciare la parola Patrimoniale… siamo finiti. Vuol dire con non hanno capito niente e che la Meloni vincerà ancora “ segnando la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948”.
Analisi chiara e del tutto condivisibile. Aggiungerei alcune osservazioni:
1. Per richiamare alle urne il grande partito dei non votanti serve un programma semplice più che radicale. Le proposte elencate nell’articolo sono tutte semplici e sensate e a mio avviso basterebbero. Non bisogna farsi prendere la mano ed inserire altre che, pur opportune, sono facili da strumentalizzare e spaventerebbero i molti moderati disposti a votare una coalizione di sinistra (un esempio: la tassa sui patrimoni in tutte le sue declinazioni inclusa l’eredita’);
2. Rientrano nel discorso chiarezza due scelte fondamentali: il no alla guerra e alla logica del riarmo infinito, e l’esclusione dei vari sabotatori Renzi Calenda & C dall’alleanza. Su questo vi è ancora ambiguità;
3. Non cullarsi per l’effetto Vannacci che sottrae voti a FdI. La somma di FdI+Vannacci e’ maggiore di FdI da sola. E’ ovvio che dopo le elezioni Vannacci negozierà con questi il suo ingresso nel governo;
4. Occorre annunciare quanto prima la scelta del leader. Meglio farlo subito o rompere se non c’è accordo. Trascinarsi per mesi in contrattazioni interne per individuare il leder servira’ solo ad alienare consensi.