La democratura che viene

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È inevitabile mettere assieme l’aggressione al diritto fondamentale dei lavoratori, quello di sciopero in difesa di interessi minacciati, e la compressione del potere fondamentale del cittadino, quello di esprimere le strutture della rappresentanza sulla base del libero consenso. Se ancora ce ne fosse bisogno, il proposito di impiantare una “democratura” emerge ben nitido nella accelerazione della maggioranza tesa a smantellare la forma di Governo costituzionale in vista della fabbricazione di un illiberale premierato assoluto.

John Locke per primo ha chiarito che l’autoritarismo non affiora solo quando il Monarca si trasforma in un tiranno rompendo il patto sociale ma, irrompe anche nelle circostanze storiche in cui, abusando del principio di maggioranza, il Parlamento rompe le condizioni essenziali del non coartato esercizio della sovranità popolare. I pochi giuristi (Tommaso Frosini, Francesco Saverio Marini) che appoggiano il disegno Meloni-Salvini di grande riforma, riciclano la stantia mistificazione che sempre accompagna ogni scorciatoia neo-autoritaria, e cioè che con l’elezione in un sol colpo di Premier, Camera dei deputati e Senato si realizza l’autentica sovranità popolare.

Si tratta in realtà (come rilevato all’unisono da ex presidenti della Consulta del calibro di Gaetano Silvestri, Enzo Cheli, Giuliano Amato) di una espropriazione del ruolo, delle funzioni, delle competenze della democrazia rappresentativa. Quest’ultima, peraltro, va intesa non già come una componente solo tecnica dell’ordinamento, che quindi appartiene alla seconda parte della Carta rivedibile perché relativa all’incastro degli organi istituzionali, ma va assunta quale valore fondativo che rientra integralmente tra i principi fondamentali e dunque indisponibili della democrazia repubblicana.

Allo storico Giovanni Orsina, che ha formulato l’idea, invero alquanto originale, per cui l’elezione diretta del capo di Governo pianta finalmente un formidabile antidoto al lungo momento populista, ha con chiarezza replicato il costituzionalista Marco Ruotolo rimettendo con precisione logica le cose nel loro giusto termine analitico. Se in termini scientifici per populismo si intende una soluzione istituzionale che tende a far saltare la mediazione per stabilire una connessione immediata tra il leader e il popolo, allora poche sono le incertezze interpretative relative alla decodificazione del significato del disegno di legge governativo.

Si tratta della istituzionalizzazione di una forma di Governo populista nella quale sfumano le garanzie. Il ruolo del Colle – espressione dei parlamentari a seguito del candidato premier nel controllo preventivo dei decreti, nella partecipazione alla gestione nell’esercizio del potere complesso di scioglimento, nella influenza della politica estera e di difesa, nella funzione simbolica di fonte dell’unità nazionale – è evirato al cospetto del capo dell’esecutivo la cui legittimazione promana dal popolo. Il Parlamento diventa un simulacro dinanzi a un Esecutivo unto dalla massa e che già ora governa solo con decreti. La sovranità popolare impallidisce con le implicazioni di una legge elettorale che assegna il 55 per cento dei seggi di Camera e Senato alla coalizione arrivata prima alle urne, senza alcuna previsione di una soglia minima nel voto dei cittadini.

Ci sia o no un disegno consapevole della destra di forzare le regole del gioco per rompere le basi della democrazia, quello che conta è scorgere nelle singole mosse strategiche della maggioranza le tracce di uno scivolamento verso soluzioni pasticciate che tendono non già alla riforma incrementale delle istituzioni ma alla cesura storico-qualitativa con le compatibilità della Carta. Forte è la tentazione revanscista di rompere con la Costituzione del ’48 per edificare una Terza Repubblica senza più la genesi storica nell’antifascismo.

La grande riforma, che corre nel solco del premierato assoluto, e il coro omologato dei media di regime, che sulla scia delle parole degli esponenti del Governo parlano di “sindacato illegale”, emanano il sinistro odore della dottrina di Carl Schmitt che rivendicava il “plusvalore politico” con il quale chi ha in mano la maggioranza può spingersi sino a dichiarare fuori legge le opposizioni sociali e politiche. Prepararsi al referendum costituzionale è un momento cruciale per la ricucitura democratica dal basso come condizione per bloccare le prove generali di compressione autoritaria che le destre radicali al potere accarezzano ormai senza più infingimenti.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione, dal sito del CRS

In homepage, Mummia del ragazzo d’oro, amuleto, Museo del Cairo

 

Gli autori

Michele Prospero

Michele Prospero, professore di filosofia del diritto nell’Università della Sapienza di Roma, studia, in particolare, il sistema istituzionale italiano e il pensiero politico della sinistra. Autore di numerosi saggi collabora, tra l’altro, con “il manifesto”.

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