Stati Uniti: la resa dei conti

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«Non riesco a respirare» gemeva Eric Garner, nero di 43 anni, soffocato dalla polizia a New York, nel luglio del 2014, mentre, disarmato, vendeva sigarette all’angolo di una strada. «Ho le mani in alto, non sparare», diceva quella stessa estate Michael Brown, nero di 18 anni, a Ferguson (Missouri), mentre un poliziotto gli sparava 12 colpi di pistola, uccidendolo. «Ho una pistola per il cui porto possiedo la licenza» avvertiva Philando Castile, nero di 32 anni, il 6 luglio del 2016 a Saint Paul (Minnesota), mentre veniva freddato dall’agente che lo aveva fermato alla guida della sua auto: la scena di una violenza raccapricciante, che si svolgeva di fronte a una bambina seduta sul retro, venne filmata dalla compagna al fianco dell’uomo e fece il giro del mondo (https://www.google.com/search?q=philando+castile+video&oq=philando+castile+video&aqs=chrome..69i57j0l7.5788j0j9&sourceid=chrome&ie=UTF-8); poche ore dopo il governatore del Minnesota commentò l’accaduto domandandosi retoricamente se mai tutto ciò sarebbe potuto accadere qualora nella vettura ci fossero stati dei bianchi.

Sono questi solo alcuni, fra i tantissimi, casi di violenza gratuita messa quotidianamente in atto dalla polizia ai danni di neri americani. Negli Stati Uniti non esistono statistiche ufficiali delle morti che avvengono per mano degli agenti, ma il Guardian e il Washington Post hanno cominciato a tenere il conto a partire dal 2015. I dati sono in sintonia fra loro e con quelli indicati da Franklyn Zimring, criminologo a Berkeley, nel suo libro del 2017, When Police Kill. La polizia statunitense uccide più di 1000 persone l’anno, e i neri muoiono per mano degli agenti più di due volte in più rispetto ai bianchi (https://www.washingtonpost.com/graphics/investigations/police-shootings-database/).

Il paragone con quel che avviene in Europa, in Germania e in Gran Bretagna in particolare, è scioccante: la media per anno nel primo caso è di circa sette persone, nel secondo di poco più di una: tenendo conto del numero di abitanti, la polizia statunitense uccide quindi 40 volte di più rispetto a quella tedesca e 100 volte di più rispetto ai bobbies inglesi (cfr. F. Zimring, Can Foreign Experience Inform U.S. Policy on Killings of and by Police? 10 Harvard Law & Policy Review 43, 2016).

Nonostante le proteste che, nei casi più eclatanti (come quelli appena descritti), scoppiano spontanee e magari durano giorni, è raro che i poliziotti responsabili delle morti subiscano un processo e, ancora di più, che vengano condannati. Difficilmente, infatti, il prosecutor (cioè l’accusa) – il cui potere al riguardo è discrezionale – esercita l’azione penale; se lo fa è spesso il grand jury a negare il rinvio a giudizio, così come è capitato per le morti di Eric Garner e del giovanissimo Michael Brown. Se, poi, il grand jury dà il via libera al processo, è la giuria a incaricarsi di assolvere i poliziotti imputati di omicidio, come è avvenuto per esempio nel caso della morte di Philando Castile. Né i parenti delle vittime ottengono giustizia sul piano del risarcimento economico. Infatti, pur se fin dal Civil Rights Act del 1871 (conosciuto significativamente anche come Ku Klux Klan Act), il Congresso diede agli americani la possibilità di chiedere i danni ai pubblici ufficiali che avessero violato i loro diritti, la sezione 1983 dello U.S. Code, che oggi disciplina quella possibilità, è stata interpretata dalle Corti in maniera talmente restrittiva da risultare praticamente inapplicata. Non solo, infatti, nel 1967 la Corte Suprema degli Stati Uniti ideò per i poliziotti una immunità qualificata, in modo da proteggerli contro una richiesta di risarcimento anche qualora avessero agito illecitamente. Negli ultimi tempi le maglie di quella protezione sono diventate talmente strette da vanificare qualsiasi possibilità per le vittime di ottenere riparazione (https://theappeal.org/qualified-immunity-explained/).

È questo il contesto in cui ancora una volta negli Stati Uniti un nero, disarmato, viene ucciso dalla polizia mentre urla «non riesco a respirare». Si tratta di George Floyd, 46 anni, soffocato la settimana scorsa a Minneapolis, da un poliziotto che gli ha tenuto un ginocchio premuto sul collo per circa 9 minuti. Ancora una volta il filmato della brutalità della polizia fa il giro degli Stati Uniti e del mondo. Oggi, però, il vaso è colmo e a differenza di tutte le volte precedenti le proteste esplodono ovunque, restituendo violenza a violenza. Da giorni decine di città sono messe a ferro e fuoco. Nonostante la pandemia (che ha fatto negli States più di 100.000 morti) dei consigli di stare a casa e di distanziarsi socialmente, le strade si riempiono di manifestanti che danno fuoco ai cassonetti, che saccheggiano i negozi, che urlano la propria rabbia di fronte a un sistema razzista e ingiusto, in cui un controllo sociale esercitato attraverso una polizia violenta e immune da ogni responsabilità si scatena contro i più deboli. La polizia locale viene affiancata dalla guardia nazionale per contenere l’incontenibile, scatta il coprifuoco in moltissimi luoghi, gli arresti sono migliaia e anche le morti non mancano.

In queste ore sembra davvero che stia accadendo tutto e il contrario di tutto: poliziotti che si inginocchiano in segno di solidarietà con i dimostranti, altri che procedono ad arresti violenti usando gli stessi metodi letali che hanno portato al soffocamento di George Floyd; governatori, come Cuomo di New York, che si dichiarano a favore dei manifestanti e altri, come Walz del Minnesota, che prendono le distanze. Da ultimo perfino persone comuni, improvvisandosi vigilantes, scendono in strada in nome dell’ordine pubblico con mazze e bastoni per attaccare i loro concittadini che manifestano.

È, quella dei manifestanti, la rabbia sociale di chi non sopporta più né la violenza istituzionale ingiustificata e finora impunita, né il razzismo che da sempre – nonostante la guerra civile, Rosa Parks e le lotte per la desegregazione razziale o i Civil Rights Acts del 1965 e del 1968 – resta un carattere indelebile e profondo della società americana. Dai tempi in cui la schiavitù è stata abolita, per esempio, la mano d’opera dei neri non ha mai smesso di essere sfruttata. Ciò grazie a un sistema penale e penitenziario che ha saputo sempre incarcerare in maniera sproporzionata gli afro-americani, per darli prima in affitto a imprenditori privi di scrupoli che li ammazzavano letteralmente di lavoro (attraverso il così detto convict lease), e per metterli poi, nell’attuale era della carcerazione di massa, al servizio delle grandi multinazionali – come Amazon, Victoria Secret e via di seguito – per le quali i carcerati lavorano per cifre irrisorie. I poveri, poco utili per le imprese private da liberi, perché non consumano abbastanza, diventano invece in mille modi profittevoli per le stesse, quando sono incarcerati (cfr. E. Grande, Il terzo strike. La prigione in America, 2017). Discriminati socialmente, i neri costituiscono la fascia più debole della società americana e il gruppo etnico più consistente nelle patrie galere, in cui vengono rinchiusi in misura cinque volte superiore (quando non addirittura tredici, se si considerano i reati di droga) rispetto ai bianchi.

A motivare chi manifesta è però anche la rabbia sociale di chi, indipendentemente dal colore della pelle, soffre le disuguaglianze economiche, già difficilmente accettabili prima del coronavirus e che diventano ora del tutto insopportabili. Un recente studio della Federal Reserve chiarisce come negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, fra il 1989 e il 2018, l’uno per cento più ricco ha aumentato il proprio patrimonio di 21 trilioni di dollari, mentre la metà della popolazione più povera ha perso 900 milioni. I primi oggi posseggono circa 30 trilioni, i secondi meno di nulla, ossia solo debiti (https://www.peoplespolicyproject.org/2019/06/14/top-1-up-21-trillion-bottom-50-down-900-billion/). Altri studi mettono in rilievo come prima della recente pandemia, nonostante l’economia americana sembrasse florida (con una disoccupazione ufficiale del solo 3,6%), il 44% dei lavoratori fosse povero, quasi la metà delle famiglie americane non riuscisse a sostenere le spese fondamentali quali l’affitto e il cibo, il 40% non potesse far fronte a una spesa improvvisa di 400 dollari e l’80% dei lavoratori vivesse arrivando a stento alla fine del mese (https://fair.org/home/record-inequality-and-corporate-profits-are-what-media-call-a-strong-economy/). Oggi, con circa 40 milioni di disoccupati, la situazione è al tracollo, perché il CARES Act ha dato il sussidio di disoccupazione, ma non ha fatto in modo che i posti di lavoro fossero mantenuti, con quel che ciò comporta in termini di insicurezza psicologica per la ripresa e di perdita dell’assicurazione sanitaria in tempi di coronavirus per tutti gli ex lavoratori. I più deboli sono stati già colpiti duramente e un bambino su cinque ha fame. Alla scadenza dei sussidi e del blocco degli sfratti non si può immaginare quanti senza tetto si andranno ad aggiungere ai già troppi che prima del coronavirus abitavano le strade del Paese. E tutto questo mentre, fra la metà di marzo e la metà di maggio di quest’anno, i miliardari americani hanno guadagnato 434 miliardi, di cui 34.6 sono andati a Jeff Bezos (Amazon) e 25 a Zuckerberg (Facebook), che per le loro attività nell’anno passato, per di più, non hanno pagato un quattrino di tasse federali (https://www.cnbc.com/2020/05/21/american-billionaires-got-434-billion-richer-during-the-pandemic.html)

Negli States sembra dunque esplosa la rivolta sociale, quella che abbiamo visto guardando Joker – il pluripremiato film di Todd Phillips –, e mentre Donald Trump dice ai governatori di usare la forza bruta e di mettere i manifestanti in prigione per 10 anni, ciò cui si assiste è una nuova solidarietà fra bianchi e neri, in nome della giustizia sociale. I poveri, si sa, sono sempre stati tenuti separati da politiche divisive che hanno fatto sentire i deboli diversi dai più deboli: le Jim Crow Laws ne sono un chiaro esempio. A fronte di una politica che si rifiuta di affrontare le disuguaglianze che affliggono la stragrande maggioranza degli americani – i quali neanche durante la pandemia hanno una sanità gratuita, non possono permettersi di istruirsi se non a prezzo di debiti con cui conviveranno per sempre, sono perseguitati dalla (in) giustizia penale solo perché indigenti (cfr. P. Edelman, Not a Crime to be Poor. The Criminalization of Poverty in America, 2017), vedono stagnare i loro già bassi salari (quando ci sono) e assistono alle continue violazioni dei loro diritti da parte di una polizia che li brutalizza – la risposta sembra adesso essere davvero unitaria. I Jokers, i perdenti dei processi sociali, tutti insieme, bianchi e neri, sembrano dire basta al vero saccheggio, quello dei pochi ricchissimi ai loro danni.

«È la resa dei conti – afferma il famoso filosofo (nero) di Princeton Cornel West –. Se la democrazia radicale muore in America, almeno diremo che avremo fatto tutto il possibile, mentre il fascismo americano cercava di romperci il collo» (https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jun/01/george-floyd-protests-cornel-west-american-democracy).

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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