Repubblica Ceca e Coronavirus: chiudere tutto e subito per riaprire prima

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146.004 tamponi, 6.303 contagiati, 831 guariti e 166 decessi. Questi i dati in Cechia al 16 aprile 2020. Numeri che, pur fatte le debite proporzioni, se paragonati ad altri paesi europei ‒ Italia e Spagna in testa, ma anche Germania e Francia ‒ non sembrano affatto preoccupanti. A un mese dalla dichiarazione dello stato di emergenza, il bilancio complessivo è dunque favorevole, tanto che, forte di un contenimento del contagio apparentemente riuscito, almeno sulla carta, il Governo si appresta ad allentare la morsa delle misure restrittive che sono state imposte tempestivamente quando ancora i casi erano pochi.

Dopo un mese di restrizioni sono tante, però, le categorie che premono per la riapertura. Il Governo ha allora presentato un piano di riaperture graduali e scaglionate che, alleviando l‘incertezza, fa intravedere la luce in fondo al tunnel e rende in qualche modo più tollerabile la clausura. Sebbene Prymula, il viceministro della Salute, abbia avvisato che, in caso di un ritorno a cifre superiore ai 400 nuovi contagi al giorno (attualmente siamo in media sui 200), le aperture saranno fermate, l’obiettivo sarebbe quello di lasciare “infettare” gradualmente e in modo controllato la popolazione più resistente, concentrandosi, invece, sull’isolamento e la protezione delle fasce più vulnerabili, tramite strumenti avanzati di monitoraggio come la cosiddetta quarantena intelligente, capace di rintracciare le persone venute a contatto con i contagiati, con i comprensibili dubbi in termini di tutela della privacy.

In tal senso il Governo si appresta a testare un campione rappresentativo di 17.000 persone per capire quale potrebbe essere la percentuale della popolazione che ha sviluppato l’immunità al virus e prevedere meglio il futuro decorso della pandemia. Questo nella consapevolezza che il virus non può essere fermato del tutto e che è ora di iniziare a imparare a conviverci. Un proposito aspramente criticato da chi, invece, sottolinea la pericolosità del contagio anche per gli individui sani dato che, essendo un virus nuovo, non si può essere sicuri che un decorso apparentemente leggero nei soggetti non problematici non lasci tracce più profonde.

E allora dal 7 aprile sì ad attività all’aperto con distanziamento e a sport individuali. Il 9 aprile hanno riaperto ferramenta, elettronica e hobby market, mentre dal 20 aprile riaprono gli artigiani, i mercati alimentari all’aperto e i concessionari auto. Aperture più estese si registreranno dal 4 maggio quando tireranno su le saracinesche tutti gli esercizi commerciali sotto i 200 mq, seguiti una settimana dopo da quelli sotto i 1000 mq. Ma il passo più lungo verso la normalità il paese lo farà il 25 maggio, quando potranno riaprire ristoranti (in un primo momento solo negli spazi esterni), musei, zoo, parrucchieri ecc. A fine maggio riapriranno anche le scuole primarie, in regime ridotto, mentre per quelle secondarie se ne riparlerà a settembre, con l‘eccezione delle classi che devono sostenere esami di ammissione o di maturità. Il D Day vero e proprio sarà, però, l’8 giugno (due giorni dopo quello storico) quando a riaprire saranno anche i centri commerciali più grandi, gli alberghi, gli spazi interni dei ristoranti e la maggioranza degli esercizi commerciali. Tutto questo fatta salva l‘adozione delle dovute precauzioni igienico-sanitarie.

Timidamente riaprono anche le frontiere ma, in una prima fase, non ancora al turismo di massa. Giustificati saranno solo spostamenti ben motivati dettati da ragioni sanitarie, di ricongiungimento familiare e, inderogabili impegni di lavoro. Per l’estate, insomma, si prospettano per i cechi vacanze domestiche, più o meno com’è stato per 40 anni di regime.

In generale, i cechi sembrano aver preso abbastanza seriamente i divieti imposti, fatte le immancabili eccezioni, complice anche l’assenza di restrizioni alla circolazione stringenti come quelle italiane (niente autocertificazione o controlli a tappeto per intendersi). Benché il Governo sia duramente criticato per aver dato spesso indicazioni contraddittorie (ad es. l’orario di apertura dei supermercati per gli over 65 è stato cambiato due volte nel giro di un paio di giorni), qui, a differenza di quanto accade nel nostro Paese, pare vigere complessivamente un’accettazione più pacata dei divieti, riflesso di un’abitudine più radicata dei cechi a rispettare, volenti o nolenti, le decisioni prese dal potere centrale.

A livello politico il Governo ceco sarà certamente criticato per aver gestito in maniera disordinata l’emergenza, ad esempio per l’iniziale mancanza di materiale sanitario e il numero troppo basso di tamponi, ma, a sua difesa, il premier Andrej Babiš potrà esibire numeri complessivi tutto sommato positivi, salvo peggioramenti futuri, e questo farà certamente presa su quella parte dell’elettorato ceco, circa il 30%, che vota ANO e che vedrà rafforzata la convinzione che Babiš sia un capace amministratore dello Stato.

Interessante notare come, anche in Cechia, lo spettro mediatico e politico incline ai venti orientali cerchi di rivendere al paese la narrazione di emanazione cinese secondo cui il grande paese orientale non solo sarebbe riuscito a contenere il virus molto più efficacemente dell‘Europa, ma si sarebbe anche prodigato per aiutare i suoi alleati europei con generose donazioni di materiale sanitario. Babiš stesso ha più volte sottolineato che i rapporti privilegiati del presidente Miloš Zeman con il regime cinese avrebbero spianato alla Cechia una corsia preferenziale di accesso alle forniture mediche in un momento in cui tutto il mondo si è gettato sulla Cina, unico produttore capace di fornirne grandi quantitativi in poco tempo (in febbraio, per esempio, la produzione cinese giornaliera di mascherine è passata da 10 mil. a 115 mil. di pezzi). Narrazione parzialmente confutata dal fatto che, per esempio, l’80% dei test rapidi di marca cinese dava risultati inaffidabili e che, in realtà, molte di tali presunte donazioni altro non sono che regolari forniture commerciali che la Cina si fa pagare a caro prezzo. Per non parlare del fatto che, come segnalato dalla BIS (i servizi di intelligence cechi), inizialmente erano stati i cinesi residenti in Cechia a saccheggiare farmacie e rivenditori all’ingrosso facendo incetta di mascherine e quant‘altro da spedire nella madrepatria. Rimane comunque il fatto che, ad oggi, in Cechia sono arrivati dalla Cina 24,5 milioni di mascherine, 4 milioni di guanti e 167.000 tute protettive, cui si vanno ad aggiungere le 120 tonnellate di materiale sanitario donato allo Stato ceco dalla holding PPF, dei cui ottimi rapporti con la Cina abbiamo già scritto (https://volerelaluna.it/mondo/2019/11/05/praga-la-cina-era-troppo-vicina/). Se, infatti, da una parte il Governo si è mostrato impreparato sul lato della disponibilità di materiale sanitario, dall’altra, stando almeno all’andamento contenuto del virus, pare che l’adozione tempestiva di misure draconiane di contenimento (leggi chiusura delle frontiere, restrizione alla libera circolazione sul territorio nazionale e interruzione forzata delle attività economiche non essenziali) sia stata davvero la scelta vincente. Almeno questo parrebbe, al momento, l’elemento principale capace di spiegare una sitiuazione tutto sommato mite. Lo stato di emergenza nazionale, infatti, è stato dichiarato il 12 marzo, quando i casi, o almeno quelli accertati, erano solo 116, a fronte di 2353 tamponi. Le restrizioni alla libera circolazione risalgono al 16 marzo (383 casi / 6302 tamponi) mentre l’obbligo di tenere naso e bocca coperti, tuttora vigente, risale al 19 marzo (765 casi / 11.619 tamponi), dal 24 marzo (1472 casi / 22.600 tamponi) è poi vietato l’assembramento di più di due persone che non siano familiari o lavoratori. Va anche detto che questi numeri favorevoli sono dovuti a un numero inizialmente assai contenuto di tamponi. Con i test sono iniziati a crescere pure i casi, fino agli attuali 6300, con un “tamponamento”dell’1,4% della popolazione (in Italia circa l’1,8%).

Come in tanti altri paesi, europei e non, anche in Cechia, non appena si sarà diradato il polverone alzato dalla tempesta pandemica, saranno più visibili la devastazione, economica e sociale, lasciata dal Coronavirus. Forse, ma data l’unicità di un evento del genere è davvero difficile fare previsioni. La maggiore stabilità economica e finanziaria di cui la Cechia godeva prima della crisi, unitamente al contenimento preventivo e alle imminenti riaperture descritti sopra, potrebbe far sperare in una convalescenza non troppo lunga e dolorosa; anche se, d’altro canto, l’elevata esposizione economica del paese verso l’estero, ovvero la sua elevata propensione all’export, potrebbe rendere il ritorno alla normalità più arduo del previsto. A risentire molto sarà, per esempio, il settore del turismo, che pesa quasi il 3% del PIL ceco (di cui oltre metà di origine estera). Entro fine aprile le perdite del turismo saranno di 2 mld di euro, tanto che, per arginare i danni a un settore che fattura quasi 12 mld. di euro e impiega 240.000 persone, lo Stato intende offrire alle aziende una detrazione fiscale di 400 euro per dipendente da usare per le vacanze in Cechia. Ma, più in generale, sono numerose le altre misure approntate dal Governo per aiutare l‘economia, dai prestiti garantiti, passando per le sovvenzioni dirette fino alla dilazione dei mutui. Le proiezioni del FMI parlano per quest’anno di un calo del PIL ceco del 6,5%, cui dovrebbe far seguito, nel 2021, un bounce back di addirittura il 7,5%. Insomma, è proprio il caso di dirlo, chi vivrà vedrà.

Andreas Pieralli

Andreas Pieralli, nato a Firenze da famiglia italo-ceca, vive a Praga dove lavora come traduttore e pubblicista freelance. Si interessa di politica, società, economia e storia con particolare riferimento all'Europa centrale. Collabora regolarmente con la televisione pubblica ceca dove commenta l'attualità italiana e occasionalmente con la Rai per quella ceca. Dirige la sezione praghese dell'associazione Gariwo - Foresta dei Giusti fondata a Milano dallo storico e scrittore Gabriele Nissim.

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