Presente e futuro dell’epidemia

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Da un paio di mesi siamo usciti dalla fase acuta dell’emergenza sanitaria cagionata da un’ondata epidemica in grado di paralizzare, o quasi, l’economia globale. Restano pesanti incertezze per il futuro e una narrazione contraddittoria e spesso allarmistica che coinvolge la politica, il Comitato tecnico scientifico del Governo e i media. Le questioni aperte sono molte e complesse: i nuovi tamponi positivi sono nuovi contagi? Perché l’epidemia si è manifestata con effetti tanto diversi a seconda della zona colpita? Perché le cariche virali risultano molto diminuite a fronte di un virus che nel mutare si è reso semmai più pericoloso? Perché pur dove le cariche rimangono alte il virus sembra meno capace di uccidere le cellule ospiti? Può essere spiegato tutto con il distanziamento sociale o con il lockdown? Un fatto sociale totale, come abbiamo spesso definito l’epidemia in corso, non esige l’uscita dagli specialismi disciplinari per essere spiegata?

Di tutto questo tratta la lunga intervista che Giuseppe Remuzzi, medico e ricercatore, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha concesso alla trasmissione “Voci dall’Antropocene” di Radio Blackout.

Qui il link all’intervista:
https://radioblackout.org/podcast/voci-dallantropocene-puntata-off-intervista-con-giuseppe-remuzzi/

Giuseppe Remuzzi

Laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Pavia nel 1974, successivamente si specializzò in ematologia e in nefrologia. Nel 1975 ha iniziato a lavorare nel reparto di Nefrologia degli Ospedali Riuniti di Bergamo per diventarne primario nel 1999. Ha iniziato a collaborare con l'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri" di Bergamo già dagli anni Ottanta, dove ha coordinato tutte le attività di ricerca relative alle malattie renali; dal giugno 2018 ne è diventato direttore, succedendo al fondatore Silvio Garattini. Nel 2013 divenne presidente della Società Internazionale di Nefrologia. Ha collaborato come docente di Nefrologia per diverse università italiane, britanniche e statunitensi. Relativamente al suo livello accademico e di rilevanza nel mondo scientifico, basandosi sull'H-index viene considerato uno dei migliori ricercatori italiani (da wikipedia).

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