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Di nuovo zona rossa

Stiamo ricadendo nella zona rossa. Senza avere il coraggio di chiamarla col nome appropriato e inventando colorazioni improbabili per non riportare alla luce termini inquietanti come lockdown. Ma il sistema vacilla e bisogna cambiare registro. Per intanto, l’unico vaccino disponibile è la consapevolezza.

Un anno drammatico

Il virus che non ci aspettavamo ha segnato profondamente le nostre vite nel 2020. Arriviamo alla svolta dell’anno nuovo sospesi tra un passato a cui non si può tornare, un presente oscuro e un futuro che non sappiamo immaginare. Oggi più che mai avremmo bisogno di scelte cruciali. Ma la politica non offre grandi speranze.

Libraria: i libri, beni essenziali

Le librerie, almeno per ora, restano aperte. Anche in epoca di lockdown: perché i libri sono beni essenziali. Intanto autori, piccoli editori e librai si organizzano per contrastare lo strapotere di Amazon e salvaguardare la dimensione umana e relazionale che sta dietro l’acquisto di un libro. Volere la luna partecipa aprendo una rubrica ad hoc.

Nella nottata, costruire comunità

Le manifestazioni contro il nuovo (parziale) lockdown si moltiplicano. Il tutto in un contesto di rabbia, egoismi, paure, frammentazione. La sofferenza sociale non si racconta più in una storia collettiva di possibile liberazione, di «sortirne insieme». Eppure non c’è alternativa: non si esce dalla nottata senza costruire comunità.

Calcio: giocare a porte chiuse

Giocare a porte chiuse. I club si ribellano ma è la scelta più razionale, e bisogna farsene una ragione. Mancano la cornice, il colore, la vita, ma nei mesi di lockdown l’abitudine al virtuale è quasi diventata l’abito di casa e il mezzo televisivo offre grandi possibilità di guardare e finanche di sentire le urla degli allenatori…

Presente e futuro dell’epidemia

Perché l’epidemia ha effetti diversi a seconda delle zone? Perché le cariche virali sembrano diminuite mentre il virus si è reso più pericoloso? Può essere spiegato tutto con il distanziamento sociale o con il lockdown? Domande cruciali a cui risponde, in una lunga intervista, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri.