Ma l’occupazione aumenta o diminuisce?

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Le rilevazioni dell’Istat sull’andamento dell’occupazione vengono spesso stiracchiate da una parte o dall’altra per dimostrare la giustezza di tesi predefinite. È uno dei tanti, troppi aspetti della mediocrità del dibattito politico nel nostro paese. Ogni volta si ripresenta la vecchia storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Ma questa volta siamo persino oltre, visto che compaiono valutazioni addirittura opposte sui dati dell’occupazione diffusi dall’Istat il primo luglio.

Il giorno dopo il giornale della Confindustria spara in prima pagina: “Lavoro, 24mila dipendenti in più”. Il quotidiano di punta del gruppo Gedi nella stessa giornata titola “Cala il lavoro. Aumenta solo il tempo determinato”. Non si tratta di punti di vista, ma di letture corrette o scorrette dei dati forniti. Chi ha ragione quindi? Non è difficile scoprirlo, basta leggere con attenzione quanto l’Istat ci comunica. «Il mese di luglio 2021 registra, rispetto al mese precedente – si legge nel comunicato stampa rilasciato dall’Istituto – una diminuzione nel numero degli occupati e di disoccupati e una crescita in quello degli inattivi».

Per chiarire la solo apparente contraddizione tra calo contemporaneo degli occupati e dei disoccupati, in un quadro che vede il tasso di occupazione rimanere basso e stabile al 58,4%, bisogna tenere conto che, nel novero degli occupati, mancano complessivamente, rispetto al febbraio 2020, cioè all’inizio della pandemia, 265mila persone. Ricordiamo che l’Istat considera come occupati anche coloro che «hanno svolto almeno un’ora di lavoro a fini di retribuzione o di profitto» nella settimana di riferimento nella quale cioè è stata compiuta la rilevazione. Le più colpite sono le cosiddette partite Iva (- 294mila da febbraio 2020), legate ai settori più investiti dalle restrizioni derivanti dalle misure antipandemiche. I posti a tempo indeterminato sono comunque diminuiti di 50mila unità, mentre a salire sono solo i lavoratori a termine, tra cui sono compresi anche quelli a somministrazione, cioè quelli del lavoro interinale. Che sfiorano i valori record del 2019, confermando che i segnali di ripresa, più 2,7% nel secondo trimestre 2021, si fondano soprattutto su un’ulteriore precarizzazione del lavoro.

Se restringiamo l’arco temporale all’anno in corso, sono 550 mila gli occupati “alle dipendenze” recuperati, ma di questi, sottolinea l’Istat, ben 309mila sono a scadenza incorporata. Per quanto riguarda i restanti c’è poco da gioire. Infatti si tratta ancora di capire se siamo di fronte a nuove assunzioni, e quante, o se invece si tratta semplicemente di un rientro nel conteggio degli occupati dei lavoratori messi in cassa integrazione. Infatti, in ottemperanza ai nuovi criteri europei, i cassaintegrati da più di tre mesi sono considerati inattivi fintanto che non trovano un altro posto di lavoro oppure rientrano in quello che prima occupavano. Infine, ma anche il giornale della Confindustria non può nasconderlo, se il tasso di disoccupazione degli under 25 ha avuto un leggero miglioramento, siamo pur sempre al 27,7%, terz’ultimi nella Ue, prima di Spagna (35,1%) e Grecia (37,6%) secondo Eurostat. Gli inattivi in aumento (più 160mila rispetto a febbraio 2020) sono uomini, ma tra le donne sono ancora da recuperare 106mila occupate.

In sostanza la crisi sta cambiando in peggio la struttura dell’occupazione e del mercato del lavoro: più precarietà e inattività, i giovani a spasso, le donne a casa. Una sintesi sbrigativa, ma almeno non menzognera. Così è del tutto improbabile anche solo limitarsi alla resilienza, del tutto impossibile mettere in atto un cambiamento del modello produttivo e sociale. Infatti è ben difficile anche solo immaginare un’opera di ricostruzione e di trasformazione che poggia le sue basi su una crescente disparità, su pesanti sacche di disoccupazione femminile e giovanile, con una elevata concentrazione della mancanza di lavoro nel Mezzogiorno.

In queste giorni assistiamo spesso alle lamentele degli industriali del settore manifatturiero e delle costruzioni sul fatto che mancherebbe mano d’opera qualificata. Ma come si può realisticamente pensare di trovarla e/o di formarla in mancanza di un rapporto di lavoro che permetta un’esplicazione della prestazione lavorativa senza il ricatto permanente del non rinnovo del contratto? Il padronato italiano spera di potere risolvere il problema attraverso una crescente professionalizzazione della scuola, sperando così di trovare forza lavoro già formata sul mercato, entro la quale poi produrre una sorta di selezione darviniana. È un doppio errore strategico che mette in luce la decadenza e la mancanza di visione delle nostre classi dirigenti.