Genova 2001 è nata prima

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Nelle tante narrazioni su Genova 2001 spesso viene dimenticato, o sottovalutato, cosa c’è stato prima di Genova salvo magari citare en passant la “battaglia di Seattle”, le violenze poliziesche di Napoli e di Goteborg per arrivare rapidamente a piazza Alimonda con l’omicidio di Carlo Giuliani, il massacro della Diaz, le torture alla caserma di Bolzaneto, i processi, i depistaggi, le assoluzioni, la prescrizione dei reati, le poche condanne rimaste sostanzialmente senza effetti. Concentrarsi su questi fatti porta, inevitabilmente, a spostare l’attenzione su aspetti che certo hanno avuto un peso terribile e giustamente vanno ricordati nel fare memoria. Ma Genova ci ha insegnato anche altro: che prima della notte più buia della nostra democrazia malata c’erano stati giorni entusiasmanti in cui ci sentivamo protagonisti di una nuova primavera: avevamo capito cosa non andava nel modello di sviluppo imposto dal neoliberismo selvaggio e cosa avremmo potuto e dovuto fare per liberarcene. Non penso soltanto ai giorni immediatamente precedenti all’assedio della zona rossa con le decine di incontri affollatissimi e ai dibattiti appassionati su “come” costruire insieme quel nuovo mondo possibile che sembrava quasi a portata di mano. Voglio concentrarmi su pochi punti citando alcuni momenti di analisi che hanno poi portato alle grandi mobilitazioni.

A metà degli anni ‘90 il Wuppertal Institute für Klima pubblicava il rapporto dal titolo “Per una civiltà capace di futuro”, sottotitolo “Contributo per uno sviluppo globalmente sostenibile”. Il rapporto, commissionato dalla Lega per l’Ambiente e la Protezione della Natura in Germania e da un’organizzazione cattolica tedesca per la cooperazione allo sviluppo dei popoli poveri, diceva quello che molti non volevano che si dicesse, un po’ come capita ancora oggi per le previsioni sui cambiamenti climatici e le cause dell’accelerazione impresse dal modello di sviluppo. Con rigore scientifico e linguaggio accessibile a tutti lo studio dimostrava che il nostro benessere che allora sembrava garantito per sempre era in realtà ingannevole perché basato su un consumo di risorse che pregiudica la stabilità ecologica, porta alla disgregazione sociale e allo scontro tra i popoli. In sostanza una critica ben documentata al concetto di crescita infinita che in anni più recenti avremmo imparato a conoscere meglio. Il rapporto faceva riferimento soprattutto alla situazione in Germania ma chiunque poteva adattarlo senza alcuna forzatura alla propria realtà. Seguivano indicazioni, una sorta di idee-guida in otto punti per riorganizzare l’economia e la società suggerendo parallelamente nuovi stili di vita. Il tutto per garantire un futuro alle generazioni successive e un benessere vero per tutti. Questo rapporto avrebbe fatto scuola.

Negli anni ‘90 erano nate nuove sensibilità rispetto ai grandi temi dello sviluppo, delle diseguaglianze, dei diritti negati, del lavoro, dell’ambiente, di una produzione agricola industriale attenta al business ma incapace di sfamare chi ha fame e mantenere in buona salute i consumatori di cibi sempre più tossici.
Parallelamente diventavano sempre più evidenti i limiti di un modo di fare politica poco inclusivo, troppo delegato a specialisti della politica, troppo rigido e incapace di comprendere e governare i grandi cambiamenti legati alla globalizzazione dei processi di produzione e soprattutto dell’economia e della finanza. In sintesi: di fronte a un mondo che cambiava rapidamente in cui le diseguaglianze crescevano vertiginosamente e gli spazi di partecipazione di lavoratori e cittadini si riducevano drasticamente occorreva attrezzarsi costruendo nuove pratiche di partecipazione che prevedessero meno delega e più partecipazione diretta, con uno sguardo sempre più attento a una dimensione transnazionale. Uno slogan riassumeva con efficacia tutto questo: agire localmente e pensare globalmente. Questo nuovo sguardo doveva superare barriere ideologiche e diffidenze reciproche. Meno settarismi e autoreferenzialità, valorizzazione delle differenze, più pluralismo e capacità di inclusione. Stava nascendo quello che sarebbe stato chiamato il movimento dei movimenti che metteva insieme militanti di sinistra e mondo cattolico, persone senza appartenenza politica e militanti di partiti, sindacalisti, comunisti e preti: per chi come me è nato intorno alla metà del secolo scorso non era certo poco.

Alle analisi, alle denunce e alle proposte si sarebbe presto aggiunta la protesta nelle piazze: a Seattle, il 30 novembre 1999 il movimento No Global avrebbe rubato la scena al Millennium Round, un meeting ministeriale di 134 paesi aderenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che avrebbe dovuto discutere di nuove regole per la liberalizzazione del commercio a livello mondiale. Seattle vide la presenza di oltre 40.000 manifestanti chiamati da ambientalisti, gruppi di protezione dei consumatori, attivisti per i diritti dei lavoratori nel mondo, sindacati, gruppi radicali. Le autorità furono prese alla sprovvista, il convegno venne smantellato. Immancabili le violenze della polizia contro manifestanti pacifici. Avremmo presto imparato ad associare il WTO al Fondo Monetario Intermazionale (FMI) e alla Banca Mondiale, i tre pilastri di quel neoliberismo che ci stava portando alla catastrofe. Tre i temi principali all’ordine del giorno della protesta: il lavoro precarizzato e privato di diritti, la natura violentata e manipolata, la salute negata. “We are winning” (“Stiamo vincendo”): era la scritta tracciata su un muro di uno dei tanti palazzi sedi di quei poteri che in quell’occasione non avevano potuto fare nuovi danni.

Pochi giorni prima di quella che i media avrebbero presentato come la “battaglia di Seattle”, mettendo ovviamente in ombra i contenuti della protesta, c’era stato un evento meno eclatante sul piano mediatico ma non per questo poco significativo: un grande convegno internazionale che a Milano aveva presentato il Forum Mondiale delle alternative, organismo nato nel ‘97 su iniziativa dell’economista egiziano Samir Amin che sarebbe poi stato uno dei protagonisti del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. Titolo del convegno: “L’orizzonte delle alternative. Contro la globalizzazione dell’esclusione e della miseria”. Tra i promotori: Associazione culturale Punto Rosso, Mani Tese, Fondazione Lelio Basso, Libera Università Popolare, Rete Radiè Resh, Le Monde Diplomatique, il Manifesto, Carta… Tra gli aderenti e sostenitori: MLAL, Ya Basta, Liberazione, Terre di mezzo, Volontari per lo sviluppo, circoli ARCI, WVF, Assopace…
Tra i tanti relatori: Susan George, Samir Amin, Leonardo Boff, Rossana Rossanda, Alex Zanotelli, Ignacio Ramonet, Josè Saramago. Già guardando alle sigle che organizzano il convegno e alla collocazione dei relatori si intuisce che stavano crollando steccati e il pluralismo diventava un principio irrinunciabile. I temi affrontati nei tre giorni del convegno, le analisi e le proposte, il “come” stare insieme avrebbero rappresentato una guida per le iniziative di movimento dei mesi e degli anni successivi che avrebbero portato a Genova nel 2001.

Il convegno si concluse con un documento votato per acclamazione che iniziava con questa premessa: “Esistono alternative alla mondializzazione del dominio del capitale sull’economia e alla globalizzazione della miseria e dell’esclusione. La posta in gioco è universale e coinvolge sia il Nord che il Sud del mondo“ e riassumeva poi le alternative collocandole in una doppia prospettiva: da una parte ”occorre togliere gli ostacoli al libero dispiegarsi delle dimensioni umane, fisiche e culturali” e, tra gli ostacoli da togliere, veniva citata l’ideologia del mercato come legge di natura, la mercificazione di tutti i settori della vita collettiva, le decisioni antidemocratiche dei gruppi e delle organizzazioni finanziarie internazionali, i flussi finanziari rovinosi che dal Sud passano al Nord, la militarizzazione dei rapporti internazionali. La seconda prospettiva riguardava la necessità di “ricostruire i valori del rispetto della natura, della solidarietà umana su scala mondiale, della sobrietà nel consumo, del diritto dei popoli alla vita e all’autonomia delle loro culture”. Il documento si concludeva con le parole: “Tutto ciò presuppone una mondializzazione delle resistenze e delle lotte sociali. Resistenze e lotte sociali che, ciascuna nel proprio luogo sociale e geografico, debbono prendere coscienza della loro collocazione nella costruzione di alternative alla mondializzazione del capitale, stabilendo reti di collegamento e creando convergenze nell’azione. Le alternative si costruiscono. Sapere che sono possibili non è che l’inizio di una nuova speranza”.

Nasceva il movimento No Global che sarebbe diventato ben visibile pochi giorni dopo a Seattle. L’anno dopo ci sarebbe stata la manifestazione di Nizza contro l’Europa di Maastrich e di Shenghen che affossava un progetto di Costituzione europea varato sei anni prima dal Parlamento europeo in cui si affermavano diritti forti e chiari quali la pace, la sicurezza e la creazione di un ordine mondiale libero e pacifico, fondato sulla giustizia e il diritto, il rispetto dell’ambiente; il rispetto della democrazia; il diritto al lavoro; l’inviolabilità della dignità umana. L’anno successivo (2001) ci sarebbe stato il Forum sociale mondiale di Porto Alegre, le manifestazioni di Napoli e Goteborg e le giornate indimenticabili di Genova in cui il Genoa Social Forum sarebbe riuscito a fare miracoli. A Genova poi le cose finirono male. Abbiamo visto il peggio che si potesse prevedere dopo aver visto il meglio che non osavamo neppure immaginare. Un capitolo si chiudeva ma non era la fine della storia. La storia siamo noi, avevamo ragione su tutto.

Vorrei chiudere questa carrellata con alcune parole usate da Josè Saramago nel suo intervento al convegno del 1999: “Ci preoccupa la globalizzazione che pretende di fare di ogni cittadino del mondo un consumatore, un cliente. Ci preoccupa cioè l’organizzazione del mercato mondiale i cui valori sono solo mercantili poiché, anche quando cerca di convincerci della sua bontà e dei suoi vantaggi, ci porta in pratica a uno stato di apatia, di rassegnazione mentale e di indifferenza. […] C’è una specie di complicità fra chi ha la responsabilità di questa situazione e le sue vittime, nel senso che le vittime di questi meccanismi sono complici se non reagiscono, se non cercano di costruire una specie di coscienza nuova che si chiede cosa sta succedendo, cosa stanno facendo di noi, cos’è il potere nel mondo”. Ecco, quell’invito a “non essere complici ma reagire” riassume tutto ciò che sarebbe venuto dopo. L’invito vale ancora oggi.

Gli autori

Ezio Bertok

Ezio Bertok è stato tra i promotori del Torino Social Forum. E' socio fondatore del Controsservatorio Valsusa di cui è stato presidente dal 2020 al 2024. E' coordinatore del Centro di documentazione Emilio Tornior (https://www.traccenotav.org/)

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One Comment on “Genova 2001 è nata prima”

  1. Grazie per questo ricordo importante. Siamo stati 600.000 a Genova, e dopo i leader del mondo sapevano che non potevano unirsi senza essere confrontati da proteste enormi, finché non hanno deciso di fare la prossima riunione del WTO nel Qatar per scapparci.

    Le 11 Settembre ci mostrava che eravamo mondiale ma senza grande presenza nel mondo del medio oriente. Ma nel 2011 con le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto, anche quella parte del mondo è raggiunto la lotta planetaria contro oligarchia.

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