Anche se il luglio del 2001 a Genova non va ricordato solo o principalmente per la violenza della polizia contro chi protestava, non c’è dubbio che la repressione del Genoa Social Forum ha rappresentato un tentativo da parte del governo di destra al potere di criminalizzare un intero movimento. Se quel tentativo è fallito di fronte a una massiccia reazione a livello nazionale e internazionale, le forme strategiche e tattiche di quella che venne definita una “macelleria” non erano certo nuove, e non saranno dismesse dopo Genoa.
Vi sono tre principali campi strategici per il controllo della protesta, diversamente privilegiati dalla polizia nei diversi periodi storici: le strategie coercitive, cioè l’uso delle armi e della forza fisica per controllare o sciogliere manifestazioni; le strategie persuasive, intese come tutti i tentativi di controllare la protesta attraverso contatti precedenti con attivisti e organizzatori; le strategie informative, che consistono nella raccolta diffusa di informazioni come elemento preventivo nel controllo della protesta, anche attraverso l’uso di moderne tecnologie audiovisive, per identificare chi viola la legge senza dover intervenire direttamente. Gli interventi della polizia possono variare in termini di grado di utilizzazione della forza (“brutale” o “soft”), ampiezza dei comportamenti considerati illegittimi (oscillando tra repressione e tolleranza), strategie di controllo dei diversi attori (diffuse o selettive), rispetto da parte della polizia per la legge (illegale o legale), momento dell’intervento della polizia (preventivo o reattivo), grado di comunicazione con i manifestanti (confronto o consenso), capacità di adattarsi a situazioni emergenti (rigido o flessibile), grado di formalizzazione delle regole del gioco (formale o informale), grado di preparazione (professionale o “artigianale”). La combinazione di queste dimensioni tende a definire due diversi modelli di controllo dell’ordine pubblico, internamente coerenti. Nel primo (escalation nell’uso della forza), viene data bassa priorità al diritto di manifestazione, le forme di protesta più innovative sono poco tollerate, la comunicazione tra polizia e dimostranti è ridotta all’essenziale, vi è un uso frequente di mezzi coercitivi e anche di strumenti illegali (come agents provocateurs). Nel secondo (controllo negoziato), viceversa, il diritto di manifestare pacificamente è considerato prioritario, forme anche dirompenti di protesta vengono tollerate, la comunicazione fra manifestanti e polizia viene considerata come fondamentale per una evoluzione pacifica della protesta, si evita il più possibile l’utilizzazione di mezzi coercitivi puntando alla selettività degli interventi. All’inizio del millennio, nel controllo delle manifestazioni transnazionali, è emerso un tipo di controllo di “selective incapacitation”, orientato a impredire specifiche forme di protesa. Nelle recenti proteste contro il genocidio a Gaza, in alcune circostanze, una forma di controllo sperimentata in passato (dall’Irlanda alla Palestina), ha mirato alla negazione del diritto di manifestare a chi viene definito, in varie formulazioni, come un nemico.
Per quanto riguarda l’Italia, nel secondo dopoguerra si era sviluppata, nel clima di una “guerra civile fredda”, una forma particolarmente marcata del modello di escalation nell’uso della forza. Se la prima parte degli anni sessanta, con i governi di centro sinistra, fu caratterizzata da una distensione, elementi delle strategie tradizionali riemersero di fronte al sessantotto, in Italia particolarmente lungo e conflittuale. Nel corso degli anni ottanta e novanta, è stato individuata una evoluzione, seppure selettiva e parziale, verso un modello di controllo negoziato. Un ritorno a strategie di escalation è stato comunque osservato in momenti di conflitto sociale più acceso e sotto governi di destra. Pet quanto riguarda, le strategie coercitive, si è notata una sopravvivenza di repertori di controllo più duri, in particolare rispetto ai centri sociali, ma anche nel controllo del hooliganismo degli stadi. Nelle strategie persuasive, vi è stata una evoluzione dall’utilizzazione di varie forme di intimidazione al negoziato in vista del fine comune di garantire un pacifico svolgimento delle manifestazioni. Diversamente che in altri paesi, non sono tuttavia state formalizzate pratiche di negoziato né sono emerse nella polizia figure specializzate nel dialogo con gli organizzatori, con una possibile utilizzazione “opportunistica” del negoziato. Minori cambiamenti sono emersi nell’uso delle strategie informative, per le quali prevale tradizionalmente una concezione onnipervasiva che assegna alla polizia il ruolo di principale organo epistemologico dello Stato. Il modello di controllo negoziato non è stato applicato in molte delle manifestazioni del movimento per la globalizzazione dal basso, in particolare nelle manifestazioni contro i vertici internazionali, nel corso delle quali si è innescata una lunga escalation. Soprattutto, la gestione dell’ordine pubblico durante i vertici non è stata in grado di difendere il diritto di dimostrazione dei manifestanti pacifici.
Dal punto di vista delle strategie preventive nel 2001 a Genova è stata confermata la strategia di isolamento fisico dei luoghi del vertice già iniziata a Seattle, la chiusura parziale delle vie di accesso alla città, una zona cuscinetto (la zona gialla) con restrizioni alla libertà di manifestazione e una zona rossa fortificata. A metà luglio, mentre si predisponevano alte barriere a protezione della “zona rossa” interdetta ai dimostranti dove si terrà il vertice, si annunciava la chiusura di stazioni ferroviarie, aeroporto e caselli autostradali. La zona rossa, con 13 varchi di accesso e con un perimetro di 8 chilometri (nel corso di precedenti controvertici. a Praga era stato di appena 2 km e a Quebec City di 6.1 km), racchiuderà non solo gli spazi del vertice, ma anche alcune strade cittadine. Nella preparazione del G8 l’attenzione dei governi si è concentrata inoltre sul tenere lontani dall’Italia, attraverso massicci controlli alle frontiere, gli attivisti stranieri considerati violenti. L’11 luglio è stata sospesa la convenzione di Schengen sulla libera circolazione delle persone all’interno dell’UE con validità fino alla mezzanotte del 21 luglio. Saranno eseguiti 140.000 controlli alla frontiera e respinte 2.093 persone, 298 delle quali come presunti membri del black bloc, mentre 1.795 sarebbero stati i respingimenti per altri motivi. Lo strumento del foglio di via obbligatorio è stato utilizzato per tenere lontano da Genova alcuni militanti italiani di centri sociali, con il divieto di ritornare a Genova per tre anni.
Le strategie informative impiegate a Genova sembrano anche caratterizzate dalla diffusione di notizie infondate e allarmanti, che hanno favorito il diffondersi fra le forze di polizia di una immagine non differenziata dei “no global” come “cattivi dimostranti”. L’ex capo dell’Ucigos La Barbera, a proposito della documentazione dei servizi sul G8 (364 documenti), parlerà di una “moltitudine di informazioni risultate nella maggior parte dei casi prive di un qualche riscontro”. Tra di esse, ad esempio, l’utilizzo di palloncini contenenti sangue infetto, almeno in parte umano, raccolto con la complicità di medici, veterinari e infermieri, che sarebbero stati lanciati nel corso della manifestazione, o un piano di dare alle fiamme copertoni, facendoli rotolare lungo le strade in discesa che conducono al mare.
A proposito delle strategie coercitive, nel luglio del 2001, le forze di polizia a Genova hanno fatto massiccio uso di gas lacrimogeni e urticanti (con più di 6.200 granate lanciate tra il venerdì e il sabato). Appartenenti alle forze dell’ordine hanno sparato almeno 20 colpi di pistola, uno con esito mortale. Ripetute cariche violente hanno coinvolto, sia il venerdì che il sabato, in modo massiccio anche la grande maggioranza dei manifestanti pacifici. Sono stati utilizzati, su iniziativa di alcuni dei più alti funzionari di polizia presenti, blindati lanciati sulla folla a velocità sostenuta. Non è stato predisposto invece un servizio a tutela dei manifestanti. Genova appare il culmine della escalation nelle strategie coercitive impiegate contro il movimento. Un evidente allontanamento dalla strategia di controllo negoziato, che prevede accordi chiari sulle iniziative e forme di protesta permesse, emerge nel momento chiave delle giornate di Genova, quando il venerdì un contingente di carabinieri caricò il corteo dei disobbedienti, che si muoveva ancora su un percorso autorizzato e, secondo varie testimonianze, si era mantenuto fino ad allora pacifico. La versione ufficiale data dalla polizia, e cioè che l’attacco sarebbe partito dai manifestanti, è smentita da numerose testimonianze e materiale video che dimostra come le cariche al corteo non sono provocate da una rottura dell’ordine pubblico in atto, né sono (almeno inizialmente) coperte da ordini della centrale di comando (secondo le registrazioni presentate al processo, il reparto che caricherà il corteo è stato informato del passaggio del corteo autorizzato e un funzionario dalla centrale esprime anzi il suo disappunto per la carica alle Tuta Bianche). Da quanto si sa, non è stato fatto nessun tentativo da parte delle forze dell’ordine di comunicare con il gruppo di contatto. Le registrazioni presentate al processo indicano una lunga interruzione delle comunicazioni radio tra centrale di comando e reparto che interviene nelle cariche, con una sorprendente assenza di strumenti di comunicazione alternativi. Se i disobbedienti parleranno di una trappola premeditata, la magistratura riterrà la carica in via Tolemaide illegittima e la reazione ad essa da parte dei dimostranti come autodifesa. È nel corso di questi scontri un carabinieri spara, uccidendo Carlo Giuliani.
Sono soprattutto episodi a manifestazione terminata, o comunque lontani dalla piazza a fare emergere con chiarezza comportamenti da parte di appartenenti alle forze dell’ordine che tradiscono un tentativo evidente di negare il diritto di protesta. La sera del sabato, l’irruzione alla scuola Pertini-Diaz, affidata al Genoa Social Forum e utilizzata come dormitorio, mostra una chiara impronta punitiva, con 62 dei 93 manifestanti fermati all’interno della scuola ricoverati con prognosi oscillanti tra i 5 giorni e la prognosi riservata. Su 93 arrestati e 78 richieste di convalida vi sono ben 66 arresti non convalidati, una sola custodia in carcere e un divieto di dimora. La denuncia della polizia del tentato accoltellamento di un agente all’interno della scuola sarà smentita da una successiva perizia dei carabinieri. All’irruzione della polizia alla Diaz-Pertini hanno partecipato il Reparto Mobile, che doveva mettere in sicurezza lo stabile; squadra mobile e Digos, che dovevano perquisirlo; nucleo di prevenzione e carabinieri (per un totale di 275 unità), in una situazione di grande confusione nelle linee di comando. Su quegli eventi, il 5 luglio 2012 la Cassazione ha confermato in via definitiva le condanne per falso aggravato e l’impianto accusatorio della Corte d’appello sulle responsabilità dei dirigenti nel non avere impedito le violenze contro gli attivisti. I giudici hanno osservato che “l’assoluta gravità sta nel fatto che le violenze, generalizzate in tutti gli ambienti della scuola, si sono scatenate contro persone all’evidenza inermi, alcune dormienti, altre già in atteggiamento di sottomissione con le mani alzate e, spesso, con la loro posizione seduta, in manifesta attesa di disposizioni, così da potersi dire che s’era trattato di violenza non giustificata e, come correttamente rilevato dal Procuratore generale ricorrente, punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione ed alla sofferenza fisica e mentale delle vittime”. Nell’aprile del 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia affermando che quanto compiuto dalle forze dell’ordine italiane nell’irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001 deve essere qualificato come tortura.
Brutalità fino alla tortura sono state denunciate inoltre da parte delle centinaia di donne e uomini fermate dalla polizia e detenute nella caserma di Bolzaneto, che hanno dichiarato di essere state picchiate ripetutamente, costretti a cantare canzoni contro comunisti, ebrei e gay, minacciati di violenze sessuali. Non solo sono stati ritardati i colloqui con gli avvocati e i fermati stranieri (per la grande maggioranza cittadini comunitari) sono stati espulsi con foglio di via senza avere nemmeno incontrato un magistrato, ma numerose espulsioni, sempre accompagnate dal divieto di rientrare in Italia senza una speciale autorizzazione del ministero dell’interno, sono avvenute sulla base di fermi di polizia che la magistratura, non convalidandoli, aveva ritenuto illegittimi. Successivamente la magistratura accoglierà tutti i ricorsi contro i decreti di espulsione presentati da cittadini comunitari. La sentenza di primo grado elencava numerose violenze che risultano provate ai danni dei manifestanti trattenuti: ‘”lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni” al punto da doversi urinare addosso, “distruzione di oggetti personali“, “insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne […], a quelli razzisti […] a quelli di contenuto politico” e varie minacce, “spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle“, “percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali […] inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli“ anche senza motivo, obbligo di assumere posizioni scomode o vessatorie, anche nei confronti di manifestanti feriti, per lunghi periodi e senza motivazioni valide”. Se ne dedurrà che “l’elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nei giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana e, segnatamente, a quella che ne costituisce la Grundnorme, la Carta Costituzionale, e in una particolare (e si spera irripetibile) situazione ambientale, hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini”. Il 5 marzo 2010 i giudici d’appello di Genova hanno emesso 44 condanne per i fatti di Bolzaneto nel processo di secondo grado seppure solo in sette casi il reato non è risultato prescritta. Il 14 giugno 2013 la Corte di Cassazione, sottolineando la gravità dei fatti, tali da avere comportato una sostanziale gravissima sospensione dello stesso Stato di diritto, ha in parte confermato la sentenza di appello emettendo sette condanne,
Da Genova ad oggi poco è cambiato nella organizzazione delle forze di polizia dove permane la compresenza di vari corpi di polizia nazionali, con una storica rivalità e un coordinamento lacunoso. Si è accentuata inoltre una evoluzione verso una militarizzazione di vari assetti delle forze di polizia, dagli armamenti alla creazione di squadre speciali, già in atto a Genova. La polizia che ha affrontato le manifestazioni anti-G8 a Genova stava attraversando un periodo di ristrutturazione: il 16 giugno del 1999 era stato costituito un gruppo di lavoro per adeguare i reparti mobili alle mutate esigenze nei servizi di ordine pubblico. Già prima di Genova era stata auspicata la costituzione presso i reparti mobili di unità specializzate polivalenti per l’impiego nei servizi di ordine pubblico più impegnativi, la ridefinizione dell’equipaggiamento dei reparti mobili, la massima attenzione all’addestramento, l’elaborazione di metodologie operative adeguate ai vari schemi delle manifestazioni, l’individuazione di uno specifico campus di addestramento a livello nazionale, l’unitarietà di gestione e di indirizzo. La scadenza del vertice del G8 ha messo a disposizione le risorse finanziarie per realizzare la quasi completa modernizzazione dell’equipaggiamento dei reparti di ordine pubblico (non solo della polizia di Stato ma anche dei carabinieri e della guardia di finanza) ritenuta necessaria per le nuove esigenze. Per quanto concerne l’armamento, tutti i componenti dei reparti mobili impegnati a Genova erano stati autorizzati al ricorso a bombolette spray con gas irritante CS per immobilizzare a distanza ravvicinata eventuali “antagonisti”, mentre l’uso del tonfa, già in dotazione ai battaglioni mobili dei carabinieri, era stato limitato a una sola unità specializzata del I reparto mobile di Roma. La valutazione dei pericoli che avrebbe presentato il movimento, basata sulle informative dei servizi, ha influenzato fortemente l’addestramento specifico dei reparti di polizia per il G8. Una connessione diretta tra la sopravvivenza di elementi militarizzati nell’organizzazione dei reparti mobili, più forte che in altri reparti della polizia italiana, e una insufficiente attenzione alla professionalità emerge inoltre dall’utilizzo massiccio in ordine pubblico di personale ausiliario in servizio militare o servizio sostitutivo del servizio militare. Strategie di isolamento e protezione di alcune aree, utilizzate negli stadi, sembrano essere state applicate nella concentrazione del controllo sulla zona rossa e, in parte, nella zona gialla. Nelle testimonianze di molti fermati si cita il fatto che gli agenti penitenziari dei nuclei speciali (GOM) applicassero ai dimostranti le stesse tecniche – in piedi, faccia al muro – utilizzate per non farsi riconoscere dai mafiosi; e lo stesso sembra applicarsi ai NOCS dei carabinieri, intervenuti a volto coperto. La presenza a Genova di unità speciali costituite soprattutto per la lotta alla criminalità organizzata – come i GOM e i NOCS – indica come, nell’utilizzo stesso del personale, le strategie di controllo elaborate per la lotta alla mafia o il controllo della violenza degli stadi tracimino poi nel controllo delle manifestazioni politiche.
Se questa militarizzazione dell’ordine pubblico non è stata mai superata, riemerge inoltre oggi, soprattutto nella repressione delle proteste contro il genocidio israeliano a Gaza, un riconoscimento debole del diritto alla protesta che porta a considerare chi dissente un nemico. L’arsenale di leggi orientato in questa direzione ha comportato sia l’introduzione di nuovi reati che una crescita enorme delle aggravanti. I poteri di polizia – dal foglio di via al bando – sono cresciuti in un clima internazionale di arretramento democratico, mentre tecniche di contenimento già sperimentate a Genova si sono perfezionate nella repressione della protesta. Se dopo Genova le massicce proteste contro la violenza della polizia sono state efficaci nell’evitare simili episodi di violazione dei diritti umani, ogni ondata di protesta ha visto nuovi tentativi di reprimere la violenza nelle forme più brutali. Oggi come allora, un governo di destra intreccia razzismo e autoritarismo rispondendo alla protesta con la violenza.
