Non c’è niente di peggio di un sogno tradito. E molti di noi ancora con quell’amaro in bocca eravamo arrivati a Genova. Avevamo sperato in tanti che la caduta del Muro di Berlino nel 1989 avrebbe aperto le porte a un futuro capace di riconciliare libertà e uguaglianza. Avevamo lottato per tutti gli anni Ottanta del Novecento, con un grande movimento pacifista europeo, per un’Europa unita e libera dal giogo dei blocchi politico militari che avevano diviso e fatto prigioniero il mondo intero. Avevamo salutato quello che speravamo fosse un tempo nuovo sotto le mura di Gerusalemme, neppure due mesi dopo il crollo del Muro, a Capodanno del 1990, nella gigantesca catena umana di Time for Peace, la prima volta che palestinesi e israeliani si davano la mano – gigantesca speranza tradita, fino al genocidio.
Ci avevamo messo poco, a capire che il mondo andava in tutt’altra direzione. Il capitalismo occidentale, senza più avversari, si era lanciato alla conquista del pianeta intero. Come uno schiacciasassi abbatteva confini, diversità geografiche e culturali. Il mondo diventava un gigantesco supermercato, dove tutto era merce, e da tutto si estraeva profitto per pochi. Alla materialità della produzione industriale si sostituiva l’immaterialità della finanza: la ricchezza si produceva in Borsa, dove i padroni scommettevano come giocatori incalliti, ma giocandosi i destini del pianeta intero. L’Occidente aveva vinto, e da vincitore si comportava. Non aveva più bisogno di tenere in piedi il compromesso sociale fra capitale e lavoro del secondo dopoguerra, che in Europa aveva prodotto lo stato sociale. Le sedi del diritto internazionale erano diventate d’impiccio: i padroni assoluti del mondo non volevano vincoli nell’esercizio del potere. Decidevano tutto nelle loro sedi, nei loro incontri al vertice fra ricchi e potenti. Volevano il mondo ai loro piedi.
Anche l’Europa era terreno di conquista. L’allargamento a Est avveniva in chiave coloniale: i paesi dell’est venivano obbligati a privatizzare tutto, a smantellare il welfare, ad aprirsi al mercato senza regole. E per tutti gli anni 90, nelle guerre della ex-Yugoslavia, le potenze occidentali ed europee avevano soffiato sul fuoco dei nazionalismi per i loro interessi e per imporre l’avanzamento della Nato ad est. Ma ci veniva detto che tutto andava a meraviglia. La globalizzazione del mercato ci veniva presentata come un’opportunità unica di sviluppo. Il mondo finalmente si sarebbe unito. La ricchezza e il benessere si sarebbe diffuso ovunque, insieme alla libertà. E molti credevano a quella favola, all’inizio del Terzo Millennio. Soprattutto perché in Europa la grande maggioranza delle forze progressiste aveva seppellito i propri ideali sotto le macerie del Muro di Berlino e si era convertita al neoliberismo. Non era facile quindi, in Europa, costruire una contro-narrazione diversa da quella dominante che, con accenti diversi, univa nella difesa della globalizzazione neoliberista sia la destra che la sinistra mainstream. Bisognava andare controcorrente. Rompere appartenenze e identità consolidate. Ci voleva coraggio. E il coraggio, necessario soprattutto a chi veniva da culture e storie vicine alla sinistra tradizionale, arrivò, insieme all’alba del Terzo Millennio.
Il coraggio arrivò dalle esperienze sul campo della sinistra sociale. Il movimento pacifista aveva passato tutto il decennio Novanta, nelle guerre balcaniche. Sempre accompagnati dalla sensazione di guardare non una eccezione di barbarie, ma il lato oscuro di noi europei – quello che correvamo il rischio di diventare. Quello che poi siamo diventati. Avevamo visto l’Europa approfittare di quel massacro per i suoi interessi sporchi. E, per ciò che sapevamo e avevamo visto con i nostri occhi, eravamo stati capaci di dire no, il sabato di Pasqua del 1999, al primo governo di sinistra in Italia, che aveva partecipato alla guerra della Nato contro la Federazione Yugoslavia e aveva sganciato le bombe su Belgrado. Il movimento antirazzista in Italia era diventato grande e forte negli anni Novanta. E si articolava in migliaia e migliaia di esperienze sul campo, a fianco dei migranti e dei richiedenti asilo. Volontariato, solidarietà concreta, mobilitazione e denuncia politica si combinavano in una militanza nuova, inedita rispetto ai decenni passati. E quella esperienza diretta sul terreno aveva consentito al movimento di alzare la voce contro le politiche dei governi di sinistra – era stata la legge Turco-Napolitano del 1988 a inaugurare, fra le altre cose, i centri di detenzione amministrativa. Nelle città dove l’esclusione sociale e generazionale da eccezione iniziava a diventare la norma, nel nuovo mondo governato dal profitto, crescevano le esperienze degli spazi sociali autogestiti, molti dei quali occupati. Auto-organizzazione, mutualismo, solidarietà nelle periferie urbane davano linfa alle lotte di una generazione che contestava il sistema, ma nello stesso tempo praticava alternative concrete alla solitudine e alle nuove povertà. E tutte queste pratiche sociali, dal pacifismo all’antirazzismo al mutualismo sociale, mentre costruivano dal basso il sapere e la coscienza necessari per opporsi al neoliberismo, producevano anche incontri e alleanze nuove: fra le diverse anime della sinistra, e anche con l’attivismo cattolico e religioso impegnato a fianco degli esclusi.
La spinta decisiva a trovare il coraggio, la forza e soprattutto il metodo per ribellarsi al pensiero unico, all’unico mondo possibile che intorno a noi tutti predicavano, arrivò però dal Sud globale. Il popolo italiano, e la sua sinistra, era sempre stato capace di grandi slanci di solidarietà internazionale. Ma in fondo era sempre stata la solidarietà dei ricchi verso i poveri. Negli anni Novanta, invece, cambia tutto: è il Sud che prende la guida della rivolta. Erano stati i popoli del Sud globale a iniziare a pagare sulla propria pelle il prezzo della globalizzazione, mentre le popolazioni del Nord ancora si illudevano di poter salvare lo Stato sociale e le conquiste della classe lavoratrice dei decenni passati. Non c’era niente, delle economie fragili del Sud, della loro organizzazione sociale, dei loro ecosistemi che restasse indenne dalla nuova corsa all’oro del mercato globale, teso a conquistare tutto in tutto il pianeta. Ma non tutti abbassarono la testa.
Nel 1997, il Sudafrica di Nelson Mandela sfida le multinazionali del farmaco. In un paese devastato dall’AIDS le industrie farmaceutiche citano in giudizio il Sudafrica per violazione sugli accordi internazionali sui brevetti. Un enorme campagna globale appoggia il Sudafrica, fino alla vittoria nel 2001. La cancellazione del debito per i paesi poveri, in quegli anni, diventa un’altra bandiera globale. Il debito era un cappio al collo del Sud globale. Interessi altissimi legati al ricatto degli aggiustamenti strutturali – che erano l’imposizione a privatizzare tutto e a far occupare i paesi dalle multinazionali e dai capitali esteri. La campagna vede milioni di persone in piazza per anni, ha sostegno di grandi artisti di fama mondiale, e anche la Chiesa cattolica la fa sua dedicandole il Giubileo del 2000.
A far detonare il movimento no global, portando a manifestare insieme tante campagne e lotte del mondo, sarà l’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Istituita nel 1995, è una sede intergovernativa al servizio del libero commercio e delle multinazionali che impone l’apertura dei mercati, la privatizzazione e la liberalizzazione dei servizi pubblici essenziali, e promuove la delocalizzazione della produzione. E, del resto, la rivolta zapatista nello Stato del Chiapas in Messico, ispiratrice e simbolo del movimento altermondialista, era iniziata proprio il 1° gennaio del 1994, il giorno dell’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio NAFTA fra Usa, Canada e Messico, giustamente accusato di voler distruggere l’economia, l’identità e l’ecosistema delle comunità indigene. A novembre del 1999, il vertice dell’OMC a Seattle viene assediato e bloccato da una gigantesca convergenza di organizzazioni sociali e movimenti. Indigeni, contadini, attivisti per i diritti, e anche i sindacati degli Stati Uniti. Nord e Sud si uniscono nella lotta, e comincia una storia nuova. In tutto il mondo, da Seattle in poi, non ci sarà un vertice dei potenti del mondo che non veda enormi manifestazioni di grandi movimenti in piazza in tutti i continenti.
A gennaio del 2001, si tiene il primo Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre. Nasce per iniziativa di un gruppo di attivisti e intellettuali organici di diversi paesi, in particolare francesi e brasiliani. Uno slogan: “Un altro mondo è possibile”. Un’ambizione: riunire tutto ciò che nel mondo si batte contro il neoliberismo. Un metodo: uno spazio aperto, un gruppo che organizza lo spazio ma non impone scelte o decisioni – favorisce l’incontro, il confronto e la costruzione di convergenze. Al primo Forum partecipano migliaia di persone. Negli anni, le presenze arriveranno a centinaia di migliaia, da tutto il mondo. Il Forum si terrà anche in India, a Nairobi, e dopo le rivoluzioni arabe in Tunisia. Ancora oggi si riunisce, nei prossimi giorni in Benin. In America Latina, nei primi anni del 2000, il Forum darà un contributo importante alla vittoria della sinistra in cinque paesi, fra cui quella storica di Lula in Brasile.
Al primo Forum Sociale Mondiale noi italiani partecipammo in centinaia, mentre già insieme stavamo preparando Genova. Era già stato formato il Patto di Lavoro, la prima coalizione a base genovese. Al ritorno, nacque il Genoa Social Forum. E cominciò il percorso verso luglio 2001: riunioni, manifestazioni in giro per l’Europa, incontri nazionali e internazionali, che avrebbero portato il GSF ad avere migliaia di adesioni e la presenza di attivisti da tutto il mondo in piazza a Genova.
Lavorammo un anno per mettere insieme tutto ciò che era possibile far convergere. Non puntammo sulle differenze, ma su ciò che ci univa. Non costruimmo unità attraverso la mediazione dei contenuti, ma cercando di identificare l’elemento più radicale che era contenuto in tutte le diverse identità e culture. E lo trovammo in poche parole: “voi G8, noi 6 miliardi”. Voi non avete nessun diritto di dominare il mondo: questo ci univa tutti. Ci mettemmo insieme su un appello di poche righe essenziali, sapendo che ogni riga in più poteva aprire un problema, accentuare le differenze, separare. Decidemmo insieme ogni parola che avremmo detto, ogni azione che avremmo fatto, per un anno intero in riunioni interminabili che alle volte duravano tutta la notte. Concordammo che ciascuna componente del Genoa Social Forum avrebbe avuto modo di esprimersi in piazza a modo suo, con i suoi linguaggi e le sue forme, ma che tutte le azioni avrebbero dovuto essere dichiarate pubblicamente e accettate come compatibili da tutti. Era un modo per rispettare le nostre differenze e farle convivere. Ma fu anche ciò che ci permise di conoscerci e riconoscerci, di superare settarismi e diffidenze, di iniziare a fidarci l’un l’altro, di costruire solidarietà e legami forti. E di allargare la rete. Quel metodo ci fece costruire un movimento così grande e plurale. Contro quel movimento, venne scagliata una repressione e una violenza inaspettata, mai vista e mai neppure immaginata. Ma quel metodo ci permise di resistere, di difenderci insieme, di non farci dividere fra buoni e cattivi, e di andare avanti. L’anno dopo organizzammo il Forum Sociale Europeo di Firenze, l’incontro europeo più grande e plurale mai visto sul continente. Lì promuovemmo la manifestazione più grande mai realizzata nella storia: il 15 febbraio del 2003 contro la guerra in Iraq, centodieci milioni di persone in piazza lo stesso giorno in tutto il mondo. E i semi gettati da quel movimento ancora continuano a produrre frutti, in termini di coscienza e di DNA attivista, perfino dopo 25 anni.
Mai forse come oggi, nel venticinquesimo anniversario di quei giorni, il messaggio di Genova 2001 è attuale. Siamo ancora, e più che mai, allo slogan di Genova “voi pochissimi, noi tutto il Pianeta”. Il dominio, sempre più estremo e violento e pervasivo, fino ad arrivare al genocidio, è il solo modo in cui il capitalismo riesce ormai a rispondere alla sua crisi. Ma, rispetto ai tempi di Genova, oggi abbiamo in teoria un elemento che gioca a nostro favore: le persone non credono più alle favole, sanno benissimo che questo è un sistema che ci sta portando al disastro. Il Re è nudo. Quello che serve come il pane, però, è la proposta di un’alternativa, di una vera alternativa di sistema, che convinca le persone che dal capitalismo si può uscire, e che un mondo davvero diverso è davvero possibile. Serve un nuovo ideale, che possa fare innamorare tanta gente, che possa dare a tanti e tante la forza di alzare la testa e di battersi. Un programma vero e credibile di una rivoluzione nuova, capace di contendere il consenso alla rivoluzione nera della destra. E il fatto che nel cuore dell’impero, negli Stati Uniti di Trump, si ritorni a lottare per il socialismo credo che ci indichi una strada. L’Europa politica ha da tempo perso la sua forza propulsiva, in termini di pensiero e di orizzonti. Siamo un continente vecchio, chiuso, incapace di pensare il nuovo. L’Unione Europea è al servizio del capitale, della guerra e del riarmo. Bisogna che ricominciamo a unire le forze buone, in Europa, e che la lotta per un’altra Europa ricominci ad attraversare le frontiere e a farci sentire dalla stessa parte. Di questo, insieme, discuteremo proprio a Genova, il 18 luglio nell’Assemblea Nazionale No Kings. Il movimento di più giovane generazione si incontrerà laddove, venticinque anni fa, si realizzò la convergenza di una nuova generazione di movimento in Italia. Ed è un bel segno.

Grazie Raffaella. Confermo la tua ricostruzione e analisi. Il movimento non nacque dal nulla ma ebbe profonde radici. Oggi, rispetto al 2001, manchiamo di un linguaggio ed una grammatica comune : i nazionalismi hanno lavorato anche dividendo i movimenti , che ora non hanno piu’ un luogo internazionale in cui ritrovarsi e decidere insieme. Credo che dobbiamo ripartire dai pensieri universali i soli capaci di superare le barriere e gli egoismi nazionali e che, piu’ che altro, pensano al pianeta , all’ umanita’ e non alle ” piccole o grandi patrie”. Il femminismo, l’ ambientalismo, anche il contributo alla fraternita’ universale di Papa Francesco e’ stato un segnale enorme in questa direzione. A questo pensiero universale manca ancora il contributo del movimento operaio : i lavoratori e le lavoratrici hanno subito i processi peggiori della rivoluzione capitalistica e tecnologica contemporanea e sono soli e divisi ( guerra tra poveri) non solo sul posto di lavoro ma ognuno nel proprio Paese. Dobbiamo insistere e non mollare nell’ immaginare un’altro mondo possibile.