Il Paese non regge più!

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La protesta dei cittadini e delle cittadine che scenderanno in piazza in queste ore per chiedere garanzie e certezza di diritti, è quanto mai giusta e opportuna in un Paese in cui il Governo e l’opposizione non si sono mostrati all’altezza della drammatica crisi che stiamo vivendo.

Una crisi che sta colpendo innanzitutto i ceti popolari e i ceti medi e che allo stesso tempo colpisce anche quei corpi sociali intermedi che sono la spina dorsale del Paese e ne garantiscono la tenuta democratica: associazioni, cooperative sociali, comitati, sindacati, parrocchie e tutti quei soggetti sociali quotidianamente impegnati a garantire sostegno e diritti a milioni di persone che in questi 12 anni di crisi hanno visto peggiorare la loro condizione materiale ed esistenziale. Una crisi che poteva e doveva essere affrontata in tutt’altro modo, mentre abbiamo assistito a un dibattito vergognoso e irresponsabile per tutta l’estate, tra chi parlava solo di ripartenza e chi negava addirittura l’esistenza del virus.

Da marzo aspettiamo interventi concreti ed efficaci. L’abbiamo chiesto durante gli incontri avuti lo scorso maggio con la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Ministro del Mezzogiorno e la Ministra per le Infrastrutture. Avevamo chiesto e continuiamo a chiedere interventi immediati per garantire il diritto all’abitare, un reddito universale di base, assunzioni di personale medico e paramedico, maggiori investimenti sulle politiche sociali e nel contrasto alle mafie, cambiamenti nel trasporto pubblico e nella didattica, investimenti nella riconversione ecologica delle attività produttive e nella filiera energetica per garantire il diritto al lavoro e la sostenibilità ecologica, la sospensione di qualsiasi malsana idea di ulteriore regionalizzazione della sanità causata dalla secessione dei ricchi voluta da Confindustria e spacciata come “autonomia differenziata”, maggiore sostegno agli enti locali e alle reti sociali impegnate nel contrasto alla povertà e alle mafie, con particolare attenzione a Campania e Sicilia che sono 2 tra le 4 Regioni più povere d’Europa. Ma niente di tutto questo è stato fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze.

Manca una riforma della sanità territoriale che metta in condizioni i nostri medici di basi di lavorare meglio; mancano le assunzioni per decine di migliaia di medici e infermieri necessarie per far funzionare al meglio il nostro Sistema Sanitario Nazionale, depotenziato da 36,7 miliardi di tagli fatti in un decennio con la responsabilità di tutte le forze politiche che si sono alternate al Governo; mancano decine di migliaia di automezzi per il trasporto pubblico mentre invece si è continuato a parlare di grandi e inutili opere che non servono a garantire il lavoro, la salute dei cittadini e sostenibilità ecologica; manca una riforma del welfare che garantisca servizi accessibili e di qualità; manca una misura di sostegno al reddito che rispetti quanto indicato all’interno dei Social Pillar europei; mancano scuole adeguate e interventi nel sistema scolastico che mettano in condizione famiglie e corpo docenti di garantire a tutti e tutte il diritto allo studio; mancano politiche industriali in grado di ripensare l’obsolescenza delle nostre attività produttive e che garantiscano lavoro di qualità e il diritto alla salute per le comunità.

Queste sono le cause della crisi. Sono queste mancate scelte e questi mancati interventi che determinano l’aumento dell’impatto del virus nelle comunità, l’esplosione delle disuguaglianze e della povertà, la crescita del potere della criminalità e del welfare sostitutivo mafioso. L’esplosione della rabbia sociale che vediamo in queste ore ne è la diretta conseguenza. Di questo si deve discutere e a questi problemi bisogna dare risposte. Pensare di continuare a spostare l’attenzione, facendo finta di non vedere quelle che sono le cause della crisi, rischia di portare la nostra democrazia a una crisi irreversibile.

Come cittadini e cittadine abbiamo fatto non solo la nostra parte ma molto di più, mettendo in campo attività di mutualismo e solidarietà che hanno colmato il vuoto dello Stato. Oggi non possiamo continuare ad accettare l’assenza di risposte e di misure istituzionali efficaci in una situazione in cui è evidente il fallimento delle scelte del Governo in questi sei mesi. Se non si interviene subito, a pagare il dramma della crisi e gli errori nelle scelte politiche sarà la stragrande maggioranza della popolazione. Non possiamo più andare avanti così! A rischio è la tenuta democratica e non si potrà raccontare ogni esplosione di rabbia sociale come qualcosa di organizzato dalla criminalità organizzata. È questa l’unica lettura da non fare e da non dare se non si vuole aiutare la criminalità organizzata a capitalizzare la crisi e l’esplosione di disuguaglianze e povertà nel nostro paese.

Il Governo deve mettere in campo misure immediate di sostegno a tutti i cittadini e alle attività economiche che vengono penalizzate. E visti gli errori del passato, se l’unica strada per frenare la crescita dei contagi e la pressione sugli ospedali è il lockdown lo si faccia subito senza ulteriori esitazioni. Se anche questa volta ci sentiremo dire che non ci sono le risorse, ricorderemo a Governo e opposizione che i soldi ci sono, perché in questo paese c’è chi continua a guadagnare da questa crisi. È arrivato il tempo di ricordare a tutti che nel nostro paese l’unica cosa sacra non è la proprietà privata, come affermato in maniera sgrammaticata da ex Ministri e Prefetti, ma “l’intangibilità della dignità umana” così come stabilito dalla nostra Costituzione. L’unica illegalità che la nostra Carta non tollera è la povertà, che è sempre un crimine di civiltà. I soldi ci sono, si tratta di ridistribuirli e se necessario ‒ come già avvenuto in altri Paesi ‒ si introduca una patrimoniale sulle grandi ricchezze. La solidarietà è il valore della nostra civiltà. Questo chiediamo oggi come reti sociali a Governo e Parlamento perché la cooperazione e la solidarietà – non la competizione – son l’unica strada per uscire della crisi e massimizzare i risultati per tutte e tutti.

 

Rete dei Numeri Pari

La Rete dei Numeri pari ha come obiettivo il contrasto alla disuguaglianza sociale per una società più equa fondata sulla giustizia sociale e ambientale. La Rete – inizialmente promossa da Gruppo Abele, Libera e Rete della Conoscenza – unisce centinaia di realtà sociali diffuse in tutta Italia che condividono l’obiettivo di garantire diritti sociali e dignità a quei milioni di persone a cui sono stati negati (associazioni, cooperative, parrocchie, reti studentesche, comitati di quartiere, campagne, progetti di mutualismo sociale, spazi liberati, reti, fattorie sociali e semplici cittadini)... www.numeripari.org

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One Comment on “Il Paese non regge più!”

  1. Risposta a troppi che dicono: se non daremo lavoro alla gente morirà di fame
    Come cittadini e cittadine abbiamo fatto non solo la nostra parte ma molto di più, mettendo in campo attività di mutualismo e solidarietà che hanno colmato il vuoto dello Stato. Oggi non possiamo continuare ad accettare l’assenza di risposte e di misure istituzionali efficaci in una situazione in cui è evidente il fallimento delle scelte del Governo in questi sei mesi. Se non si interviene subito, a pagare il dramma della crisi e gli errori nelle scelte politiche sarà la stragrande maggioranza della popolazione. Non possiamo più andare avanti così! A rischio è la tenuta democratica e non si potrà raccontare ogni esplosione di rabbia sociale come qualcosa di organizzato dalla criminalità organizzata. È questa l’unica lettura da non fare e da non dare se non si vuole aiutare la criminalità organizzata a capitalizzare la crisi e l’esplosione di disuguaglianze e povertà nel nostro paese. (ripreso da “volere la luna : Il Paese non regge più! 31-10-2020 – di: Rete dei Numeri Pari)
    Ho stralciato dalle vostre considerazioni quanto ritengo essenziale. Tutto il resto finisce con esprimere il lungo elenco di rivendicazioni che appaiono poco costruttive non fosse altro che perché si dovranno eseguire ciascuna utilizzando tempo e risorse e le risposte di esecuzione procureranno differenze di trattamento.
    Mi giovo di un esempio nel tentativo di spiegarmi meglio. Consideriamo di avere una grande rete idraulica piena di perdite diffuse che assolve male al suo compito ma riesce con disaggi ugualmente distribuiti ad assolvere in qualche modo il suo compito.
    Quando all’improvviso interviene una falla vicina alla fonte con notevole dispersione che cosa vediamo fare agli utenti? Accumulano con ogni mezzo l’acqua dal tenue flusso rimasto ed arrivano a succhiarsela con pompe riempiendo propri serbatoi personali. Questo succede in modo naturale; è un si salvi chi può, che finisce per far morire tutti di sete.
    Come si comporta dall’altra parte chi vende l’acqua? Fa i propri calcoli è interviene nel modo che ritiene di maggior proprio beneficio. Per come è impostata la nostra società gli viene permessa la distinzione fra il piano che viene chiamato “economico” da quello che riguarda la gestione fisica del bene, nel caso l’acqua. Deve scegliere fra varie opzioni d’intervento su ciascuno dei due piani: La situazione sul piano economico è che sulla base di esperienze pregresse può formulare ipotesi sul capitale necessario e sulla rateizzazione temporale del suo utilizzo. Naturalmente per motivi di sicurezza dovrà fare una previsione di un costo maggiorato. Rimane in questo modo fissato l’obiettivo economico che parteciperà successivamente come limite alla scelta che riguarda la funzionalità del bene fisico. Ma l’importo complessivo deve consolidarsi in capitale disponibile. Le opportunità sono diverse. Quasi sicuramente, come per ogni altra attività umana si prospettano soluzioni diverse fra cui scegliere o mediare. Il mercato delle merci giustifica l’aumento di prezzo di un prodotto molto richiesto dagli acquirenti quando risulta diminuito nella disponibilità, ma se si tratta di un bene necessario il patto sociale che agisce su una comunità a reddito sperequato fino alla miseria, si oppone a tale evenienza. Il gestore può chiedere allora l’intervento dello Stato raggiungendo un risultato spesso simile. È chiaro infatti che l’operazione nel computo complessivo sarà tanto meglio mirata al bene della società quanto più le risorse dello Stato provengono dai ceti con reddito alto; altrimenti lo Stato serve soltanto a rendere meno visibili il privilegio del ricco e le cause di patimento del povero. Tralascio per non farla troppo lunga le altre forme di capitalizzazione ottenibili dal mercato del denaro. La situazione sul piano fisico malgrado la prassi faccia credere di poterla ritenere divisa dal piano economico s’intreccia con quest’ultimo e si concretizza in quella marea di rallentamenti alla progettazione e all’esecuzione per cui è molto semplice fare riferimento alla burocrazia se non alla corruzione e alla speculazione. Quasi sicuramente, come per ogni altra attività umana si prospettano soluzioni diverse fra cui scegliere o mediare. Ma è possibile fare una classifica d’importanza delle ragioni di scelta? Sicuramente, essendo l’acqua un bene essenziale alla vita, la prima risposta deve essere di ripristinare il servizio. Ma anche questa scelta non può tralasciare la visione di più ampio respiro che la faccia diventare anche un passo verso un miglioramento durevole e il più possibile ecologico. Può per esempio risultare che la rete serva un territorio troppo grande e che proprio perciò il fenomeno della dispersione sia più difficile da evitare e costoso. Ancora una volta sono costretto anche per i miei limiti personali a tralasciare l’analisi molto complessa delle alternative, ma quello che m’interessa definire è un modus operandi. Riuscire a prospettare un progetto finale che persegua l’eccellenza quasi sicuramente irrealizzabile in tempi brevi ma che esprima per ogni singolo passo successivo la direttiva di avvicinamento all’obiettivo finale. La soluzione razionale e ragionevole potrebbe essere suggerire alle periferie di limitare le proprie perdite per quanto è nelle proprie possibilità magari con serbatoi di raccolta di circoscrizione territoriale, e che per conto proprio nello stesso tempo il gestore della rete provveda a tappare la falla di grande dispersione. E però lo studio del territorio servito, deve contemplare la ricerca di fonti alternative di approvvigionamento che permettano di dividere il territorio complessivo servito dalla grande rete in circoscrizioni più facilmente gestibili; in questo caso se il primo passo avesse sanato le perdite di periferia e approntato i serbatoi di raccolta di sicurezza queste strutture si potrebbero facilmente integrare nei passi successivi. A me sembra che l’esempio su esposto malgrado le difficoltà dovute alla complessità e ai miei limiti abbia qualche pregio di suggerimento per una semplificazione del problema globale che è ancora più complesso e che perciò ci pone tutti in condizione di grande limitatezza di competenza. Può in qualche modo farci riconoscere che chi dice: “se non lavoro morirò di fame” dice qualcosa che può valere solo nella società come è fatta perché fa un lavoro che è la sua unica fonte di denaro che potrà utilizzare per comprare il cibo. In una società diversa nessuno potrebbe morire di fame finché ci fosse disponibilità di cibo. Nel caso mostruoso che stiamo vivendo certo le periferie devono darsi da fare a porre rimedio alle situazioni vicine ma il gestore della rete complessiva deve sanare il buco enorme che si traduce nelle enormi differenze di reddito che permette a tanti di noi di andare tranquillamente a fare la spesa mentre altri non possono rifornirsi del cibo anche se è disponibile. Questo sia il primo passo. Siamo in ritardo, …..

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