Memorandum per il presidente Mattarella

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Dedichiamo queste pagine tratte dal libro di un grande storico, Angelo Del Boca, Italiani brava gente, al presidente Mattarella – che nel giorno del ricordo, nell’escludere ogni nesso, fosse anche di contesto, tra l’orrore delle foibe e i “torti del fascismo” ha insinuato l’accusa di “negazionismo” e “riduzionismo” verso gli storici che quel nesso invece hanno indagato –  con l’augurio che gli possano in futuro evitare simili scivoloni storiografici.  Qui sono documentate le atroci sofferenze inflitte  dall’esercito fascista e dagli italiani alla popolazione slovena all’inizio degli anni ’40, senza considerare le quali  i successivi orrori delle foibe – che pur colpirono anche degli innocenti – non troverebbero altra spiegazione che la naturale barbarie slava e il delirante odio ideologico. Rimuovere le “nostre” colpe (le colpe dell’Italia fascista) come a suo tempo furono rimosse le responsabilità penali dei criminali di guerra che le ordinarono e compirono, significa attizzare nuovi odii tra popoli che invece dovrebbero e potrebbero convivere nel rispetto reciproco.

 

Capitolo 11

L’occupazione italiana nei Balcani

Oltre che sulle regioni dell’intero Corno d’Africa e sulla Libia, Vittorio Emanuele III regnava sull’Egeo, l’Albania, il Kosovo, il Dibrano, lo Struga, la provincia slovena di Lubiana, la Dalmazia, parte della provincia di Fiume … Ma truppe italiane presidiavano anche il Montenegro, parte della Bosnia e della Croazia, la Grecia, parte della Francia meridionale e la Corsica, alcune zone dell’Unione Sovietica. Alla fine del 1942, quando l’Africa Orientale Italiana era ormai persa, erano dislocati sui vari fronti all’estero oltre 1.200.000 uomini. Nei soli Balcani, sui quali si appunta maggiormente la nostra attenzione, erano presenti 650.000 soldati, suddivisi in dieci corpi d’armata, mediocremente equipaggiati (Posizione 3636).

Militari e funzionari civili miravano anzitutto a una fascistizzazione accelerata della regione, anche se, in cambio, non offrivano alla popolazione neppure la cittadinanza italiana a pieno titolo, ma soltanto l’ambigua qualifica di « cittadino per annessione » . E quando in Slovenia, come del resto in Dalmazia, in Montenegro, in Croazia, cominciavano ad accendersi i primi fuochi della rivolta, la repressione era immediata e inesorabile . D’altronde molti dei militari e dei funzionari impiegati nei Balcani si erano già fatti le ossa in Libia, in Etiopia, in Spagna. Essi consideravano le popolazioni slave appena un gradino più in su di quelle africane. Uno di essi, il generale Alessandro Pirzio Biroli, era riuscito, in qualità di governatore dell’Amhara, a riscuotere l’ammirazione dello stesso Graziani per aver ordinato l’impiccagione di 20 paesani di Quoratà e la fucilazione di quattro preti. Il 27 luglio 1937, il viceré così lo elogiava : «Ben ha fatto Sua Eccellenza Pirzio Biroli ad imitare l’esempio di Debrà Libanòs, che per il clero dell’ex Scioa è stato assai salutare, perché preti e monaci adesso filano che è una bellezza». Pirzio Biroli aveva anche coperto l’eliminazione segreta di alcuni capi villaggio, che erano stati gettati, con una pietra al collo, nelle acque del lago Tana (Posizione 3646).

 

Un bilancio terribile

Anche se la presenza dell’Italia fascista nei Balcani ha superato di poco i due anni, i crimini commessi dalle truppe di occupazione sono stati sicuramente, per numero e ferocia, superiori a quelli consumati in Libia e in Etiopia. Anche perché, nei Balcani, a fare il lavoro sporco, non c’erano i battaglioni amhara – eritrei e gli eviratori galla della banda di Mohamed Sultan. Nei Balcani, il lavoro sporco, lo hanno fatto interamente gli italiani, seguendo le precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito: i generali Mario Roatta, Mario Robotti, Gastone Gambara, Taddeo Orlando, Alessandro Maccario, Vittorio Ruggero, Guido Cerruti, Carlo Ghe, Renzo Montagna, Umberto Fabbri, Gherardo Magaldi, Edoardo Quarra – Sito. Si aggiungano i governatori della Dalmazia Giuseppe Bastianini e Francesco Giunta ; l’alto commissario per la provincia di Lubiana, Emilio Grazioli; il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli (Posizione 3660).

La «Relazione n. 4 (Slovenia)» [della Commissione di Stato Jugoslava sui crimini italiani alla United Nations War Crimes Commission di Londra, del febbraio 1945] ha un incipit terrificante: «Durante l’occupazione dall’11-IV-1941 all’8-IX-1943 gli invasori italiani, nella sola provincia di Lubiana, hanno fucilato 1000 ostaggi, ammazzato proditoriamente oltre 8000 persone, fra le quali alcune erano state prosciolte dal famigerato tribunale militare di guerra di Lubiana; incendiarono 3000 case, deportarono nei vari campi di concentramento in Italia oltre 35.000 persone, uomini, donne e bambini, e devastarono completamente 800 villaggi. Attraverso la questura di Lubiana passarono decine di migliaia di sloveni. Là furono sottoposti alle più orrende torture, donne vennero violentate e maltrattate a morte. Il tribunale militare di Lubiana pronunciò molte condanne all’ergastolo e alla reclusione, cosicché nel solo campo di Arbe perirono di fame più di 4500 persone».

In altre parole, più di 50.000 sloveni o persero la vita o subirono gravissime offese da parte delle truppe di occupazione, nell’arco di appena due anni (Posizione 3669).

Questi dati, per la provincia di Lubiana, venivano in seguito confermati, e anzi ampliati, da nuove e più estese ricerche. Facciamo riferimento, in modo particolare, a due indagini rese pubbliche nel 1999, quella di Tone Ferenc, dal titolo «”Si ammazza troppo poco !”. Condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana, 1941-1943», e il testo della denuncia penale, presentata dall’avvocato Dus?an Puh, di Portorose, contro i criminali di guerra italiani. Quest’ultima indagine dà una cifra complessiva di 12.807 uccisi, così suddivisi: ostaggi fucilati 1500, civili assassinati durante l’offensiva Primavera 2500, civili deceduti in seguito a torture 84, civili arsi vivi o uccisi in altro modo 103, partigiani catturati e giustiziati 900, deceduti nei campi di concentramento 7000 443. Tone Ferenc, dal canto suo, fornisce notizie molto precise sull’attività del tribunale militare di guerra a Lubiana. Questo tribunale, presieduto dal colonnello Antonino Benincasa e, in seguito, dal colonnello dei carabinieri Ettore Giacomelli, trattò 8737 cause a carico di 13.186 imputati e comminò 83 condanne a morte, 434 ergastoli, 2695 pene detentive dai 3 ai 30 anni, per un totale di 25.459 anni (Posizione 3679).

 

La testa mozzata del partigiano Andrej Arko portata come trofeo dagli alpini nel novembre del 1942

Una pulizia etnica

Che nella provincia di Lubiana si sia tentata, più che un’italianizzazione rapida e forzata, un’operazione di autentica bonifica etnica, non è soltanto confermato dall’altissimo numero degli uccisi e dei deportati, e dalle stesse dichiarazioni di alcuni alti ufficiali (generale Robotti: « Si ammazza troppo poco!»; maggiore Agueci: «Gli sloveni dovrebbero essere ammazzati tutti come cani e senza alcuna pietà»), ma da un documento che è rimasto agli atti, la famigerata circolare n. 3C, del primo marzo 1942, e i suoi allegati del 7 aprile, a firma del generale Mario Roatta. Questa circolare, che stabiliva le modalità per contrastare e liquidare i ribelli in Slovenia e in Dalmazia, non soltanto ordinava il «ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”», ma contemplava l’incendio di case e di interi villaggi, la fucilazione degli ostaggi, la deportazione dei civili sospetti. Al punto IV, inoltre, stabiliva che «il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula: “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente!”» (Posizione 3688).

Il governatore del Montenegro, Pirzio Biroli, nel giugno 1943 faceva fucilare 180 ostaggi a titolo di rappresaglia per l’uccisione di nove ufficiali del 383° reggimento di fanteria .

 

Il “rapporto riservato” del Commissario Rosin

In due «riservatissime personali», del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’alto commissario per la provincia di Lubiana, Grazioli, il commissario civile Rosin del distretto di Longatico tracciava un quadro veramente disastroso della condotta dei soldati: «Si procede ad arresti, ad incendi ed a fucilazioni senza un perché positivo. […] Nei paesi avvengono scene veramente orrende e pietose di donne, uomini e bambini che si trascinano in ginocchio davanti ai nostri soldati implorando a mani giunte, seppure invano, di non incendiare le case, di lasciare in vita i loro cari. […] Le fucilazioni in massa fatte a casaccio e gli incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere (e i granatieri si sono conquistati un triste primato in questo campo) hanno incusso nella gente un sacro timore, ma ci hanno anche tolto molta simpatia e molta fiducia, tanto più che ognuno si accorge, se non è cieco, che i soldati sfogano sugli inermi la rabbia che non hanno potuto sfogare sui ribelli. […] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi, che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi».

Il commissario Rosin concludeva i suoi rapporti con una dura e precisa accusa alle autorità militari, le quali, essendo convinte «di avere un nemico in ogni sloveno, predicarono ai soldati la strage e la distruzione dei beni ottenendo effetti disastrosi, specialmente ai fini politici: mancando i ribelli, i reparti si dedicarono alla epurazione senza badare troppo per il sottile. Poiché il motto insegnato alle truppe è: “Ammazza e porta via tutto, perché dove prendi è ben preso”» (Posizione 3739).

 

Il rastrellamento infinito del luglio-novembre 1942

La «bella marcia» fra i campi e i boschi della Slovenia durava quasi cinque mesi, e mai rastrellamento fu più metodico, più feroce, più distruttivo. I partigiani uccisi in combattimento furono 1807 ; quelli fucilati dopo la cattura 847; i civili assassinati 167, comprese 11 donne 452. Il tremendo bilancio non deve sorprendere perché nella fase conclusiva dei preparativi per l’offensiva, il generale Robotti aveva manifestato molto chiaramente le proprie intenzioni ai suoi ufficiali: «A qualunque costo deve essere ristabilito il dominio e il prestigio italiano, anche se dovessero sparire tutti gli sloveni e distrutta la Slovenia» (Posizione 3746).

Il cappellano militare don Pietro Brignoli, aggregato al 2° reggimento della divisione di fanteria Granatieri di Sardegna, così descrive, in data 23 luglio 1942, l’attacco al paese di Kotel e il risultato delle fucilazioni e delle razzie: «Come lasciammo quel disgraziatissimo paese! Lo abbandonammo con una turba di vecchi senza figli, di donne senza mariti, di bambini senza padri, tutta gente impotente, in gran parte privata anche delle case, che erano state bruciate, completamente priva di mezzi di sussistenza (stalle, pollai, campi: tutto era stato spogliato), li lasciammo ignudi a morire di fame» (Posizione 3882).

 

 

La Commissione mista italo-slovena (1993-2000)

Per sette anni, quattordici storici sloveni e italiani hanno cercato di ricostruire insieme la storia delle relazioni fra l’Italia e il popolo sloveno, privilegiando gli anni fra 1880 e 1956. Rivisitando il periodo fascista, per esempio, gli studiosi scrivevano concordemente: «L’impeto snazionalizzatore del fascismo andò però oltre la persecuzione politica, nell’intento di arrivare alla “bonifica etnica” della Venezia Giulia […]. Vero è che nella medesima epoca la maggior parte degli Stati europei mostrava scarso rispetto per i diritti delle minoranze etniche presenti sul loro territorio, quando addirittura non cercava in vari modi di conculcarli, ma ciò non toglie che la politica di “bonifica etnica” avviata dal fascismo sia risultata particolarmente pesante, anche perché l’intolleranza nazionale, talora venata da vero e proprio razzismo, si accompagnava alle misure totalitarie del regime. […] Ciò che infatti il fascismo cercò di realizzare nella Venezia Giulia fu un vero e proprio programma di distruzione integrale dell’identità nazionale slovena e croata.

Affrontando il periodo successivo, quello che va dal 1941 al 1945, e che tocca due punti dolenti, l’annessione italiana della parte meridionale della Slovenia e le stragi di italiani nell’autunno 1943 e nella primavera-estate 1945, i quattordici storici fornivano, per il primo episodio, questa versione: «Sulle prime l’aggressore fascista aveva previsto di soggiogare gli sloveni grazie ad un’asserita superiorità della civiltà italiana, perciò il regime d’occupazione inizialmente instaurato dalle autorità italiane fu piuttosto moderato». Quando, successivamente, il Fronte di liberazione sloveno decideva di avviare la resistenza contro gli occupanti, «Mussolini rispose trasferendo i poteri dalle autorità civili a quelle militari, che adottarono drastiche misure repressive. […] Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi. I deportati furono approssimativamente 30.000, per lo più civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti».

Il tema altrettanto delicato delle stragi degli italiani nelle foibe o altrove, sul quale per troppo tempo si è mantenuto un colpevole silenzio o se ne è fatto un uso squisitamente politico, veniva esaminato dai membri della Commissione mista con molta serenità e responsabilità. Le uccisioni degli italiani nell’autunno 1943 venivano interpretate come «eccidi perpetrati non solo per motivi etnici e sociali, ma anche per colpire in primo luogo la locale classe dirigente, e che spinsero gran parte degli italiani della regione a temere per la propria sopravvivenza nazionale e per la loro stessa incolumità».

Sulle più vaste e sanguinose repressioni della primavera-estate 1945, i quattordici storici giungevano a questa conclusione: «I giuliani favorevoli all’Italia considerarono l’occupazione iugoslava come il momento più buio della loro storia, anche perché essa si accompagnò nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano ad un’ondata di violenze che trovò espressione nell’arresto di molte migliaia di persone […], in centinaia di esecuzioni sommarie immediate – le cui vittime vennero in genere gettate nelle “foibe” – e nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica) creati in diverse zone della Iugoslavia […]. L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffuse nei quadri partigiani». Il rapporto veniva presentato nel luglio 2000 e suscitava commenti molto positivi. Corrado Belci, per esempio, poneva in evidenza lo «spirito di serena ricerca» che aveva animato la Commissione, l’utilità degli «incroci metodologici», e soprattutto il fatto che i due gruppi di storici avevano «compiuto uno sforzo encomiabile, senza piegare le proprie interpretazioni alle ragioni della propaganda».

Manlio Cecovini, dal canto suo, scriveva: «Si tratta di una relazione seria, che si affida, fin dove è possibile, ai fatti accertati e che lascia poco spazio alle congetture […]. Ci sono torti da entrambe le parti che possono spiegare, non certo giustificare, la violazione dei diritti elementari umani, ma io penso che, anziché esasperare le ragioni del dissidio, dovremmo imparare che su una frontiera la prima legge che si impone è quella della pacifica convivenza. Che significa: liberazione dai pregiudizi, contatti personali, rispetto di tutte le culture. Le lingue si possono imparare, la cultura non ha frontiere».

Il documento della Commissione italo-slovena costituisce, a nostro avviso, la più precisa, chiara, nobile risposta alla scellerata circolare 3C del generale Roatta. Ma ciò che sorprende è che questo testo è stato e continua a essere ignorato (Posizione 4011).

La Commissione comprendeva, per la parte italiana, Sergio Bartole, Fulvio Tomizza, Lucio Toth, Fulvio Salimbeni, Elio Apih, Paola Pagnini, Angelo Ara. In un secondo tempo, Bartole, Tomizza e Apih rinunciavano all’incarico e venivano sostituiti da Giorgio Conetti, Marina Cattaruzza e Raoul Pupo. Nella Commissione erano presenti, per la parte slovena, Milica Kacin Wohinz, France Dolinar, Boris Gombac?, Branko Marus? ic?, Boris Mlakar, Novenka Troha, Andrey Vovko. Copresidenti erano Giorgio Conetti e Milica Kacin Wohinz

Si legga anche: Pulizia etnica all’italiana, di Andrea Bobbio [Famiglia cristiana – 2004]

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