Torino tra crisi, grandi eventi e parole tabù

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1.

A leggere le edizioni locali dei quotidiani, Repubblica e La Stampa del Gruppo Gedi su tutti, pare che un nuovo Rinascimento attraversi Torino. L’epoca dei grandi eventi inaugurata con le Olimpiadi invernali del 2006 sta vivendo una nuova primavera e dà origine a un susseguirsi di appuntamenti celebrati come il segno di una città vitale, viva, esuberante e produttiva.

In effetti è difficile ricordare tutti i momenti di richiamo di questi ultimi mesi: dal carrozzone trash dell’Eurovision ai più colti Salone del Libro e Festival dell’Economia, dalla tappa del Giro d’Italia alla finale femminile di Champions League fino alla riunione dei ministri degli esteri del Consiglio d’Europa e alle ormai consolidate realtà delle finali dell’ATP di tennis e del Salone del gusto. Il centro e i parchi cittadini sono attraversati da gruppi festanti, turisti, spettatori di concerti, tifosi, golosi, responsabili-uffici stampa delle case editrici e talvolta non è facile riconoscere di quale degli eventi (spesso in contemporanea) siano partecipi. I cittadini con entusiasmo accettano i blocchi del traffico, i prati devastati dai concerti, i disagi di un centro blindato, anzi, sembrano orgogliosi di essere anche loro in qualche modo protagonisti di questo fermento: «Ho avuto tutto il giorno l’elicottero sopra casa mia», «Per raggiungere i miei ho dovuto passare dalla tangenziale», «Per dieci giorni bloccano i ponti sul Po per le riprese di ‘Fast & Furious’», ma lo dicono con l’espressione di chi è in prima linea e deve fare, senza lamentarsi, il proprio dovere. Sui giornali non passano più neppure i “routinari” colonnini che riportano i danni, i rifiuti abbandonati, le spese di risistemazione che rappresentano “l’altra faccia della medaglia” di tali eventi, articoletti un tempo quasi “da protocollo”, ma dei quali a Torino non c’è traccia a meno che non si tratti di qualche rave non autorizzato. I giornalisti locali si sentono investiti non del compito di osservare, testimoniare, raccontare il bello e il brutto di quello che accade, ma da quello di promuovere e sostenere, veri e propri “media partner” più che sentinelle critiche degli avvenimenti. D’altra parte l’establishment si è presto ricompattato attorno al nuovo sindaco Pd, Stefano Lo Russo, dopo la tempesta grillina rappresentata dall’amministrazione Appendino, archiviata in fretta come “governo degli incompetenti”. La definizione giornalistica funziona, ma uno sguardo attento fatica non poco a notare la differenza tra quella e le amministrazioni precedenti tanto che molti dei sostenitori della prima ora di quell’esperienza che pensavano innovativa o sono stati allontanati e “licenziati” o sono rimasti delusi quando si sono accorti che tale avventura politica “rivoluzionaria” si è invece ripiegata sul solito tran tran di un sistema torinese collaudato e asfittico. A essere poi pignoli si può anche notare che molta di questa effervescenza degli ultimi mesi sia in realtà stata pensata, programmata, ereditata proprio dalla giunta precedente. In ogni caso: oggi per il sentire comune Torino è rinata dal grigiore, dall’incompetenza, dall’immobilismo, dal “declino” (vera e propria parola tabù) a colpi di grandi eventi. Non si tratta qui di fare i tristoni o gli accigliati moralisti: questi appuntamenti che, piaccia o no, fanno parte della vita delle città e non solo: d’estate festival artistici e letterari (o sedicenti tali…) attraversano tutta la penisola. Qualcuno ha senso, storia, altri meno, talvolta è interessante, bello, utile parteciparvi, altre volte bisogna fuggire veloci: non è questo il punto. Per quanto riguarda Torino il fatto è che dietro a questa passerella scintillante, a questo calendario fittissimo, agli alberghi e ai ristoranti in overbooking, scompaiono le domande di fondo che ormai da decenni attraversano in modo carsico e sotterraneo la città: quale è la vocazione di Torino? Quale disegno, visione guida le sue scelte strategiche? Che cosa fa, produce, di che cosa si può occupare chi vive a Torino?

2.

Al di fuori di dibattiti tra i “soliti noti” della città e di pubblicazioni di “nicchia” o lontano dalla cerchia di gruppi molto minoritari, pare che queste domande siano state accantonate. Prevale una prospettiva di corto respiro che insegue non solo gli eventi, ma anche i finanziamenti occasionali, le possibilità urbanistiche del momento, i bisogni contingenti di questo o quello dei grandi attori economici della città, Banca IntesaSanpaolo in primis. Eppure nella realtà dei fatti Torino è una città in crisi (altra parola tabù). La popolazione urbana nel gennaio 2022 ha toccato i suoi minimi storici   (847.000 abitanti) con un decremento non compensato dai dati dell’area metropolitana che ha anch’essa visto i suoi abitanti diminuire dal 2014 a oggi. Le periferie, dopo un reale interesse tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, che ha portato a significativi miglioramenti con progetti organici quali i Piani di Riqualificazione Urbana e i progetti Urban, sono state nuovamente abbandonate a se stesse e sono pochissimi i brillantini luccicanti dei vari eventi ad essere ricaduti oltre i quartieri centrali. Il terziario legato al turismo e all’enogastronomia, spinto anche da queste iniziative, è cresciuto, tanto che la presidente dell’ASCOM (Associazione Commercianti di Torino) ha potuto annunciare con un certo orgoglio che gli addetti a turismo e commercio nel 2022 hanno di fatto pareggiato quelli che lavorano nel settore manifatturiero. Non una brutta notizia di per sé anche se resta l’interrogativo sulla qualità dei contratti di questi lavoratori, dato che si tratta di due settori che fanno ampio uso di contratti stagionali, part-time o precari. Ma il dato che in qualche modo può sorprende è proprio quello del termine di paragone, e cioè il fatto che nell’industria lavorino “ancora” 170.000 persone. Insomma: gli operai a Torino e dintorni ci sono. Questa è una realtà che si tende a dimenticare come se si avesse fretta di lasciarsi alle spalle un passato industriale, operaio, manifatturiero. Gli interrogativi, le battaglie, le questioni che i sindacati, su di tutti la FIOM, portano nella normale dialettica dei rapporti industriali o per scongiurare altre chiusure di stabilimenti o delocalizzazioni da molti torinesi sono vissuti con un moto di fastidio: «Ancora stiamo a parlare di operai? Ma vi pare che sia lì il nostro futuro?». Ma è possibile fare finta che tutto questo non esista? Mettere questi 170.000 lavoratori e le 27.000 imprese manifatturiere dell’area metropolitana ai margini del dibattito strategico sul futuro della città? All’indomani della scelta di Stellantis di realizzare la terza gigafactory europea a Termoli e non a Torino, nel luglio del 2021, il premier Mario Draghi è venuto in città per rassicurare gli amministratori locali sulla volontà del governo di sostenere il capoluogo piemontese e proprio in quell’occasione i dati su povertà e disoccupazione sono stati letti come “simili a quelli di una città del Sud”. Welfare Italia Index conferma oggi le analisi del 2020 dell’Osservatorio mercato del lavoro, secondo le quali in Piemonte un giovane su cinque tra i 15 e i 34 anni è un Neet (Neither in employment, education or training). L’ultimo Rapporto Rota del Centro di Ricerca e documentazione Luigi Einaudi, autorevole strumento che ogni anno fotografa la realtà socio-economica di Torino, è molto chiaro e lucido: «Alle spalle la città ha un decennio, forse quasi un ventennio, di tentennanti e non risolutive strategie di superamento della contraddizione multiculturale». In una parola: dopo la FIAT, il nulla.

In molti guardano con fiducia ai fondi del PNRR che distribuiranno una grande quantità di denaro. Ma lo stesso Rapporto Rota mette in guardia sui modi in cui utilizzare tali fondi ricordando come spesso sia emersa una difficoltà «a selezionare grandi priorità, tendendo invece a sollecitare […] e quindi comporre ampi cataloghi di progetti» che rischiano la dispersione e la frammentazione. O, a essere maligni, che si propongono di costruire un mosaico di clientele e alleanze. Ma, pur tralasciando i cattivi pensieri, resta il nodo di fondo: quali sono le priorità su cui concentrarsi? I disegni, le visioni, i progetti che le individuano? E soprattutto chi sta lavorando a ri-progettare Torino? Dove sono i pensatori, gli intellettuali, i visionari che animano il dibattito pubblico? Dove i luoghi, formali o informali, in cui questo dibattito si realizza? Dove, in una parola, costruire futuro?

3.

La classe politica, e forse quella dirigente in generale, della Città ha il respiro corto. Pensa all’oggi o al massimo al domani, drogata da questa rincorsa agli eventi, ai turisti, ai finanziamenti speciali: tutto va bene purché arrivino persone e denaro. L’osmosi tra le persone del ceto politico e quelle delle fondazioni, Compagnia di San Paolo e Fondazione Agnelli su tutte, fa sì che neppure questi “salvadanai” storici per la cultura e il sociale siano anche “pensatoi”, luoghi di proposta o sperimentazione in una confusione pericolosa e preoccupante di ruoli e funzioni. L’opposizione pare balbettante, flebile, a sinistra è arroccata su posizioni e simboli veterocomunisti oppure, quando ha qualcosa di importante da dire, si trova isolata se non addirittura sbeffeggiata da chi non vuole vedere e sentire null’altro che le trombe che cantano le magnifiche sorti cittadine. Fino ai primi anni ’90 la coscienza critica della città era esercitata anche dal volontariato, dal mondo del sociale, dal cosiddetto terzo settore. Il Gruppo Abele ne era l’emblema con le sue battaglie sulla prostituzione, la tossicodipendenza, le povertà. Oggi questo mondo ha assunto in città il ruolo di supplenza e di sostegno al sistema di potere tanto che alcuni dei suoi esponenti sono finiti in questa o quella forza politica. La gran parte di quel mondo è stata così cooptata nell’affrontare le criticità della Città (si pensi allo sgombero del campo Rom sulla sponda della Stura, o quello delle palazzine del Villaggio Olimpico occupate dai richiedenti asilo), o nella gestione dei vari servizi a carattere sociale o culturale, in un meccanismo di finanziamenti, concessioni, collaborazioni che ha creato dipendenza economica. Lo spirito di critica politica da parte di queste realtà si è inevitabilmente molto affievolito o è totalmente scomparso. Restano a fare sentire la propria voce le minoranze più “estreme”, dai No Tav ai gruppi ecologisti più agguerriti, da chi lotta per contratti di lavoro dignitosi, agli studenti che scendono in piazza per una scuola più giusta ed efficiente o per progetti di alternanza scuola-lavoro sensati e sicuri, ma sono spesso oggetto di una repressione poliziesca e giudiziaria che pare sproporzionata e che ha indignato numerosi osservatori e commentatori. 28 gennaio: manganellate sugli studenti delle superiori che protestavano contro l’alternanza scuola-lavoro; 1° maggio: manganellate sui riders che volevano entrare nel corteo dei lavoratori, mentre la repressione contro il movimento No Tav è storia di lungo periodo e oltre all’atteggiamento delle Forze dell’ordine, bisogna notare come la Procura di Torino abbia spesso usato l’accusa di terrorismo nei confronti di numerosi aderenti al movimento con l’intento di ottenere una lunga carcerazione preventiva dato che nei successivi gradi di giudizio tale accusa non ha mai retto. Eppure la Storia insegna come le minoranze, anche quelle estreme, pure se talvolta in modo conflittuale e confuso, sono state spesso il motore, il sale del cambiamento. È possibile ignorarne le istanze in modo così pervicace? Le questioni che portano avanti a Torino (ambiente, lavoro, scuola) contengono idee, sguardi, critiche che non sono tutte da lasciare cadere, utili sicuramente al dibattito sulla città perché risultato di ragionamenti, pensieri laterali, eccentrici, diversi, nuovi.

Torino deve svegliarsi e guardare in faccia la propria realtà. Deve essere onesta con se stessa, ascoltare tutti, anche le minoranze, non deve temere critiche. Deve fare un grande sforzo di umiltà e fantasia. Il tanto temuto declino non si ferma a colpi di ottimismo, sorrisoni, iperattivismo e di “speciali Eurovision” sui giornali. Invece in questa euforia post-Covid la maggior parte dei cittadini, con una buona dose di provincialismo, vuole credere che tutto va bene, che Torino riparte perché Zuckerberg ha pranzato al ristorante del Cambio e Blanco e Mahmood sfrecciano di notte sul monopattino in piazza Vittorio. Ma bisogna stare attenti: in questo frullatore di eventi il rischio è che si creino cortocircuiti organizzativi: vai al Festival dell’economia e ti ritrovi Jannick Sinner in un dibattito con Tito Boeri e Francesco Profumo, siedi in tribuna al PalaIsozaki e ascolti Roberto Saviano duettare con i Maneskin. Lo spettacolo ne risente.

Gli autori

Giorgio Morbello

Giorgio Morbello, insegnante, fa parte della redazione della rivista "Gli Asini" e, in precedenza, de "Lo Straniero". Collabora con "L'Indice dei libri del mese".

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One Comment on “Torino tra crisi, grandi eventi e parole tabù”

  1. ARTICOLO MOLTO INTERESSANTE, DI SCAVO STRINGATO CON RIFLESSIONI VERE ED APPROPRIATE, INTENDE E FA VEDERE LA TORINO CHE NON SI FA VEDERE QUASI MAI E CI INTERROGA SUL FUTURO.

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