Emergenza climatica e ambientale, grandi opere, TAV

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L’attuale emergenza climatica e ambientale è una priorità della specie umana, ma attualmente non lo è per le società umane. Tutte le persone qui presenti almeno una volta negli ultimi anni avranno sentito termini come “collasso ecosistemico”, “surriscaldamento globale”, “antropocene” o “capitalocene”. Questo perché sono anni ormai che la scienza e i vari gruppi ambientalisti lanciano un grido d’allarme ai governi di tutto il mondo. Grido d’allarme che le nuove generazioni, spesso accusate di indolenza, hanno sentito il dovere di fare proprio. Per quanto ormai le società considerate più avanzate se lo siano dimenticato, la nostra specie dipende indissolubilmente dagli ecosistemi che ci circondano e la nostra sopravvivenza dipende dalla loro. There is no Planet B.
Se non si inizierà a considerare a tutti i livelli l’emergenza climatica come una vera emergenza, non ci saranno lockdown o distanziamento sociale sufficienti per garantirci la sopravvivenza.

L’emergenza nella quale noi ci siamo catapultate e catapultati, detto in modo molto semplicistico, deriva dai livelli massicci di emissioni che produciamo, le quali a loro volta dipendono dalle abitudini consumistiche delle società più “avanzate”. Consumiamo, per poter produrre, in modo tale da consentire a chi produce di consumare, in un circolo perverso nel quale le emissioni sono la costante volontariamente ignorata.

Durante il lockdown imposto dalla pandemia di Covid-19 più volte è stato ripetuto come la speranza fosse quella di tornare a produrre, più velocemente di quanto non si facesse, per far ripartire la crescita. Il problema è che, fintanto che si considererà la crescita come derivante dal livello di consumi (e quindi dalle emissioni), il suo aumento, paradossalmente, ci avvicinerà sempre più velocemente al baratro. Ancor più di recente, a dimostrazione che un po’ tutto il mondo è paese, a livello europeo si era partiti dalle migliori pretese a livello ambientale, per poi arrivare a un risultato che può essere descritto con le parole di Greta Thunberg: breadcrumbs, briciole.

In tutto questo, come si inseriscono le grandi opere, e più specificatamente per motivi geografici, la Nuova Linea ferroviaria Torino-Lione? Per non essere eccessivamente ripetitivi, ci teniamo a premere sul fatto che anche la Corte dei Conti Europea afferma come l’attuale progetto non presenti delle previsioni di recupero delle emissioni nette realisticamente rapportabili con il livello di traffico che si avrebbe. Secondo l’attuale progetto, il recupero netto di emissioni inizierà ad avere un trend positivo solo dopo il 2055, cinque anni in ritardo rispetto al termine ultimo per ridurre le emissioni in modo sufficiente a mantenere il surriscaldamento globale a +1.5° C ed evitare drammatiche conseguenze per l’umanità. Ovviamente queste previsioni si verificheranno esclusivamente se i livelli di traffico descritti nell’attuale progetto verranno soddisfatti, cosa che però la Corte dei Conti Europea non crede. Maggiori saranno le differenze tra i livelli di traffico attesi e quelli reali al compimento dell’opera, più lontano nel futuro sarà il momento in cui il peso climatico dell’opera verrà bilanciato.

La Nuova Linea Torino-Lione non ha alcun tipo di beneficio ambientale o climatico. Chiunque continui a ripeterlo o ha scelto di non capire oppure tra le sue priorità non ha quella della lotta all’emergenza climatica e, di conseguenza, della sopravvivenza delle generazioni future.

L’obbiettivo dell’umanità non deve essere quello di sostituire il trasporto di merci su gomma con il trasporto su rotaia, ma di ridurre il trasporto di quelle merci, consentendo alla società di ricominciare a fare affidamento sulle risorse che i territori che abita hanno da offrire. Durante il lockdown abbiamo sperimento quanto molti dei nostri consumi pre-Covid fossero in realtà superflui e non valessero quanto la nostra salute a rischio. È necessario continuare in quella direzione, perché la nostra salute e il nostro futuro sono a rischio. Le grandi opere non trovano posto in questo percorso su cui dobbiamo tornare. Le grandi opere aiutano pochi, ma nella lotta all’emergenza climatica, svantaggiano tutti. Abbiamo ancora pochi anni per capirlo e cambiare rotta. Se non dovesse accadere, queste enormi opere di cui ora tanto andiamo fieri, rimarranno solo come monito per chi abiterà il pianeta dopo di noi.

(*) È il documento presentato da Fridays for Future Piemonte al seminario “Grandi opere. Illusioni, inganni, alternative” organizzato a Torino il 23 luglio 2020 da Centro Studi Sereno Regis, Controsservatorio Valsusa e Volere la luna (per la cui registrazione integrale vedi http://www.controsservatoriovalsusa.org/175-grandi-opere-illusioni-inganni-alternative#registrazioni).