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“Dalla parte di Abele”, anche a Gaza. Appello di un gruppo di evangelici italiani

Quanto sta accadendo a Gaza è di una gravità inaudita. L’equidistanza, in questi giorni di strage, non è più possibile perché ha il solo effetto di avallare le scelte del più forte. Per questo, come cristiani evangelici, non possiamo tacere. L’azione militare in corso a Gaza, ma anche in Cisgiordania, è sproporzionata, crudele, disperata.

Dopo il 25 aprile: fuori dalle convenzioni e dai riti

È stato, a Milano, un grande 25 aprile. Persino la questura ha dovuto pronunciare, a denti stretti, il numero di 100mila. C’erano ampie rappresentanze delle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, ma a fare da traino erano gruppi eterogenei, uniti da slogan e striscioni inusuali e inediti, inneggianti all’anti-fascismo militante e al sostegno alla Palestina. Non è stato un déjà vu: bisogna saperlo e volerlo leggere.

Per amore di Israele: l’ultimo libro di Raniero La Valle

Il conflitto israelo-palestinese è insolubile se non si scioglie il nodo della identificazione tra fede e Stato che rende la Palestina un diritto naturale e religioso per il solo popolo ebraico. Per uscirne bisogna che Israele cambi mentalità. E altrettanto deve fare Hamas. È quanto sostiene, nel suo ultimo libro, Raniero La Valle ricordando, con Kant, che non occorre un’umanità di angeli: basta un’umanità di diavoli, ma intelligenti.

Edward Said, preludi alla trappola di Gaza

Gli scritti di Edward Said di 20 anni fa sulla Palestina sono quanto mai attuali. Fin da allora Said denunciava l’impraticabilità, dopo il fallimento degli accordi di Oslo, del progetto di due Stati e l’impossibilità, prodotta dalla politica di Israele, di un solo Stato con parità di diritti per tutti. Le sue analisi non sono state ascoltate e l’acritica adesione dell’Occidente alla narrazione sionista ha portato all’attuale situazione senza sbocchi.

Le parole della guerra

Da sempre, dai tempi di Tucidide, la guerra si combatte anche con la propaganda e ha bisogno di “cambiare il significato consueto delle parole” per rendere accettabile ciò che non lo è. È il caso, oggi, di parole come autodifesa, lotta al terrorismo e antisemitismo, usate in modo improprio per legittimare condotte indifendibili, o come occupazione, apartheid, boicottaggio, che si vorrebbero cancellate dal vocabolario.

«In solidarietà con il popolo e gli scrittori palestinesi non parteciperemo al PEN World Voices Festival»

«In Palestina Israele ha ucciso giornalisti, poeti, romanzieri e scrittori. Ha distrutto quasi tutte le forme di infrastrutture culturali che sostengono la pratica della letteratura, dell’arte e della libertà di parola, bombardando università, centri culturali, musei, biblioteche e centri stampa. Eppure il PEN America tace o minimizza. Per questo la nostra coscienza ci impedisce di partecipare al festival PEN World Voices di quest’anno».

Israele e Palestina: con la lingua dell’altro

Dopo il massacro palestinese perpetrato il 7 ottobre scorso e la smisurata rappresaglia israeliana tuttora in corso, le parole della pace sono diventate impronunciabili e sembra impossibile trovare una lingua comune tra israeliani e palestinesi (e non solo). Eppure è necessario, almeno per chi vuole la pace. Un aiuto in questa direzione viene da due recenti e importanti traduzioni, una dall’inglese e una dall’ebraico.