Alberto Negri è stato inviato speciale di "Il Sole 24 Ore" per il Medio Oriente, l'Africa, l'Asia centrale e i Balcani dal 1987 al 2017. In tale qualità ha seguito i principali eventi politici e di guerra degli ultimi 30 anni, dal conflitto Iran-Iraq all'Afghanistan, dalle guerre dei Balcani a Baghdad 2003, dall'Algeria 1991 alla Siria 2011-2016, dalla Tunisia 2011 alla Turchia. Collabora attualmente a “Il manifesto”.
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La strategia americana, avviata dopo gli accordi di Abramo del 2020, puntava a isolare l’Iran, frenare l’espansione della Cina, preservare la preminenza di Israele e controllare i principali corridoi energetici e commerciali. Di questi obiettivi l’unico rimasto fuori discussione è la centralità israeliana. Tutto il resto sta rapidamente franando e gli stessi equilibri geopolitici del Medio Oriente vacillano.
Trump, dopo la batosta nel Golfo, è messo male: non riesce a fare la pace con i nemici e neppure con gli amici, a cominciare da Netanyahu. Il suo è un fallimento geopolitico accompagnato da grandi mutamenti, che vedono vincente soprattutto la Cina. Si spiega così il teatrino di Evian dove Trump appariva abbacchiato e irritato allo stesso tempo. A farne le spese non è solo la, a sua volta, impresentabile Giorgia Meloni.
C’è qualche cosa di paradossale in questa quarta guerra Golfo. Mente gli obiettivi dell’Iran sono chiari (la sopravvivenza del regime e la tutela del Libano degli Hezbollah e del Mar Rosso degli Houthi), l’alleanza tra Usa e Israele proietta messaggi sempre più contraddittori e tra Netanyahu e la Casa bianca c’è una frattura evidente. E, forse, la guerra e pace dipendono anche dalle contorsioni di un leader ormai imbarazzante.
Oggi gli Usa di Trump, spinti dal delirante progetto di Grande Israele, si sono impantanati, in Iran, in un conflitto vitale che sta assorbendo miliardi di risorse militari e fornisce a Pechino nuovi vantaggi. Trump sperava, con il viaggio in Cina, di ottenere un appoggio per uscire dall’impasse. Ma Xi Jinping si è ben guardato dall’accordarlo e, intanto, tesse i suoi rapporti per essere protagonista nel nuovo ordine mondiale.
Quel che accade nello Stretto di Hormuz è esemplare. Il prezzo del barile di petrolio sale alle stelle ed emerge la follia di due leader, Trump e Netanyahu, che non si rendono più conto delle proprie azioni e si dibattono nel caos che hanno provocato senza sapere come uscirne. Il 14 maggio ci sarà a Pechino un vertice cruciale per i rapporti commerciali e strategici tra Usa e Cina e Trump ci arriva da presidente dimezzato.
La guerra contro l’Iran, cominciata da Tel Aviv, è la dimostrazione che Israele, forte del sostegno degli Stati Uniti e della complicità dell’Europa, si sente libero di far ciò che vuole. L’impero sionista, dotato di centinaia di testate nucleari, è uno degli stati più pericolosi al mondo ma noi facciamo finta di niente. Ce ne accorgeremo presto quando deciderà di far fuori la Turchia di Erdogan per l’egemonia in Medio Oriente.
Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un’altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia. Ormai lo abbiamo imparato: il bottino di quelle guerre non è la democrazia e lo sviluppo dei popoli ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo sulle risorse del Medio Oriente.
Come costruire un nuovo ordine contro l’“Onu di Trump”, fatto da miliardari e criminali di guerra seduti nel “Board of Peace per Gaza”? Come dare voce e rappresentanza a valori come i diritti umani e l’autodeterminazione dei popoli? È lo scenario dei prossimi anni su cui qualche scorcio ha offerto a Davos il premier canadese Mark Carney.
La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella ogni riferimento a uno Stato palestinese e si limita a evocare un vago “percorso verso l’autodeterminazione”. Israele è assolto dal genocidio, ogni decisione passa sulla testa dei palestinesi, la pace è la pura conferma del predominio incontrastato degli Stati Uniti. È un copione già visto, la cui fine è nota.
L’interrogativo è se quello di Trump è un piano di pace o per proseguire la guerra. Il dubbio ci assale per una frase inquietante pronunciata dal presidente americano in sintonia con Benjamin Netanyahu: se Hamas rifiuterà il piano, Israele avrà «il sostegno totale degli Stati Uniti» per proseguire la sua guerra. Non solo, ma il piano è un insulto a ogni principio del diritto internazionale e affossa ogni embrione di Stato palestinese.