Disillusi e incarogniti davanti alle urne

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Il livore competitivo che, in breve tempo, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, l’individualismo liberista aveva saputo ingenerare negli italiani è ben poca cosa a confronto della degradazione, dell’avvilimento o dell’incarognimento suscitato in essi dalla pandemia, nel post-Covid. Questa l’amara conclusione che si può trarre dopo essersi ingenuamente cullati nell’illusione che le pesanti restrizioni esistenziali avrebbero migliorato i rapporti fra gli esseri umani. Anche allora, nel dopoguerra, e per lunghi trent’anni, si era realmente creduto nella possibilità di migliorare la società e gli individui, sebbene la storia non avesse affatto sanato le profonde ferite aperte dai due conflitti mondiali, non avesse saputo degnamente fare e chiudere i conti con il tremendo passato. Ad ogni modo, sia da un lato quel trentennio di politiche sociali, tese a democratizzare le coscienze fascistizzate, sia dall’altro il protrarsi a macchia di leopardo del conflitto tra le due superpotenze, incapaci di appianare gli effetti deleteri delle loro differenze ideologiche, avevano tuttavia determinato, specie nelle nuove generazioni, un desiderio di pace, di amore, di fratellanza e soprattutto di uguaglianza, desiderio che era riuscito a diffondersi grazie alla contestazione giovanile del ’68 e al movimento di controcultura hippy.

Questo spirito di uguaglianza è stato rapidamente soffocato dal liberismo individualistico e competitivo attraverso lo sviluppo selvaggio del capitalismo, il quale a partire dagli anni Ottanta ha fatto credere in un benessere facile, mentre in realtà era solo frutto di un pesante indebitamento, specie in paesi velleitari come l’Italia. Su questo insano indebitamento si fondava l’ostentazione della ricchezza negli yuppie, nei carrieristi, ma anche nelle persone comuni, sempre più vittime dell’individualismo competitivo. Ora, infatti, non si era più uguali agli altri, non si voleva più essere come gli altri, con le stesse buste paga, con quelle medesime aspirazioni che si cercava di realizzare anche con l’emigrazione. No, ora ci si voleva stranamente differenziare, si voleva a tutti i costi essere diversi: non solo non si voleva essere come gli altri, ma si voleva essere meglio – non migliori – ma meglio degli altri, più ricchi, più felici, più sani degli altri. Illudendosi appunto che il bene consistesse nel meglio. Più che l’essere ora contava l’apparire. E in funzione di questa appariscenza il sistema economico riconvertiva la produzione per darle più corpo, radicando così l’intera Repubblica non sul lavoro, ma su questa ricchezza apparente, frutto di una carriera fulminante. Il lavoro stesso, fonte di ogni ricchezza reale, non solo si delocalizzava, ma si dematerializzava, l’economia si finanziarizzava e le finanziarie crescevano come funghi assieme alle banche persino in paesini di poche anime. In cima alle preoccupazioni degli italiani non c’era più il tanto sospirato lavoro, bensì il denaro (il “re del mondo” lo definiva Franco Battiato nel 1979), sicché ci si ingegnava non già a creare e a conservare il proprio lavoro, ma ad ottenere il denaro in tutti i modi possibili, anche illeciti. Anzi, più si riusciva a muoversi nell’illecito e nel torbido e più dalla nuova e sempre più ampia classe di falsi arricchiti si veniva considerati importanti e misteriosi uomini d’affari.

Non passò molto però – diciamo un decennio – per vedere all’inizio degli anni Novanta le prime crepe in questo sistema economico-finanziario costruito dentro una grossa bolla. Ampollosità che preannunciava l’ingresso nell’epoca della post-verità globalizzata, vale a dire della legittimazione della menzogna a livello dei governi e delle guerre che intanto, con il sostegno imprescindibile dell’industria bellica, si facevano scoppiare per il controllo di zone ricche di fonti energetiche. Gonfiezza che deflagrò definitivamente ancora una quindicina d’anni dopo, nel 2008, riportando le persone all’originaria povertà; anzi, impoverendone ancora di più, perché a pagare il prezzo di questa disillusione generale ora non era più il solito proletariato (ormai non soltanto quasi invisibile in questa smodata ostentazione di benessere impiegatizio, ma anche paradossalmente senza più prole), era anche la così tanto decantata e vezzeggiata classe media, specie al momento delle elezioni. Quel ritorno alle umili origini – delle quali ora però sia gli stessi operai sia il ceto medio continuano a vergognarsi, perché il degrado in cui sono costretti a vivere gli immigrati che li circondano riflette quella miseria da cui essi pensavano di essersi definitivamente allontanati e alla quale perciò non vorrebbero più essere ricondotti –, quel ritorno alla povertà, dunque, non riesce però a cancellare del tutto lo spirito individualista e competitivo che era stato dapprima insufflato (dal thatcherismo) e in seguito consolidato (dal berlusconismo), riuscendo a frammentare, a indebolire e ad avvelenare quella società nella quale prima le persone si riconoscevano l’una nell’altra. Anzi, questa decadenza ne ha ulteriormente accresciuto l’acredine, la cattiveria. Con la pandemia questo cinismo livoroso è divenuto anche insofferenza, istintiva diffidenza, paura irragionevole dell’altro, aperta xenofobia. Più che ingentilito, insomma, il genere umano pare, al contrario, essersi incarognito. Solo delle carogne, infatti, possono pensare di utilizzare questa paura e questa diffidenza per mettere le persone le une contro le altre in una di quelle maledette guerre fra superpotenze, come pure nelle squallide competizioni elettorali.

È proprio così infatti, con un tale livello di incarognimento, cresciuto come malerba anche nelle stanze della politica, che a breve, tra poco più di un mese, gli italiani si recheranno alle urne per eleggere qualcuno che saprà forse non contenere, ma dar libero sfogo alla rabbia, all’odio insensato che hanno fin qui accumulato e che ogni tanto schizza fuori incontenibile da qualche parte.

Gli autori

Franco Di Giorgi

Ha Insegnato per due decenni filosofia e storia presso il Liceo scientifico "A. Gramsci" di Ivrea. La sua riflessione si muove tra filosofia (Aporia, 2004), memorialistica (concentrazionaria e resistenziale) (Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, 2004; A scuola di Resistenza, 2006), esegesi biblica (Giobbe e gli altri, 2016; Il Luogo della Vita. Riflessioni sul Vangelo di Tommaso, 2018) ed estetica (letteraria e musicale) (Tolstoj, Flaubert, Rilke, Proust, Ibsen, Pergolesi, Vivaldi, Beethoven, Rachmaninov, Mahler). Tra le riviste che hanno ospitato i suoi scritti: Testimonianze, Fenomenologia e Società, Paradigmi, Interdipendenza, Nuova Rivista Musicale Italiana, Israel, Historia Magistra...

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