Carceri, il coraggio che non c’è

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Va bene, non facciamolo per filantropia, e tantomeno per un senso di appartenenza alla medesima comunità umana. Va bene, non facciamolo per questo, dal momento che per molta parte dell’opinione pubblica i detenuti non hanno diritto ad avere diritti: e non va riconosciuta loro quella dignità che è la qualità essenziale della persona. Se così stanno le cose, e la richiesta di salvare la pelle dei detenuti non trova massicci consensi, pensiamo almeno alla tutela della salute pubblica: quella, cioè, di tutti noi. Come ha scritto il New York Times, con l’esplosione della pandemia, le condizioni inumane delle carceri rappresentano un pericolo per ogni americano. È palese, infatti, che una cella – una cella chiusa e affollata – costituisce un formidabile incentivo alla diffusione del coronavirus.

Nel corso del 2019 l’Associazione Antigone ha potuto visitare oltre la metà degli istituti penitenziari e ha rilevato come, nel 50% dei casi le celle fossero prive di acqua calda e di docce; e come il sovraffollamento medio sfiorasse il tasso del 120% della capienza regolamentare e, in alcune carceri, raggiungesse il 190%.

Soprattutto, in simili ambienti la convivenza e la prossimità diventano immediatamente promiscuità coatta, intimità forzata e soffocante, addensarsi e sovrapporsi di corpi, liquidi e secrezioni, eiezioni e sudori. Questo fa del sistema penitenziario una cellula patogena e un potenziale focolaio di infezione assai più pericoloso di altre strutture che accolgono rilevanti aggregazioni di individui. In questo quadro il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria comunica che vi sarebbero dieci detenuti risultati positivi al Covid-19, ma da molti istituti arrivano ulteriori segnalazioni.

Le domande conseguenti sono: come trattare i compagni di stanza o di sezione di un positivo? Come realizzare la quarantena? E ciò che più inquieta è quanto potrà accadere nei prossimi giorni e settimane, tenuto conto del periodo di incubazione e del quotidiano movimento del personale (poliziotti penitenziari e amministrativi) che avviene in condizioni di carente sicurezza sanitaria. Il provvedimento deciso dal governo dimostra che vi è consapevolezza di questo rischio, ma segnala anche una preoccupante assenza di lucidità e coraggio.

Il decreto legge approvato in Consiglio dei ministri dispone che i detenuti in semilibertà potranno restare a dormire fuori dal carcere fino alla fine di giugno. Per quanto riguarda l’esecuzione della pena a domicilio si ricorre a una legge già esistente dal 2010 e le si dà una nuova veste, prevedendo che i condannati fino a 18 mesi possano scontare la pena ai domiciliari. Vengono esclusi i condannati per reati ostativi, i delinquenti abituali, professionali o per tendenza, o quelli sprovvisti di un domicilio idoneo. Inoltre non potranno accedere alla misura coloro che nell’ultimo anno hanno ricevuto una sanzione disciplinare o che hanno partecipato alle ultime rivolte. Per un verso, rispetto alla legge precedente, sono state accelerate e agevolate le procedure, per altro verso – con un soprassalto di ignavia – si sono frapposti ulteriori ostacoli e introdotte nuove esclusioni.

La proiezione statistica del governo dice che, in virtù di tale provvedimento, usciranno dal carcere circa 3 mila detenuti sugli oltre 60 mila ma le stime parlano di numeri assai più contenuti, forse appena poche centinaia. Il sindacato della Polizia Penitenziaria, SINAPPE, non certo sospettabile di lassismo, afferma che quelle misure sono “ben poca cosa” e propone una politica che valorizzi le misure alternative e l’esecuzione penale esterna. Non stupisce che un simile programma coincida largamente con quello elaborato da tutte le associazioni di tutela dei diritti dei detenuti, dal coordinamento dei garanti regionali e dal garante nazionale delle persone private della libertà. E ciò riguarda sia la prospettiva di medio periodo sia l’intervento urgente in questa fase di gravissima emergenza (vedi https://volerelaluna.it/commenti/2020/03/09/le-nostre-prigioni-lindulto-necessario/).

In proposito Emilia Rossi, del Collegio del Garante nazionale, così ha dichiarato a il Dubbio: «Per decongestionare rapidamente le carceri, le uniche misure efficaci sono l’applicazione della liberazione anticipata speciale, i domiciliari, la licenza per i semiliberi». In tal modo si potrebbe arrivare a far uscire dal sistema penitenziario circa 15 mila detenuti, realizzando così un vero e proprio programma di sanificazione degli ambienti e quelle misure precauzionali oggi rese impossibili dalla abnorme congestione degli spazi vitali. In carcere, ricordiamolo, il “distanziamento sociale”, richiesto dal governo, non si calcola attraverso la misura di “almeno un metro”, ma attraverso il ritmo dei fiati. Sentiamo ripetere in queste ore: «Non è tempo di mezze misure». È vero, è il momento della lungimiranza e non della pavidità. Dopotutto, l’Iran del dispotismo teocratico ha liberato 85 mila detenuti.

L’articolo è tratto da “la Repubblica”, 19 marzo 2020

 

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