Tra Libano e Israele un accordo asimmetrico e impraticabile

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Il 26 giugno 2026 Libano, Israele e Stati Uniti hanno sottoscritto un accordo finalizzato alla cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah, esito di una serie di round negoziali avviati il 14 aprile dello stesso anno e dell’intesa raggiunta tra Washington e Teheran il 19 giugno. Mentre il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha presentato l’accordo come un’«occasione storica e irripetibile», fortemente voluta dal presidente Donald Trump, il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, lo ha definito «umiliante e vergognoso, un attentato alla sovranità del Paese». Sebbene gli incontri tra le rappresentanze diplomatiche dei due Paesi costituiscano un fatto inedito e, almeno sulla carta, un segnale incoraggiante per una possibile normalizzazione delle relazioni bilaterali, l’accordo raggiunto appare nel complesso fortemente sbilanciato a favore di Israele. Per il Libano esso rischia infatti di tradursi, sotto diversi profili, in una vera e propria trappola. Vediamone le ragioni.

L’accordo si articola in quattordici punti ed è stato negoziato tra Libano, Israele e Stati Uniti. Le parti si impegnano formalmente a porre fine alle ostilità e a procedere al graduale ritiro delle rispettive forze combattenti – le Israel Defense Forces (IDF) e Hezbollah – dal Libano meridionale, al fine di ristabilire la piena sovranità di ciascuno Stato sul proprio territorio. Tuttavia, come si vedrà, le disposizioni dell’accordo e i meccanismi previsti per la sua attuazione risultano fortemente asimmetrici e finiscono per penalizzare il Libano.

Il fulcro dell’accordo risiede nella questione del disarmo di Hezbollah. Il Governo libanese procederà al disarmo della milizia sciita, mentre Israele si impegna, in cambio, a ritirare le proprie forze dai territori e dalle postazioni occupate nel Libano meridionale. L’accordo demanda all’esercito libanese la responsabilità del disarmo di Hezbollah, subordinando il ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale al previo smantellamento delle infrastrutture militari del Partito di Dio e al completo disarmo delle sue milizie. In questo modo, l’adempimento degli obblighi da parte di Israele viene di fatto condizionato al raggiungimento di un obiettivo che ricade interamente sullo Stato libanese. Già questo aspetto appare di per sé problematico. La questione del disarmo di Hezbollah è infatti sul tavolo da decenni e rappresenta uno dei nodi più complessi della politica libanese per diverse ragioni. In primo luogo, l’esercito libanese non dispone né delle risorse materiali né del capitale politico e della legittimazione necessari per portare a termine un’operazione di tale portata. Le difficoltà di questo processo erano già emerse prima dello scoppio del conflitto, quando erano stati avviati i primi tentativi di limitare le capacità militari di Hezbollah. Tali iniziative avevano evidenziato quanto fosse complesso procedere al disarmo del movimento. A ciò si aggiunge la composizione confessionale dell’esercito libanese, che riflette la pluralità della società libanese e che potrebbe esporre le forze armate al rischio di profonde tensioni qualora fossero chiamate a confrontarsi militarmente con miliziani provenienti dalle stesse comunità sciite presenti al loro interno. In secondo luogo, l’esercito libanese soffre di gravi carenze in termini di equipaggiamento, risorse e capacità operative. Pur svolgendo un ruolo essenziale nella sicurezza interna del Paese, esso non dispone delle capacità militari necessarie per sostenere un confronto diretto con una formazione come Hezbollah, che nel corso degli anni ha sviluppato una struttura militare altamente organizzata, ben equipaggiata e dotata di una significativa esperienza di combattimento.

Un ulteriore elemento fortemente problematico dell’accordo è l’assenza di una chiara tabella di marcia per il ritiro delle forze israeliane e per l’istituzione delle cosiddette zone pilota, ossia le aree nelle quali l’esercito libanese dovrebbe progressivamente assumere il controllo in sostituzione delle IDF. L’accordo, tuttavia, non specifica né quali siano le aree interessate né le tempistiche entro cui tale processo dovrebbe essere completato. Infine, l’accordo prevede che il Libano rinunci a promuovere, dinanzi a organi giurisdizionali nazionali e internazionali, procedimenti relativi ai presunti crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità commessi da Israele durante il conflitto. Tale disposizione comporta, sul piano pratico, la rinuncia a ogni possibile forma di accertamento delle responsabilità e di risarcimento o riparazione a favore delle vittime civili.

L’accordo appare dunque caratterizzato da un elevato grado di genericità e da una marcata asimmetria, risultando nel complesso fortemente sbilanciato a favore di Israele. Mentre il Libano assume obblighi puntuali e immediatamente esigibili – primo fra tutti il disarmo di Hezbollah – gli impegni israeliani risultano sostanzialmente subordinati all’adempimento delle obbligazioni assunte dalla controparte. In particolare, sia il ritiro dalle cosiddette zone pilota sia il completo ritiro dal Libano meridionale sono condizionati al preventivo conseguimento degli obiettivi previsti a carico dello Stato libanese. A ciò si aggiunge un’ulteriore criticità evidenziata dal leader druso Walid Jumblatt. Secondo quest’ultimo, l’accordo trascura il quadro giuridico delineato dall’Accordo di armistizio del marzo 1949, successivamente richiamato dagli Accordi di Ta’if, che definiva con chiarezza il regime della frontiera tra Libano e Israele. Per questa ragione, Jumblatt ha definito l’intesa «trilaterale nella forma, ma unilaterale nella sostanza», sottolineando come essa finisca per riflettere prevalentemente gli interessi israeliani e statunitensi.

L’accordo negoziato dalla diplomazia libanese ha incontrato il netto rifiuto di Hezbollah, che, pur essendo il principale attore coinvolto nel conflitto, è rimasto escluso dal tavolo negoziale. Diversi esponenti del movimento hanno denunciato l’intesa come una grave violazione della sovranità nazionale e hanno evocato il rischio di una profonda frattura interna, fino a prospettare lo spettro di una nuova guerra civile. All’indomani della firma dell’accordo, membri e sostenitori di Hezbollah sono scesi in piazza a Beirut per manifestare il proprio dissenso nei confronti dell’intesa.

Sul piano politico, l’accordo ha ulteriormente accentuato la polarizzazione del quadro libanese. Le forze riconducibili alla coalizione dell’8 Marzo – tra cui Hezbollah, Amal e i loro alleati – ne hanno respinto integralmente i contenuti, opponendosi in particolare alle disposizioni sul disarmo di Hezbollah e accusando il Governo di aver di fatto consegnato il Libano meridionale a Israele. Di segno opposto è stata invece la reazione delle principali forze maronite e dei partiti tradizionalmente vicini al fronte del 14 Marzo. Sami Gemayel, leader del partito Kataeb, Samir Geagea, alla guida delle Forze Libanesi, e Michel Moawad, leader dell’Independence Movement, hanno accolto favorevolmente l’accordo, considerandolo un passaggio necessario per riaffermare il monopolio statale della forza e creare le condizioni per una pace stabile e duratura tra Libano e Israele. Mentre scriviamo, sono in corso a Roma ulteriori round negoziali volti a definire le modalità del ritiro israeliano da due delle cosiddette zone pilota (una a sud di Nabatiye e l’altra nella regione di Wazzani) e a consolidare il cessate il fuoco.

Nonostante la firma dell’accordo, le ostilità non sono tuttavia cessate. Israele ha continuato a condurre operazioni militari nel Libano meridionale, ostacolando di fatto il ritorno degli sfollati nelle aree di provenienza e impedendo a gran parte della popolazione di fare rientro nelle proprie abitazioni, o in ciò che ne rimane. Il Paese appare oggi profondamente diviso. Se nelle regioni centrali e settentrionali si registra un lento e faticoso tentativo di ripresa della vita quotidiana, il Libano meridionale continua a essere teatro di operazioni militari e di bombardamenti che hanno provocato la distruzione di interi villaggi, gravi danni alle aree agricole e alle infrastrutture civili e un elevato numero di vittime e sfollati. Allo stato attuale, non sembra che l’accordo raggiunto sia in grado di contribuire in modo significativo al superamento di questa situazione. Al contrario, esso sembra aver accentuato le divisioni del quadro politico libanese, alimentando una rinnovata polarizzazione delle appartenenze e delle posizioni confessionali.

Gli autori

Rosita Di Peri

Rosita Di Peri è ricercatrice presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino dove svolge la sua attività di insegnamento. Studia le dinamiche politiche della regione medio orientale con particolare attenzione al Libano, un paese che frequenta regolarmente da quindici anni. Da ultimo si è particolarmente dedicata alla situazione di marginalizzazione della comunità cristiano-maronita e al suo impatto sul sistema politico.

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