Amburgo, autunno 2016. Undici giocatori del St. Pauli con la maglia numero 23 e il nome Naki disputano una partita del campionato tedesco. Sugli spalti una distesa fittissima di cartelli uguali: “Naki”. Lungo un intero lato del campo, uno striscione chilometrico: Deniz Naki einer von uns (Deniz Naki uno di noi). Naki, già attaccante del St. Pauli, era allora il giocatore di punta dell’Amedspor di Diyarbakir, la “capitale” del Kurdistan in Turchia, che i kurdi chiamano con il nome originario di Amed. Dal settembre 2015 al febbraio 2016, per cento giorni, Amed aveva resistito alla feroce invasione dell’esercito turco seguito al tradimento da parte del presidente Erdogan degli accordi negoziali con il leader della resistenza Abdullah Öcalan (in carcere) e alla dichiarazione di autogoverno delle città kurde. Nel corso delle devastanti operazioni militari, dopo un’importante vittoria, Naki aveva dichiarato: «Questo successo è per i morti e feriti durante la repressione nella nostra terra, che dura da più di 50 giorni. Siamo fieri di essere una piccola luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Viva la libertà». In seguito a quella dichiarazione Naki aveva ricevuto dalla Federcalcio turca una squalifica e una multa pesantissime, e aveva subito ripetute aggressioni. La manifestazione del St. Pauli voleva dimostrare la solidarietà dei giocatori e dei tifosi per quella squalifica, i processi e gli attentati.
Deniz Naki, che porta tatuato su un avambraccio la parola Azadì (Libertà) e sulla mano il volto di Che Guevara, è nato in Germania da genitori kurdi immigrati, perseguitati in Turchia. Annovera decine di presenze nella nazionale tedesca giovanile e poi passa al St. Pauli, squadra nota per essere antifascista e inclusiva. Nel corso della sua carriera calcistica (ora ha 37 anni) torna in Turchia e gioca in due squadre di serie A per poi passare per scelta politica all’Amedspor. Più volte prende posizione contro Ankara, in sostegno di Kobane, città simbolo della guerra kurda contro l’Isis e di Afrin, il cantone kurdo-siriano occupato da forze islamiste al servizio della Turchia. Tornato in Germania, sfugge a un gravissimo attentato a colpi di arma da fuoco mentre viaggia in autostrada nei pressi di Duren, la sua città, e indica come mandante “lo Stato profondo” turco. Il calciatore rappresenta lo spirito dell’Amedspor.
Amedspor, fondata nel 1972, ha fatto del gioco del calcio una forma di resistenza a sostegno dell’identità e dei diritti negati del popolo kurdo e per questo suo impegno ha avuto (e avrà) giorni molto difficili. Nonostante ogni tipo di ostacolo, burocratico, finanziario, processuale, nonostante le aggressioni pesanti e le minacce di morte alla sua dirigenza e ai calciatori, l’anno scorso è approdata in serie B e già quest’anno, nella stagione 2025-2026, è riuscita nel grande balzo in prima serie, conquistando il passaggio nella Super Lig, la serie A turca. Quando nello stadio dell’Igdir FK il 2 maggio scorso il fischio dell’arbitro conclude la partita finale, la ola la fa tutto il Kurdistan. Le strade sono invase da gente di ogni età, dai colori della squadra, dalle evoluzioni della danza halay, da colonne di macchine imbandierate. Nel calcio, ha vinto la resistenza, ha vinto chi non si rassegna alla violenza del razzismo. Un segnale per chi combatte ogni giorno per la propria lingua, identità, cultura.
Amedspor ha oltre un milione di tifosi in Turchia ed è unanime il sostegno della diaspora internazionale. Si fonda su valori democratici, sulla parità di genere, sulla partecipazione femminile in tutti i settori della società, sull’inclusività. Si considera “la squadra degli altri”, dei discriminati: oltre ai Kurdi, gli Armeni, le comunità di colore e il popolo Lgbtq. Le scenografie gigantesche che alzano negli stadi rendono omaggio per esempio alla lingua kurda o a donne-simbolo come Jina Masha Amini. Il suo stemma presenta l’aquila bicipite che appare sulle gigantesche millenarie mura di Diyarbakir. I colori vorrebbero essere quelli del Kurdistan, verde, rosso, giallo ma questo non è ammesso dalle autorità turche, e il giallo è sostituito dal bianco.
Quando gioca Amedspor risuonano sugli spalti inni – non ufficiali – come Diren ha Diyarbakir (Resisti a Diyarbakir) o Her der Sur her der Berxwedan (Dove c’è Sur c’è Resistenza). Sur è il cuore di Diyarbakir, lo storico quartiere tra le mura dove si era concentrata l’offensiva militare turca. Amedspor è affiancato dall’omonima squadra femminile, collocata in Super Lig, accolta dalla tifoseria con lo slogan delle combattenti kurde contro l’Isis Jin, Jiyan, Azadì (Donna, Vita, Libertà). Il suo più importante gruppo di tifosi è Amedspor Barikat (Barricata di Amedspor), che si dichiara antifascista e oppositore di sessismo e razzismo. Sul suo logo, i colori della bandiera kurda, le mura turrite di Diyarbakir e un significativo “No Pasaran”. Tra i suoi inni, una versione di “Bella Ciao”.
In occasione della conquista della Super Lig, Ali Fikri Isik, autorevole commentatore sportivo turco, ha affermato: «Amedspor rappresenta una nazione e il suo successo suona come un trionfo per tutti i kurdi».
