Il calcio italiano, che aveva dato già pessima prova di sé non riuscendo a qualificarsi per la terza volta consecutiva ai mondiali di calcio, ha continuato sulla pessima strada degli errori ripetuti dopo l’uscita da presidente di Gravina e da commissario tecnico di Gattuso. Malagò-Maldini-Leonardo-Guardiola-Pirlo-Conte: questa la lunga teoria delle scelte per approdare infine alla minestra riscaldata Mancini. Alzi la mano chi ha potuto credere alla metafora della nazionale come di un’amata lasciata e di un errore irreparabile? La conferenza stampa di insediamento del figliol prodigo è stata un capolavoro di ipocrisia che cercava di mettere una pietra tombale su quella Pec del 13 agosto con cui Mancini sanciva il divorzio unilaterale dalla Federazione per abbracciare i milioni arabi. Ciliegina sulla torta dei buoni propositi la volontà di conquistare nel prossimo quadriennio almeno due trofei. Chi vivrà vedrà. Il tempo a volte è buon giudice.
Il successo dell’Italia nell’Europeo del 2021 sotto l’egida di Mancini fu dovuto anche a una serie di fortunate circostanze che, nel dopo, si sono dimostrate irripetibili. L’ironia del presidente FIFA Infantino ha un fondo di verità. “Forse con un mondiale a 64 o a 128 squadre l’Italia riuscirebbe a qualificarsi ai mondiali”. Sarcasmo sferzante ma incoraggiato dal nostro vittimismo. Il calcio sarà pure un gioco ma le quattro semifinaliste del mondiale 2026 erano alla fine le più forti del lotto. E alla valutazione dell’attuale valore della squadra azzurra (al momento 15esima in un ranking mondiale fin troppo generoso) va aggiunto che anche prima del triplice disastro dell’eliminazione l’Italia era già stata eliminata per due volte al primo turno cozzando contro valori minimi (Paraguay, Slovacchia, Nuova Zelanda).
Ai difetti di sistema del nostro calcio dovrebbe pensare un nuovo organigramma chiamato a riflettere sul perché le nostre nazionali giovanili brillano in Europa e poi disperdono la propria materia prima quando i virgulti più promettenti evaporano risucchiati da lauti ingaggi continentali, mai proposti in Italia. Appare evidente (Sacchi docet) che in Italia la strategia e il calcolo tattico sovrastano la tecnica individuale. Quanti sono gli attaccanti nativi che saltano l’uomo o cercano il dribbling? Molto più comodo il passaggio laterale se non addirittura al portiere per una costruzione dal basso spesso punita da clamorosi errori. I Claudio Sala, i Causio, persino i Roccotelli sono un lontano ricordo ed ecco perché Mancini prova a richiamare un Chiesa figlio d’arte ormai quasi trentenne che di questa prerogativa faceva la forza del proprio repertorio prima di smarrirsi tra infortuni e squadre sbagliate.
I nostri nazionali sono giocatori viziati e la perfetta epitome di questa parabola è riassunta da Bastoni, eccellente difensore ma gran simulatore in campo e ora persino implicato in una sporca faccenda di prostituzione giovanile. Prendete l’Inter, osannata in patria, sicuramente la migliore del lotto attuale ma battuta nella Supercoppa italiana e nella Champions League: il suo giocatore più valutato, Barella, non sarebbe neanche riserva nella squadra spagnola mentre il sopravvalutato Di Marco, autore di gol e assist, non è capace di difendere e apre voragini per gli avversari sul suo lato di riferimento. Mancini, non potendo contare su fenomeni, dovrà puntare sul collettivo di sistema e non è detto che sia un danno visti i valori minimi di una nazionale che si è rovinosamente impantanata persino con la Bosnia. Il compagno di circolo di Malagò, affiliato alla Canottieri Aniene, senza pagare l’ingaggio annuale, ha un vantaggio. Peggio di quanto hanno combinato Spalletti e Gattuso, i predecessori, sarà difficile a farsi.
