Francia. Il declino di Le Pen e Macron e l’impasse della sinistra

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1.

I risultati delle recenti elezioni regionali e locali francesi hanno contraddetto in parte le previsioni mainstream.
Innanzitutto l’astensionismo è stato più forte che mai (67% media nazionale, al pari di quanto registrato nelle regionali in alcune regioni italiane nelle due ultime tornate elettorali locali). Secondo alcuni studi questo fenomeno è connotato da una totale sfiducia nella possibilità di cambiare la vita con le elezioni e, quindi, nei confronti dei partiti e candidati più probabili vincitori, sia da parte di elettori di destra che di sinistra. Sono soprattutto i giovani che non vanno a votare (87%) mentre gli anziani in genere restano fedeli. Lo sprezzo per il voto tocca anche gli impiegati 69% dei quadri e 75% degli operai, ma 47% fra i pensionati.
Il partito della signora Le Pen ha avuto un chiaro insuccesso: non ha conquistato neanche la regione (la Provence) che sembrava quasi certa di dominare. Altra sconfitta, ancora più netta, è stata quella dei candidati del partito di Macron. Questi due risultati sembrano mettere in discussione la previsione delle prossime elezioni presidenziali in cui la maggioranza dei media prevede un ballottaggio fra questi due personaggi. Un ballottaggio sicuramente auspicato da Macron che spera di ripetere il successo del 2017 quando recuperò gran parte dell’elettorato di sinistra che votò per lui per impedire la vittoria della fascista-razzista Le Pen. Ma è la destra tradizionale (quella ex-Sarkozy ed ex-Fillon, entrambi finiti in pesanti procedimenti giudiziari per corruzione) che, a sorpresa, è risultata l’unica forza vincente delle regionali e che non esclude di competere con Macron per le presidenziali. La sinistra ha mantenuto le regioni in cui era già al potere, gli ecologisti hanno avuto un certo successo; ma s’è perso qualche bastione significativo come un dipartimento della regione parigina, da sempre dominio del Partito Comunista Francese (PCF). Questo partito – a differenza del PCI – rimane ancora in ballo, nonostante da oltre due decenni non faccia che perdere consensi, anche perché beneficia della fedeltà di una parte della CGT (la CGIL francese) mentre un’altra parte degli iscritti di tale sindacato votano Le Pen. Ma tutta la sinistra e gli ecologisti sono in un’impasse tragica: oltre alle piccole sigle, che non rinunciano a presentare un loro candidato al primo turno delle elezioni presidenziali, tutte le altre sono lungi dal poter approdare a un programma unico e a un candidato unico in vista di tale scadenza. Il leader degli Insoumis, Mélenchon, noto per il suo personalismo, s’è già proclamato candidato e sembra certo che anche gli ecologisti ne presenteranno uno, così come il PCF, mentre i socialisti sono divisi fra chi pensa che sia opportuno rinunciare perché la “partita è già persa”, chi spera di ritrovare un’intesa con Macron e chi (la minoranza Amon) pensa che l’astensione sia il voto di protesta da sostenere (visto che non c’è alcuna chance di unità a sinistra).

2.

La questione è capire perché la sinistra francese non riesce a trovare una convergenza e quindi un programma e un candidato comune.
Per certi versi questa situazione può apparire assurda perché in Francia, a differenza che in Italia, esiste comunque una sinistra e perché già alle passate presidenziali la somma dei voti ottenuti dai diversi candidati della sinistra era superiore a quelli dalla Le Pen e se al ballottaggio fossero arrivati Macron e un candidato  unitario della gauche sarebbe stata possibile la vittoria di quest’ultimo. Inoltre in questi ultimi due anni i movimenti sociali che si sono espressi massicciamente in Francia hanno messo in grave scacco Macron e le destre. Si pensi ai gilets gialli, per buona parte vicini alla sinistra e comunque su posizioni antagoniste non recuperabili dalle destre e tanto meno da Macron. E si pensi soprattutto al forte movimento contro la riforma delle pensioni e poi contro l’orientamento repressivo sempre più violento di una polizia che Macron ha affidato infine a un ministro ex-sarkozista, per giunta imputato di violenze sessuali oltre che appiattito sui sindacati di polizia di destra che reclamano sempre più impunità e risorse. Ricordiamo en passant che da Sarkozy a Valls sino a Macron la polizia francese è diventata la più violenta d’Europa (vedi Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, 2021).
In altre parole, ecologisti e sinistra hanno avuto tutte le chances per poter conquistare l’egemonia politica del paese. Invece non hanno fatto che continuare a dividersi. In questa grande confusione della gauche c’è stata – ed è ancora attiva – l’azione di disorientamento pilotata da personaggi che mirano alla rielezione di Macron. Si tratta innanzitutto di Valls (ex capo del Governo del settennato Hollande) e degli intellettuali e personalità riuniti nel Printemps républicain, una schiera di individui uniti da una sorta di credo quasi religioso nei cosiddetti valori della République, ossia un universalismo che esclude (http://effimera.org/luniversalismo-non-aggrega-divide-intervista-etienne-balibar/), un nazionalismo che  puzza di sciovinismo, insomma un integralismo républicain. Questo integralismo, declinato anche da qualche intellettuale di sinistra, è una sorta di “nazionalismo di classe” (http://effimera.org/francia-il-nazionalismo-di-classe-di-stephane-beaud-e-gerard-noiriel-contro-lintersezionalita-di-salvatore-palidda/), con rimpianto per quando il PCF «integrava tutti nel crogiolo alla francese» a colpi di acculturazione autoritaria tipo “nos ancêtres les gaulois”, praticata persino negli anni Novanta. Da parte delle destre ex-sinistra (fra cui, purtroppo, Élisabeth Badinter e Dominique Schnapper, la figlia di Raymnond Aron) la difesa a oltranza dei “valori repubblicani” è diventata accanimento contro gli accademici antirazzisti e intersezionalisti, bollati come islamo-gauchistes e oggetto non solo di virulenti anatemi ma persino di  auspicate misure amministrative in quanto antitetici al presunto dovere di funzionari delle istituzioni pubbliche (università e CNRS-ricerca scientifica). La sinistra e gli ecologisti non sono stati per nulla compatti nel respingere questo attacco per far valere le ragioni indiscutibili dell’antirazzismo e dell’interculturalità come cifra di uno Stato di diritto del XXI° secolo che tutela l’incolumità e i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani.

3.

In realtà, tutta la politica francese è stata estremamente inquinata dalle reazioni alla terribile serie di attentati terroristi di pseudo-islamisti.
È infatti prevalsa l’opinione super mediatizzata che si sia trattato di un attacco ai “valori francesi”, e alla Francia, anziché di un attacco speculare all’integralismo sciovinista francese (http://effimera.org/terrorismo-islamista-e-radicalizzazione-speculare-degli-integralismi-di-salvatore-palidda/). È questo il fattore che spiega perché la Francia è stata il paese maggiormente colpito da tale terrorismo (all’opposto dell’Italia, che non è mai stata colpita pur essendo il paese della Chiesa cattolica). Di fronte al terrorismo le risposte prevalenti sono state viscerali e hanno escluso ogni riflessione seria e soprattutto ogni critica della pratica neocoloniale che la Francia ha rilanciato anche con Macron (a cominciare dagli interventi militari in Africa sub-sahariana oltre ai rapporti di dominio con i paesi terzi e il trattamento violento degli immigrati). Oggi gli abitanti della Francia provenienti da paesi considerati musulmani, originari e loro discendenti, sono tout court definiti islamici e oggetto di sospetto a seguito degli attentati terroristi. Non esiste in Francia un censimento ufficiale sulla religione degli abitanti; è quindi assai difficile determinare il numero di musulmani presenti. Le stime più recenti si situano fra 4,1 milioni (secondo l’Osservatorio della laicità nel 2019) e 8,4 milioni aventi un’“origine musulmana” (secondo la stima di François Héran del 2017). L’INED e l’Insee (l’Istat francese) li stimavano all’8% nel 2010. La proporzione dei cattolici e dei musulmani sarebbe identica fra i 18-29 anni (ma un’alta percentuale di questa fascia d’età dichiara spesso di non essere di alcuna religione). Il Pew Research Center stimava che nel 2050 i musulmani in Francia saranno fra 12,7% e 18% del totale della popolazione. Peraltro la quasi totalità di quelli che oggi si dichiarano musulmani condannano decisamente il terrorismo e solo una minoranza lo considera una reazione comprensibile al razzismo e al neocolonialismo francese (come dire che la Francia “se l’è cercato”).
In questo contesto la stigmatizzazione mediatizzata di tutti i musulmani come potenziali complici dei terroristi ha spinto soprattutto i giovani discendenti di musulmani a reagire secondo il classico meccanismo dell’etichettamento, che spinge a identificarsi nell’etichetta attribuita. Nella sua competizione con Le Pen il macronismo ha finito per dare troppi segnali stigmatizzanti per i musulmani (in particolare dopo ogni attentato con lo stesso discorso di Macron contro il separatismo di cui si accusano i musulmani, accusa infondata poiché questi criticano appunto la loro marginalizzazione e reclamano pieni diritti di cittadinanza). Intanto la legge sul separatismo è già stata votata in prima lettura anche se il Consiglio di Stato ne ha censurato alcuni articoli così come ha censurato l’altra legge scellerata sulla sicurezza globale che esaspera le misure repressive. Rispetto a questi aspetti cruciali la sinistra e gli ecologisti non sono stati coerenti e compatti nel respingere l’amalgama razzista e islamofobo oltre che sessista.

4.

La situazione politica francese resta pertanto incerta anche se, secondo una buona parte dell’opinione pubblica, nelle elezioni presidenziali ci sarà di nuovo un ballottaggio fra Macron e Le Pen, salvo la sorpresa di un candidato unico della sinistra già al primo turno. A differenza dell’Italia in Francia l’ipotesi di un governo di “unità nazionale” come quello varato da Mattarella e Draghi è del tutto improbabile (cfr. https://lundi.am/La-representation-est-morte) Quantomeno c’è ancora antitesi fra destre e fra queste e la sinistra e gli ecologisti.

 

 

Salvatore Palidda

Salvatore Palidda, già docente di Sociologia all’Università di Genova, ha precedentemente vissuto in Francia, dove ha conseguito il dottorato dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e cominciato la sua carriera di ricercatore. Ha studiato soprattutto le polizie e gli apparati di sicurezza e scritto, tra l’altro, Polizia postmoderna (2000) e, da ultimo, Polizie, sicurezza e insicurezze (2021).

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