Alla ricerca del lavoro che non c’è

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“La retorica del lavoro”. A questo penso quando sento le massime cariche dello Stato parlare del lavoro che non c’è e ci dovrebbe essere, specie riferendosi ai giovani. Quale lavoro? Mosso da questa curiosità ho intervistato appunto un giovane italiano, un laureato, uno dei tanti, dei tantissimi. Che mi ha volentieri raccontato la sua storia.

Franco, mi dici, per cominciare quanti anni hai, dove vivi, qual è il tuo titolo di studio?

Ho 29 anni, sono nato a Torino, dove vivo in un appartamento di proprietà con mia madre, che fa l’insegnante. Mi sono laureato con laurea magistrale in Giurisprudenza nel 2018, con 97 di punteggio.

Come sei entrato nel mondo del lavoro? Immagino tu abbia iniziato in qualche studio legale.

Sì, presso un avvocato civilista, perché a me piace particolarmente il diritto civile. Presso un avvocato. Il Consiglio dell’Ordine prevede che se tu fai la pratica forense presso un avvocato i primi sei mesi siano gratis (in realtà spesso non vieni pagato neanche dopo i sei mesi). Logica vuole che l’avvocato ti assista, introducendoti alla professione, facendoti vedere dei fascicoli, spiegandoti le linee difensive e quant’altro. Bene, con il primo successe che l’avvocato mi disse di preparare una comparsa conclusionale per un caso di mala sanità in una causa che si trascinava da dodici anni. E, dopo un mese in cui avevo lavorato dalle 8.30 del mattino alle 20.30 di sera (salvo la pausa pranzo) mi invitò ad andarmene per fare spazio a suo figlio, che nel frattempo si era laureato. Dopo feci un altro colloquio: era uno studio che pretendeva che lavorassi 24 ore al giorno, sette giorni su sette: così mi dissero, che loro facevano così, e lo pretendevano anche dai tirocinanti. Agghiacciante. Ne feci poi ancora uno di colloquio. Era uno studio che aveva clienti – soprattutto imprese – un po’ in tutto il nord-ovest. Bene, questi – cioè i soci dello studio – pretendevano che io avessi la patente e l’auto privata. Gli chiesi se i rimborsi erano previsti: nulla. Tutto a spese del praticante. Io comunque la patente non ce l’ho: chiesi solo per curiosità, immaginavo la risposta.

Quindi, non hai dato l’esame?

No, certo, lasciai perdere. E comunque anche se riesci a fare l’anno e mezzo di pratica, non hai nessuna garanzia di passare l’esame. A Torino c’è una sorta di numero chiuso. Spesso da Torino gli aspiranti avvocati partono e vanno a sostenere l’esame in altre corti d’appello. Molti in Spagna, perché là è più facile e poi il titolo gli viene riconosciuto anche qui.

E poi?

Poi, dopo un periodo di stand by, iniziai a dare dei concorsi. Iniziai con un concorso dell’INPS nel 2018. L’avevo notato sulla Gazzetta Ufficiale, era per 1500 posti, sede a Roma. Mi sono comprato un apposito manuale Simone per studiare perché non avevo idea di come funzionasse un ente pubblico in quanto il funzionamento e la normativa non fanno parte degli esami base della laurea magistrale. Superai con un punteggio alto la prima prova preselettiva con quiz di cultura generale. Poi c’erano due prove scritte. Superai la prima, non la seconda per un solo punto: 20 su 21. Ricordo che fra treno e albergo spesi ben 400 euro. Non è comunque stato tempo perso perché ho capito come funzionava un ente pubblico. A settembre dello stesso anno partecipai a un altro concorso, questa volta a Torino. Era un bando per quattro posti di assistente amministrativo dell’UNITO: 156 i partecipanti. La prima prova preselettiva si svolse a dicembre 2018. Superata. Poi c’era una prova selettiva tecnico-pratica. E qui mi resi conto di questo: all’università c’erano un sacco di precari che attendevano proprio il concorso per essere inseriti in pieno organico. E questi precari sapevano già in partenza su quale materia si sarebbe svolta la prova tecnico-pratica: era tasse e contributi. Partivo già battuto e capii che era meglio evitare concorsi in cui c’erano dei precari. Nel 2019 continuando a essere disoccupato, decisi di iscrivermi ai centri per l’impiego, che sono aperti solo al mattino. Ricordo che tentai ben tre volte, solo per entrare: c’era gente che faceva la coda dalle 4 del mattino. Finalmente riuscii a entrare e compilai il modulo con cui si accertava che ero disoccupato e cercavo lavoro. Pensai che uscisse un bando proprio per i centri per l’impiego, che erano ampiamente sotto organico. Invece uscì un bando dell’ANPAL, ente pubblico che gestisce i centri per l’impiego per reclutare dei “navigator”. Lei si domanderà chi erano questi navigator. Erano del personale straordinario che avrebbe dovuto gestire la novità legislativa nel campo del lavoro del primo governo Conte: il reddito di cittadinanza. Decisi di iscrivermi anche a questo concorso, che si teneva ovviamente a Roma. Il concorso era costituito da una prima prova costituita da due schede di quiz facilissimi, livello terza media. L’ho superato, sono entrato in graduatoria ma non mi hanno mai chiamato. Il contratto era per due anni perché il reddito di cittadinanza avrebbe funzionato per solo due anni. Di fatto, mi risulta che i navigator ‒ che avrebbero dovuto occuparsi solo del reddito di cittadinanza ‒ sono stati impiegati nei centri l’impiego con un lavoro generalista. Risultato: non ci sono stati i concorsi per i centri per l’impiego. A settembre, sempre del 2019, ho fatto poi un altro concorso, ancora a Roma, per addetto di cancelleria e qui non ho superato la preselezione in cui c’erano anche prove di logica matematica, che sono quelle che mi hanno fregato. Resta il mistero di cosa c’entrino i quiz di logica matematica per svolgere funzioni di cancelleria. Ricordo che i partecipanti erano 110.000 per 2329 posti. Questo, tra l’altro, è stato il primo concorso in cui, solo per partecipare, dovevi pagare una tassa di dieci euro. Nell’autunno dello stesso anno feci anche un concorso indetto dal MIBACT, sempre a Roma, per reclutare personale che facesse assistenza presso le varie sedi che facevano capo al Ministero. Il bando era per 1059 posti e si presentarono in 255.000, perché veniva richiesto il semplice diploma. Non lo passai per un’inezia. A fine 2019 feci un altro concorso a Milano, per 4 posti di assistente amministrativo: sapevo di non passarlo, ma mi era sufficiente entrare in graduatoria, e poi volevo fare esperienza perché doveva uscirne uno simile a Torino. Ricordo che per la prova scritta a quiz c’erano dei partecipanti che si conoscevano, si erano messi vicino e si consultavano, senza che il sorvegliante, che pure c’era, intervenisse. Non lo passai, anche qui c’erano problemi di logica matematica che mi fregarono. Fu indetto poi identico concorso a Torino: era per cento posti, ma i partecipanti erano talmente tanti che mancava lo spazio fisico per tenerlo. Lo attendiamo ancora oggi perché a marzo ci fu lo stop dei concorsi pubblici. Grazie a questa iscrizione sono entrato nella newsletter del sindacato, che mi avverte se ci sono avvisi di concorsi per il Comune.

Di recente, però, hai lavorato per un certo periodo.

Sì, ho trovato lavoro per caso, legato alla mia frequentazione dei treni. Quando sono andato al concorso di Milano ho preso il primo Frecciarossa da Torino per arrivare in tempo. Siccome ero un abitué dei treni, specie con direzione Roma, la bigliettaia mi chiese come era andato l’ultimo concorso cui mi ero iscritto. Nel contempo mi informò che sua nipote si era iscritta a un programma di collocamento europeo definito “Garanzia Giovani”. Era rivolto a ragazzi disoccupati fra 20 e 30 anni. Il programma funziona così: i giovani si iscrivono tramite apposito modulo per il programma che è presso i centri per l’impiego. Il centro ti inserisce nella lista “Garanzia Giovani”. A questo punto ti iscrivi a una agenzia privata per l’impiego e aspetti di essere chiamato. Il programma prevede che il contratto sia fisso. Stage presso un datore di lavoro che ti paga 600 euro al mese per 40 ore settimanali. I contributi sono a carico del Fondo europeo. Il contratto dura sei mesi. Nessuna garanzia. Io mi sono iscritto presso l’agenzia più comoda a casa mia. La domanda l’ho fatta nel dicembre 2019, mi sono presentato in agenzia subito dopo e lì ho sostenuto un corso preparatorio di sei ore. A fine luglio 2020, dovevo fare una commissione, sono passato in agenzia e ho chiesto al mio, chiamiamolo “tutor” se c’erano novità per me. Mi risponde che proprio quella mattina si era presentato il titolare di un supermercato che chiedeva se c’erano dei ragazzi da assumere. Il giorno dopo ho fatto il colloquio. Mi ha rimandato a settembre. Secondo colloquio il 6 settembre e ho cominciato lo stage presso il supermercato, che è in centro a Torino. Nominalmente il titolare del supermercato era il mio tutor, ma l’ho visto solo due volte in sei mesi. Una volta entrato, ho scoperto tutta una serie di anomalie. Ad esempio, il supermercato è aperto sette giorni su sette, ma sulle buste paga non risulta la domenica. Le mansioni formali non corrispondono con quelle reali. Solo un cassiere e gli addetti alla gastronomia avevano le mansioni indicate in contratto. Il mio contratto prevedeva cassa, pulizia locali, scaffalatore e assistente clienti. Come mansioni reali in realtà facevo carico e scarico merci, scaffalatore, ma soprattutto facevo il fattorino, e, da un lato, meno male perché fare il fattorino significava spesso avere la mancia, dall’altro il lavoro era massacrante. Funzionava così: dato che molti clienti avevano paura del Covid, chiamavano il supermercato, dettavano la spesa e se la facevano consegnare: gratis. Una volta ricordo che ho fatto sei piani di scale con quaranta chili di sabbia per gatti. A marzo scorso ho concluso i sei mesi.

E oggi, quali prospettive hai?

Ora sono due mesi che sono a casa, e mi sono iscritto a tre agenzie per il lavoro. Aspetto.

Fabio Balocco

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto con altri autori: "Piste o peste"; "Disastro autostrada"; "Torino. Oltre le apparenze"; "Verde clandestino"; "Loro e noi. Storie di umani e altri animali"; "Il mare privato". Come unico autore: "Regole minime per sopravvivere"; “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino”; "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni"; "Per gioco. Voci e numeri del gioco d'azzardo". Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con Il Fatto Quotidiano.

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One Comment on “Alla ricerca del lavoro che non c’è”

  1. l’ unico consiglio che si puo dare a un giovane volenteroso che non intenda lavorare gratuitamente (fare lo schiavo, per chi non ama giri di parole) e che non abbia santi in paradiso, attivita di famiglia, é di prendere il primo volo o treno direzione nord europa, solo andata.
    al piu presto, senza voltarsi indietro.

    qui perde tempo, opportunita, dignita e molto altro. non é solo una questione retributiva.

    se vai con lo zoppo non puoi correre, lo fai sfigurare, appena puo lo zoppo ti azzoppa. o ti tiene al guinzaglio, come nei praticantati, ti carica di lavoro ma ben lontano e invisibile ai clienti che potrebbero accorgersi delle tue qualita.

    anche consegnare la sabbia per gatti puo essere un esperienza utile, se é un giorno della propria vita. se invece diventa l unica possibilita di impiego per un laureato qualcosa (molto) non funziona.

    in un universo parallelo ci sono i piazzati di famiglia (da zero ai vertici aziendali in un nanosecondo), convinti di brillare per sacrifici e capacita proprie, che fanno pure la morale ai giovani, li tacciano di essere schizzinosi, peró loro si guardano bene dall accettare lavori da 600 euro al mese e pure da precario. i soldi sono dettagli, per chi ne ha tanti.

    vedono la pagliuzza, ma non la trave (su cui siedono molto comodamente): un sistema fatiscente, medioevale, nepotista, praticamente in metastasi.

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