A cent’anni dalla morte di Lenin

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Il 21 gennaio 1924 Lenin morì. Stalin tacque a proposito dei forti contrasti che li avevano divisi negli ultimi anni e avviò un culto del dirigente morto che culminò nella proposta di imbalsamarne la salma. Due giorni dopo la morte di Lenin, Stalin parlò al secondo Congresso dei Soviet per commemorare il defunto con un discorso intercalato da un brano simile a una preghiera rituale: «Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha comandato di […]. Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore il tuo comandamento!». La vedova Nadezda Krupskaja protestò e chiese, scrivendo sulla Pravda, di non permettere che «il vostro dolore per Lenin prenda le forme della venerazione esteriore alla sua persona. Non costruite mausolei o palazzi con il suo nome, non organizzate cerimonie per ricordarlo […]. Tutto ciò significava così poco per lui quando era in vita, e gli dava fastidio». Al di là degli aspetti rituali, mistici e spettacolari, le scelte di Stalin servirono a imbalsamare la figura e il pensiero di Lenin e a costruirne un’immagine che progressivamente legittimasse la direzione stalinista del partito e dello Stato. Per l’URSS e il movimento comunista internazionale, Lenin divenne così una figura mitica, dogmatica, priva di dubbi e contraddizioni, spietata, capace di guidare il partito e lo Stato con un pugno di ferro: una sorta di padre spirituale di Stalin, utile per giustificare le scelte di quest’ultimo. Nacque dunque, da questa operazione e dalle drammatiche conseguenze che ne seguirono nei 15 anni seguenti, la costruzione definitiva dell’URSS, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, e la definizione del corpo dogmatico del cosiddetto marxismo-leninismo.

La storia tragica della prima metà del ‘900 non ha permesso di tornare sulla figura di Lenin, sul suo pensiero e sulle sue azioni e, quando nel secondo dopoguerra sono falliti i timidi tentativi dei comunisti dell’URSS di correggerne la struttura stalinista, non c’è stata nessuna volontà e capacità di ridiscutere all’interno del movimento comunista internazionale l’impostazione iniziale del tentativo leninista di costruzione del socialismo. Neanche i socialismi “altri” (Jugoslavia, Cina, Cuba, Vietnam) hanno avuto la forza di affrontare esplicitamente il problema. Il crollo dell’Unione sovietica e dei regimi dell’est europeo E la conseguente eclissi dei partiti comunisti occidentali hanno sepolto il problema insieme alla mummia di Lenin. Che significato può avere, allora, tornare oggi a indagare sulla figura di Lenin, al di fuori della tradizione dogmatica stalinista?

La Rivoluzione d’Ottobre fu il primo tentativo, al di là dell’episodio della Comune di Parigi, di costruire il socialismo: quell’esperienza, per la sua rilevanza e per l’impatto enorme che ebbe sulle classi lavoratrici e popolari di tutto il mondo, divenne il punto di riferimento per ogni movimento di lotta per il socialismo. Anche la stessa socialdemocrazia europea visse una stagione fortunata, nei trent’anni gloriosi successivi alla guerra, solo grazie al perdurare dell’URSS: crollata quest’ultima, essa si è rapidamente indebolita ed è arretrata fino ad abbracciare il pensiero neoliberista e ad abbandonare il compito di rappresentare all’interno della società capitalistica gli interessi delle classi popolari. Slavoj Zizek scrive di Michail Gorbačëv – ritiratosi ormai dalla politica – che voleva fare visita a Brandt a Berlino; ma il leader socialdemocratico (o il suo domestico) lasciò suonare il campanello e si rifiutò persino di aprire la porta. Brandt spiegò in seguito che la sua reazione era un’espressione di rabbia nei confronti di Gorbačëv che, permettendo la disgregazione del blocco sovietico, aveva scardinato la democrazia sociale d’Occidente. Infatti, una volta svanita la minaccia comunista, lo sfruttamento in Occidente è diventato più esplicito e anche lo Stato sociale si sta progressivamente sfaldando.

Ma oggi, di fronte alla crisi del capitalismo neoliberista nelle sue dimensioni finanziaria, sociale, ambientale, sanitaria e geopolitica, la ripresa di un dibattito politico sul socialismo non può pensare di procedere senza fare i conti con l’esperienza leninista: perché, se si è tentato di costruire società socialiste e se oggi si discute ancora di come uscire dalle contraddizioni del capitalismo, tutto questo è ed è stato possibile perché nell’ottobre del 1917 Lenin e i suoi compagni diedero vita a un primo tentativo concreto; perché se oggi possiamo discutere anche delle tragedie e degli errori di quell’esperimento ( e di altri successivi), tutto questo è possibile perché Lenin e i suoi compagni furono capaci di condurlo fino in fondo. Per questo occorre oggi liberare Lenin dalla sua mummificazione: non tanto per riabilitare una figura apparentemente rimossa dalla storia più recente, ma piuttosto per discuterne le impostazioni e le azioni e per capire le vittorie, ma anche i limiti, gli errori, i crimini e le tragedie che ne derivarono.

Olin Wright, un importante sociologo marxista americano, scomparso da pochi anni, definisce la strategia leninista smashing capitalism (rompere, frantumare il capitalismo) e ne spiega così le argomentazioni fondamentali: nel capitalismo «sono possibili piccole riforme che migliorano la vita delle persone, quando le forze popolari sono forti, ma tali miglioramenti saranno sempre fragili, vulnerabili e reversibili». In sostanza «il capitalismo non è riformabile […] l’unica speranza è distruggerlo [….] e costruire un’alternativa». Ma come? Il capitalismo è soggetto a disordini e crisi ed è quindi fragile e vulnerabile; «è il capitalismo stesso a distruggere le proprie condizioni di esistenza». Il partito rivoluzionario deve «essere in grado di sfruttare l’opportunità creata da tali crisi a livello di sistema per condurre una mobilitazione di massa per conquistare il potere statale» con elezioni e/o insurrezioni per poi riformare lo stato e l’economia. E aggiunge: «i risultati di tali conquiste del potere, però, non si sono mai concretizzati nella creazione di un’alternativa al capitalismo democratica, egualitaria ed emancipatrice […]. Le evidenze delle prove rivoluzionarie del XX secolo sono che la rottura a livello di sistema non funziona come strategia per l’emancipazione sociale». Wright propone, quindi, una strategia articolata di lotta al capitalismo che sottende una concezione interessante del processo di transizione al socialismo, ma, per quanto riguarda l’esperienza sovietica, si limita a una constatazione empirica. Non si pone cioè la domanda se sia stata la scelta della rottura rivoluzionaria a determinare le involuzioni successive nel modello sovietico oppure se ci fossero degli errori teorici e strategici a monte della scelta insurrezionale. E invece è proprio questo il terreno più interessante non solo per analizzare l’esperienza leninista, ma anche e soprattutto per rielaborare un’idea di transizione verso il socialismo. In particolare, occorre individuare alcuni presupposti teorici che il partito bolscevico si portò dietro dalla seconda internazionale e che sostanzialmente condivise con la socialdemocrazia tedesca.

È dal congresso di Erfurt della SPD (1891) che si affermarono nella teoria e nella strategia del movimento socialista tre centralità che caratterizzarono fortemente anche il partito bolscevico e la sua idea di società socialista. In quell’anno, riunendosi in congresso ad Erfurt, la SPD approvò un programma fondamentale: nacque in quel momento il modello di partito “moderno”, organizzato con una struttura nazionale centralizzata, una direzione eletta al congresso annuale, un organo di stampa centrale; la quarta sezione del programma si intitolava “Lo Stato del futuro” e, pur mantenendo formalmente citazioni marxiane sull’estinzione dello Stato, lasciava intendere che l’obiettivo strategico del partito era quello di conquistare lo Stato e di occuparlo in nome delle masse proletarie. Secondo Pino Ferraris, «in estrema sintesi si può dire che il programma tedesco afferma l’assoluta centralità della costruzione di un partito politico centralizzato e gerarchico, quasi ‘Stato nello Stato’, come strumento supremo per l’edificazione del socialismo mediante lo Stato».

Ma la prima centralità era quella attribuita alla classe operaia come soggetto (quasi ontologicamente) rivoluzionario: per la Germania di fine Ottocento era in effetti un dato empirico perché le grandi città tedesche divennero rapidamente centri industriali con milioni di operai. Non fu così in Russia dove lo sviluppo dell’industria nel 1917 era ancora embrionale e dove le masse rivoluzionarie erano formate principalmente da soldati (in gran parte di origine contadina) e da donne (in gran parte mogli di soldati al fronte). E questa composizione si ripresentò anche nelle altre rivoluzioni successive – Cina, Vietnam, Cuba – dove furono principalmente i contadini a dare corpo al movimento di lotta rivoluzionario. Soprattutto l’idea della socialdemocrazia storica e poi dei bolscevichi che la classe operaia, forgiata dall’industria capitalistica, fosse sostanzialmente priva di articolazioni e contraddizioni interne e già di per sé pronta a (e capace di) costruire il socialismo, fu smentita dallo stesso procedere della formazione della nuova società nell’Unione sovietica che, infatti, rapidamente accantonò il potere dei soviet di fabbrica in favore dei tecnici “borghesi” e dei quadri di partito che dirigevano lo Stato e l’economia.

La centralità del partito si affermò rapidamente nel processo rivoluzionario russo, anche se Lenin dopo la svolta della NEP (Nuova Politica Economica) incominciò a criticare la superbia del partito e la sua incapacità di leggere e interpretare concretamente le contraddizioni nella realtà sociale ed economica: per il partito la NEP era un arretramento giustificato dal mancato sviluppo della rivoluzione in Europa (e in Germania, in particolare); per Lenin era la presa d’atto che il socialismo non si poteva realizzare solo attraverso la presa e la gestione del potere; era un tentativo concreto di costruire una fase di transizione verso il socialismo, superando le schematicità di analisi della società in costruzione e il volontarismo tutto ideologico dei quadri bolscevichi. Con la morte di Lenin, le sue critiche e le sue proposte vennero rapidamente accantonate e si realizzò definitivamente la terza centralità, quella dello Stato. Partito e Stato si identificarono completamente mentre il ruolo centrale della classe operaia restò solo come affermazione ideologica, priva di effetti concreti significativi. Paradossalmente, quindi, mentre lo scontro tra il partito dell’URSS e i partiti socialdemocratici europei arrivò al massimo punto di rottura negli anni ’20, nella Russia comunista si realizzò pienamente il nucleo fondante del programma di Erfurt, mettendone in evidenza i limiti e le incongruenze.

Il centralismo sia della sinistra storica comunista sia di quella socialdemocratica si fondava su una stessa sequenza di assiomi tra loro collegati: la classe operaia è la classe che storicamente ha il compito di abbattere (o sconfiggere o riformare, a seconda del grado dello spirito rivoluzionario…) il capitalismo; per svolgere questo compito essa deve dotarsi di un partito di classe centralizzato; il partito della classe operaia deve conquistare le leve di potere dello Stato. Naturalmente anche per questo ultimo e definitivo compito esistevano diversi gradi dello spirito rivoluzionario: dalle vie parlamentari fino alla presa violenta del potere.

L’impianto logico-assiomatico, tuttavia, era lo stesso indipendentemente dai diversi gradi dello spirito rivoluzionario.

Nella battaglia politica dei comunisti sovietici contro i socialdemocratici sono sempre stati posti al centro l’opportunismo, il gradualismo, l’inettitudine, il verbalismo inconcludente e anche la codardia, ma mai è stato messo in discussione l’impianto assiomatico del pensiero socialdemocratico. All’interno di questo impianto, inevitabilmente non potevano avere un grande spazio né una reale politica delle alleanze (o di blocco sociale gramsciano), né un’articolazione democratica del partito e tra questo e altre forme di organizzazione sociale e politica, né, infine, un deferimento dei poteri dallo Stato ai lavoratori, ai territori e un progressivo estinguersi della prevalenza dello Stato in favore dell’autogoverno sociale. Elementi questi tutti indispensabili per progettare e realizzare un processo di reale transizione verso il socialismo.

E tuttavia il “modello tedesco” del partito non era l’unico alla fine dell’Ottocento in Europa e in Italia. Pino Ferraris ci ha raccontato nei suoi libri un’esperienza importante nel movimento socialista italiano (non ancora strutturato al modo tedesco nel PSI di Turati) costituita dal Partito Operaio Italiano: esso era espressione di una vasta rete di organizzazioni sindacali (le Camere del lavoro) e sociali (società di mutuo soccorso, casse di resistenza, cooperative di consumo). Queste posizioni italiane non erano isolate in Europa: in Belgio nel 1894 il Partito operaio belga approvò la carta di Quaregnon che rappresentava, in qualche modo, l’alternativa al programma di Erfurt. Scrive Pino Ferraris: «Il progetto del partito belga propone la convergenza del vasto pluralismo delle ‘libere associazioni’ per far emergere ‘un’altra società’ dentro la società, utilizzando ‘anche’ strumenti istituzionali radicalmente democratizzati: i comuni e il Parlamento». E aggiunge poco più avanti: «Il movimento operaio belga riesce a rappresentare la variegata e differenziata articolazione sociale e culturale costruendo una rete federativa che unisce le autonomie senza omologarle. In secondo luogo, il partito operaio non si colloca come vertice gerarchico delle molteplici ‘libere associazioni’, ma si inserisce come attore di una politicizzazione pervasiva dentro la trama dell’associazionismo, costruendo il senso di una comune appartenenza. [] L’universo associativo belga era retto dal principio federativo. Un federalismo orizzontale articolava il partito in ventisei federazioni regionali con ampie autonomie, alle quali facevano capo complessivamente cinquecento raggruppamenti sociali e politici. A questo federalismo orizzontale si accompagnava poi un federalismo funzionale che faceva sì che i diversi raggruppamenti (partito, cooperative, sindacati, associazioni di mutuo soccorso) salvaguardando le loro autonomie si incontrassero in modo sinergico e collaborativo nella vasta rete delle cento settantadue case del popolo, centri polivalenti di vita sociale e nodi essenziali della rete federativa territoriale e funzionale».

Nella seconda metà dell’800, questo modello policentrico e federativo di organizzazione politica e sociale proletaria era presente in una certa misura anche in Francia e, come si è detto, nell’Italia, in particolare, del nord. Perché esso venne sconfitto e spazzato via con i primi anni del nuovo secolo? Forse perché il mondo si avviava progressivamente verso il confronto militare sia tra gli stati, sia all’interno di ognuno di essi: il prevalere della dimensione militare dello scontro favorì inevitabilmente e forse giustamente il modello di partito centralistico, organizzato come una falange militare, finalizzato alla conquista dello Stato. Questa dimensione bellica è proseguita per tutto il “secolo breve”, in varie forme, fino al crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. È una questione importante da considerare anche oggi, mentre assistiamo al dilagare di momenti di guerra in tutto il mondo, anche alla periferia dell’Europa. Manifestare contro la guerra e cercare di frenare almeno il suo dilagare è, dunque, un’opzione fondamentale, se si vuole ricostruire un movimento di lotta capace anche di sperimentare momenti ed esperienze alternative al dominio liberista.

Pur avendo consumato la grande rottura con la Rivoluzione di Ottobre, la socialdemocrazia europea ha sempre condiviso col movimento comunista un’idea di socialismo costruito dall’alto, attraverso il potere statale, che non apparteneva, invece, al movimento socialista precedente alla fase dell’egemonia della socialdemocrazia tedesca sulla seconda internazionale.

Nonostante la sua debolezza di fronte all’evolversi in senso militare dello scontro di classe a livello internazionale, quel movimento socialista della fine del XIX secolo, di cui parlava Pino Ferraris, cercava di affrontare il problema della transizione al socialismo, costruendo, già all’interno della società capitalistica, gli embrioni e le esperienze sociali e culturali della società del futuro, senza rinviare queste conquiste alla presa del potere statale. Sicuramente quelle esperienze, come Lenin aveva evidenziato nella sua polemica sulla cooperazione, non erano prive di dimensioni romantiche e utopistiche; soprattutto perché credevano ingenuamente di costruire da sé il socialismo.

Ma c’è anche un altro aspetto importante che emerge dal confronto tra le due proposte politiche socialiste della fine del XIX secolo: quella rappresentata dalla carta di Quaregnon aveva anche l’intenzione, forse pedagogicamente ingenua, di operare tra i lavoratori per trasformare non solo la loro coscienza politica rispetto al rapporto col datore di lavoro e con lo Stato, ma anche i loro rapporti sociali fuori dalla fabbrica, il loro ruolo di lavoratori nella società. Quella rappresentata dal programma di Erfurt, invece, vedeva nella classe operaia, forgiata dalla fabbrica capitalistica, già di per sé formato il soggetto che avrebbe guidato la rivoluzione e costruito il socialismo, attraverso il suo partito. Non stupisce, quindi, che anche il ruolo del partito politico fosse inteso in maniera diversa, soprattutto attraverso i rapporti da costruire con i lavoratori e con le loro espressioni organizzative autonome nei posti di lavoro e nella società: federativo e orizzontale, in un caso, oppure direttivo e verticale, nell’altro.

Questo breve e, va da sé, schematico excursus storico non ha alcuna pretesa se non quella di cercare di riflettere sulle esperienze passate per affrontare il futuro che ci attende e soprattutto attende le nuove generazioni. Bisogna capire, infatti, che spesso la storia delle lotte di classe e politiche ha presentato e presenterà di nuovo scelte, bivi che hanno determinato e determineranno gli sviluppi successivi: affrontare per tempo il confronto su quelle scelte di fondo è tuttora fondamentale, nonostante sia già passato un secolo dalla morte di Lenin e più di trenta anni dal definitivo declino delle socialdemocrazie europee.

Gli autori

Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e volerelaluna.it

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