La delegittimazione della pace

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La scellerata aggressione russa all’Ucraina, voluta dal regime sanguinario, corrotto e liberticida di Putin, non sta solo devastando le vite di milioni di persone, cancellando intere città sotto la potenza delle bombe, ma ha dispiegato all’improvviso venti che speravamo sopiti per sempre. La spesa militare viene aumentata senza tentennamenti in tutti i paesi: il riarmo viene indicato come il sentiero attraverso cui ridare forza al progetto europeo e raggiungere così maggiore sicurezza e unità. Il mondo pacifista, o comunque chi esprime dubbi sull’opportunità di buttarsi con leggerezza lungo lo scivolo dell’escalation militare, è oggetto di attacchi quotidiani.

Quali sono gli argomenti di questa strategia di delegittimazione con la quali si squalifica moralmente ogni appello al dialogo? Sono quattro, mi pare: la necessità di distinguere vittima e aggressore; l’indisponibilità etica al negoziato con Putin; l’accusa di anteporre principi ideali al sostegno materiale ai resistenti ucraini; la necessità di liberarsi dalle pastoie di un ragionamento storico che agisce come freno all’azione.

Partiamo dal primo punto. Nel caso dell’invasione dell’Ucraina è evidente la distinzione tra aggressore e vittima: Putin ha intrapreso l’azione militare per scelta autonoma ed è responsabile della guerra che ne consegue. Chi aggredisce non si può certo dire costretto dagli eventi, come fosse mosso da una sorta di maleficio. Invasore e aggredito non sono interscambiabili, il primo è da fermare e da esecrare, il secondo è da compiangere e da aiutare. Ma ciò non significa appoggiare l’idea consolatoria che l’aggressore sia un mostro, una metastasi aberrante che si sviluppa fuori dall’ordito della storia. Neppure gli aguzzini che operavano nell’abisso amorale del Lager nazista lo erano, ci ammonisce Primo Levi: «erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male». L’aggressore non si colloca dunque fuori dal consesso umano, altrimenti non potrebbe essere oggetto di quella condanna morale e politica che si spera lo colpisca. Allo stesso modo, è bene ricordarlo, anche la condizione di vittima non può aprire le porte alla santità. La vittima va compianta e aiutata ad uscire dalla condizione di ingiustizia e sofferenza in cui è costretta dall’aggressore, senza proiettarla per questo, sublimandola, su un piano extra-storico. Come debba declinarsi concretamente la condanna dell’aggressore e l’aiuto all’aggredito è naturalmente oggetto di valutazione politica. La politica è fatta di discussione e opzioni diverse, non di scelte mistiche tra santità e peccato.

Il secondo argomento di critica è il più debole. Non si può percorrere, si sostiene, la via della diplomazia con un soggetto pericoloso, violento e oppressivo, nei confronti del suo stesso popolo e di altre nazioni. Ora, al di là del fatto che la natura di Putin era già evidente da anni, e questo non ci ha impedito di continuare a farci affari insieme, vendendogli anche fior di forniture militari, cercare un’uscita negoziale alla guerra non ha nulla a che fare con il disconoscimento delle responsabilità del suo regime. Del resto, se un criminale armato e in grado di uccidere entrasse in una scuola, prendendo in ostaggio alunni e insegnanti, non avremmo dubbi sull’opportunità di intessere una trattativa che ci possa permettere di mettere in salvo gli inermi. In questo momento l’obiettivo principale è fare cessare le armi, per fermare l’immane crisi umanitaria che peggiora d’ora in ora, e per farlo non si può che dialogare con la Russia.

Veniamo al terzo punto: l’accusa al mondo pacifista di essere composto di “anime belle” che antepongono al mondo i propri sacri principi. A me sembra che in questo frangente siano gli interventisti a chiedere di agire sulla base di principi assoluti (la libertà, la democrazia, i valori occidentali), senza porsi il problema delle conseguenze che potrebbero discendere dall’adesione a quei principi (prolungarsi del conflitto, allargarsi della guerra a una scala più ampia, minaccia nucleare). Nel dualismo indicato da Max Weber oltre cent’anni fa, le posizioni pacifiste attuali mi paiono molto più vicine a quella che il sociologo tedesco chiamava etica della responsabilità, una posizione che non perde di vista (e anzi le assume come guida) le conseguenze del proprio agire.

Ultimo argomento: possiamo fare a meno della storia? Pensate di essere chiusi in una stanza di fronte a uno schermo sul quale è proiettata una sola fotografia. Se vi venisse chiesto di descrivere il mondo esterno avendo a disposizione esclusivamente quella sola immagine come vi comportereste? Come prima cosa chiedereste di conoscere il prima e il dopo che precedono e seguono lo scatto; come pure, certamente, sentireste il bisogno di capire qual è il rapporto tra la porzione di realtà che è stata inquadrata dal fotografo e ciò che è rimasto fuori dall’obiettivo. Fuor di metafora, il fatto che le tensioni tra le sfere di influenza delle grandi potenze si siano scaricate da tempo su quest’area e che i confini orientali dell’Ucraina conoscano già da anni il sapore amaro della guerra, è o non è un elemento da considerare nel leggere la situazione attuale? Questo ragionevole e banale bisogno di conoscenza è oggi però additato come una colpa. Eppure, la comprensione non è un superfluo esercizio di stile, ma la base per poter prendere decisioni collettive in tempi cruciali e difficili come gli attuali.

Sia chiaro, gli aggrediti hanno il sacrosanto diritto di difendersi da un’invasione violenta e oppressiva, anche per mezzo della lotta armata (che non è comunque l’unica forma di resistenza). Ma la difesa del popolo ucraino non può diventare pretesto per alzare le spese militari, rispondendo alla minaccia col riflesso condizionato della corsa agli armamenti. Quando soffiano venti interventisti che gonfiano le vele dell’escalation militare, quando senza pudore si solleticano le seduzioni della guerra, tempesta fatale che permette la rigenerazione e la palingenesi di società stanche e smarrite, è allora che bisogna ricordarsi di chi ha smascherato questi argomenti capziosi e sospetti, mettendo in guardia dalla tentazione di liberare il demone della violenza. «Satana non è necessario: di guerre e violenze non c’è bisogno, in nessun caso. Neppure è accettabile la teoria della violenza preventiva: dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi», scrive Primo Levi a conclusione del suo libro-testamento.

Richiamando le parole di un altro grande europeo, Erasmo, scritte cinquecento anni fa eppure mai così attuali, «Se c’è un’azione, tra le attività degli uomini, che è opportuno intraprendere con esitazione, che è anzi opportuno evitare, scongiurare, respingere in ogni modo possibile, quella è la guerra. Nulla è più empio della guerra, nulla più sciagurato, nulla più pericoloso. Da nulla, come dalla guerra, è più difficile venire fuori e nulla è più tetro e indegno dell’essere umano».

Gli autori

Francesco Memo

Francesco Memo, sociologo di formazione, ha insegnato e fatto ricerca a lungo in Università (Bicocca e Politecnico) e da alcuni anni si occupa di educazione e animazione culturale alla Centrale dell’acqua di Milano. Ha scritto per “Doppiozero”, “Critica marxista” e altre riviste. È autore di un graphic novel, “La vita che desideri” (Tunué), che ha vinto il premio Manzoni 2019 per il romanzo storico.

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