L’informazione negata: da Assange alle piattaforme

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Che sia quarto, quinto o sesto, il potere dell’informazione non è da tempo né autonomo né indipendente. O ha mutato completamente pelle e morfologia. Anzi, è una miscela di subalternità agli altri poteri – a cominciare da quello economico ‒ e di opacità. Rimane attualissima l’analisi di Laurent Mauduit, cofondatore di Mediapart (Main basse sur l’informatione, Don Quichotte éditions, 2016), che descrive proprio simile terribile dialettica. Tali analisi si fermano, però, all’altro ieri. Se ne farà cenno tra poco.

Per capire è necessaria la chiave di lettura tremenda proposta da Stefania Maurizi nel suo ottimo volume sulla vicenda di Julian Assange (Il potere segreto, Chiarelettere, 2021). Nel racconto sulla tragedia che sta vivendo il giornalista fondatore di WiKiLeaks emerge con estrema chiarezza ciò che accade. Assange rischia di essere estradato dalla Gran Bretagna negli Stati Uniti (con la potenziale condanna a 175 anni di carcere), perché ciò che ha rivelato insieme ai suoi collaboratori sulle guerre in Iraq o in Afghanistan non si doveva sapere. Si tratta di un caso del tutto emblematico, che ci interroga sul quadro reale della situazione. Il diritto di informare e di essere informati è in pericolo davvero, fino al rischio che corrono per la propria vita numerosi operatori del settore picchiati o persino uccisi. Mentre preme e cresce il ricatto delle querele temerarie, che altro non è se non una crudele forma di censura. Con pochissime eccezioni, il tradizionale mondo comunicativo è ancillare rispetto ai gruppi dominanti. L’assenza o la debolezza dei cosiddetti editori puri, unite al permanere del “disastro italiano” della televisione (definizione a lungo suggerita dalla mediologia) hanno contribuito a esporre l’informazione “generalista” nata nell’età analogica a una sorta di surdeterminazione da parte delle altre sfere: un universo a sovranità sempre più limitata.

Ma niente (o quasi) rispetto all’era successiva, segnata dalle sintassi e dalle architetture digitali. Dall’utilizzo massivo degli algoritmi, ai cosiddetti big data, al trionfo dei social. E, sullo sfondo, i paradigmi dell’intelligenza artificiale. Questioni finora inedite si pongono, che sbriciolano le resistenze conosciute: il riconoscimento facciale supportato dalle miriadi di camere e occhi presenti negli stessi dispositivi che utilizziamo realizzano quel capitalismo della sorveglianza indagato da Shoshana Zuboff (2019); le piattaforme di connessione realizzano forme di controllo sociale (e culturale) che il fordismo si sognava; il lavoro è stato disaggregato e il precariato è diventato fisiologico. Il periodo analogico devastò l’immaginario, quello numerico (domani quantico) ha occupato i corpi.

Non solo. L’entità finanziaria dei grandi oligarchi della rete (da Amazon, a Facebook, a Twitter, a Microsoft, a Apple, a Google, alla cinese Alibaba) va molto al di là dei bilanci di un medio bilancio nazionale. Per tali prepotenti soggetti si potrebbe coniare la categoria di “meta-stati”, difficilmente contenibili attraverso i classici strumenti del diritto. Qualcosa si muove in Europa, con le proposte di direttive in fase ascendente (Digital Services Act e Digital Markets Act) e con l’ipotesi di Regolamento sull’intelligenza artificiale. Quest’ultimo, in particolare, è un testo interessante e tuttavia appare anch’esso un tentativo piuttosto fragile. In verità ‒ si è detto e scritto tanto al riguardo ‒ è in corso una vera e propria transizione (Sergio Bellucci, 2021), che ribalta le logiche dell’accumulazione analizzate mirabilmente da Karl Marx, essendo il flusso dei dati la base stessa del valore. Struttura e sovrastruttura, in un certo senso, si capovolgono. Teresa Numerico (2021) ci invita a rivoltare le retoriche degli algoritmi, svelandone il carattere non neutrale e lottando – vedi il caso clamoroso di Amazon ‒ per negoziarne costruzione e pratica effettiva.

Si deve aggiungere il tema inquietante, pure sepolto sotto le ceneri come fu a lungo per gli effetti dell’amianto, del 5G (e presto il 6G) e dei suoi esiti sulla salute. La selva di antenne prevedibile aumenterà l’inquinamento elettromagnetico. Se ne accenna nei programmi elettorali della prossima scadenza amministrativa di ottobre?

Ecco. Il potere segreto è un criterio interpretativo, che Stefania Maurizi ha giustamente applicato alla vicenda di Assange, ma che vale come criterio interpretativo. Del resto, la perdita di autonomia dell’editoria dell’età precedente (le vendite dei giornali sono in caduta libera e la fruizione radiotelevisiva è multiforme e crossmediale) ha aperto la strada al successo delle piattaforme, vale a dire il capitalismo post-moderno. Qui dentro si mescolano tecnocrazie e populismi. E qui dentro maturano i pericoli autoritari, mascherati dall’ingannevole partecipazione digitale. La pessima avventura di Cambridge Analytica, con la compravendita di migliaia e migliaia di profili delle persone, ci ha spiegato come si determinano intrecci e complicità.

Eppure, tracce di rivolta “fredda” (come freddi sono i software) si colgono nei meandri della rete. Perché non si riprende l’iniziativa, ad esempio, che portò negli stessi Stati Uniti a spezzettare negli anni Ottanta l’oligopolio terribile di At&t? Può un aggeggio come Facebook, che ha 2 miliardi e 700 milioni di “navigatori”, essere un’esclusiva (e segreta) proprietà privata? E così via. Forse, una specifica conferenza che metta assieme i vari poli di riflessione sarebbe urgente e salutare. Una sana sveglia democratica serve, subito. In fondo, la pandemia ci costringe a mettere la testa sulle contraddizione tra la tracciabilità dei nostri movimenti per capire l’andamento del virus e la tutela della privacy. Il dopo virus non sarà come prima, comunque. In meglio, in peggio?

Chissà come e per quali vie, ma è certo che il socialismo o sarà digitale o non sarà. E  l’alternativa passa da simile plenitudine, per rubare il termine a Jay David Bolter (2020). Così è se ci pare.

Vincenzo Vita

Vincenzo Vita, giornalista, già parlamentare, scrive per “il manifesto”. È stato docente all’Università di Sassari nel corso di laurea in Scienza della comunicazione e giornalismo. È presidente della Fondazione Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico.

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3 Comments on “L’informazione negata: da Assange alle piattaforme”

  1. stupisce che nessuno si schieri in difesa di Assange.

    nessuno si mobilita per Assange, una persona che sta MORENDO in carcere, senza alcun processo, in attesa di una estradizione che lo assicurerebbe a chi lo vuole eliminare dalla scena per essersi permesso di dimostrare, con documenti e video, che il re é nudo. video che il grande fratello digitale, sempre pronto a ricambiare favori per la sua posizione quasi monopolistica, ha prontamente censurato dal proprio sito.

    l unico stato che l ha aiutato é l Ecuador, stato tanto piccolo per dimensioni e importanza e tanto grande per quanto ha fatto nel cercare del tutelarlo.

    altri Stati hanno retto il gioco del re nudo portando avanti incriminazioni fantasiose volte solo a discreditarlo pesantemente (accuse di stupro che in un attimo hanno fatto il giro del mondo, e che quando si sono rilevate infondate pochi hanno ripreso…). ora é in un carcere di massima sicurezza in UK, nemmeno fosse un pericoloso criminale. il suo “crimine”piu grande é aver rilevato verita scomode.

    Assange é un esempio di specchiata correttezza e dedizione al lavoro. é una persona che sta morendo per essere
    trattenuta da anni ingiustamente in carcere, anche stare in pochi metri quadri in un ambasciata e non poter mai uscire é di fatto un carcere.

    specularmente, la gente considera i social media gratuiti e i veri detentori della veritá (“l ho visto su feisbuc!”). credono che il digitale sia gratuito per definizione, e che tutto sia dovuto gratuitamente. cambridge analitics é stato uno scandalo solo per chi ha una tale visione del mondo digitale,
    per gli altri é solo una piccola parte di un business di una azienda oramai gigantesca che ha diversi miliardi di clienti (perlopiu convinti di usufruire di un servizio gratuitamente) e che vende i loro profili al miglior offerente (il che é perfettamente legale).

    la stessa gente che corre dietro all utlimo telefonino, piu veloce e piu potente, e poi si lamenta delle antenne 5G che loro stesso usufruiscono e che senza di loro non esisterebbe.

    un mondo digitale, e non solo, che va cosi.

  2. Se dovessi cambiare il titolo dell’articolo, lo chiamerei “Era (imperfetto del verbo essere) digitale.” L’ultimo paragrafo dell’articolo farebbe capire perchè, quanto a sogni di lotte future che furono.
    Quanto ad Assange, credo sia giusto prenderlo a paradigma anche per altri motivi.
    Putin dà asilo a Snowden, ma di Assange dice che al posto degli USA lo avrebbe punito ugualmente: anche se gli americani ecc ecc (si veda il lungo film intervista fattagli da Oliver Stone). Perchè? Solo perchè non ne vorrebbe uno così anche in casa sua?
    Eppure ci sono vari elementi, che pare convergano ai nostri antipodi. Non quelli politici, ma quelli geografici.
    Echelon e i suoi succedanei? Un polo nordatlantico e uno nel sud-ovest pacifico. Assange? Australiano. Pivot to Asia, a partire dal suo margine sud-orientale (e i francesi che s’incazzano…). L’intelligenza artificiale (dal digitale al quantistico, come citato di sfuggita dall’articolo) basata su servers lontano dai nostri radar. L’isolazionismo di un intero subcontinente. Le sue miniere di terre rare e non solo (compreso l’Antartide). Eccetera.
    Io Assange lo considero come eroe usato da una parte in lotta: l’alleanza tra Russia e Cina, che non ha avuto i mezzi o la voglia per sostenerlo anche durante la persecuzione, dopo averne aiutato probabilmente l’attività. La Cina abbozza, la Russia si premura di non ritrovarsene uno in casa.
    Intanto, la guerra considera. Alla temperatura dello zero assoluto, direi.

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