Cinema e realtà: a margine di “Civil War”

Anche andare al cinema è un atto politico. Un atto in cui c’è un tempo per vedere (corrispondente al film in sala) e un tempo per concludere (quello in cui facciamo i conti con ciò che l’opera produce in noi). E “Civil War” – film di guerra, di soldati e di reporter; mix di proiettili, bombe ed esplosioni, da una parte, e di parole e immagini dall’altra – è uno specchio illuminante della realtà che ci circonda.

Contro il premierato: nonostante silenzi e censure

L’intero establishment insorge scandalizzato per i cori di alcuni giovani contro una ministra a cui – si dice – è stato impedito di parlare con una sorta di inaccettabile “censura”. Curiosa denuncia in un paese in cui quotidianamente le richieste di contraddittorio sui temi della riforma costituzionale sono disattese dalla TV pubblica e dai grandi giornali “indipendenti”: da ultimo “La Stampa”.

Occorre reagire. Non possiamo aspettare ancora

Il 25 aprile è appena trascorso, ma l’antifascismo – ci ricorda Gastone Cottino nel piccolo e prezioso volume “All’armi son fascisti!” – deve essere pratica quotidiana. La continuità tra il fascismo di ieri e il fascismo di oggi è nelle cose, nei simboli, nelle ascendenze ma ancor più negli interessi rappresentati. Occorre esserne consapevoli e reagire. Subito, perché non possiamo aspettare ancora.

La lingua cancellina del Tg1

Guerra e media. Ogni giorno, all’ora di pranzo, il primo canale della tv pubblica (non solo quello, ma quello in particolare) ci infligge la solita sequenza. Funziona così: le frasi sono in forma passiva, senza complemento d’agente. Ci sono migliaia di morti? Sì, ma morti, non uccisi e, poi, senza nome. E, per sentire la parola “genocidio” ci è voluta la Corte dell’Aja. È un po’ come le truffe, fatte un pezzetto per volta.

Israele, la democrazia, la giustizia internazionale

Il deferimento di Israele alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di genocidio è un fatto dirompente anche per il tentativo, in esso insito, di rimettere al centro della questione palestinese il diritto. Vengono così al pettine numerosi problemi che riguardano, insieme alla guerra, lo stesso assetto democratico dello Stato di Israele, l’effettività del principio di uguaglianza, il concetto di limite.

Gaza e il giornalismo che non c’è

Gaza muore sotto i bombardamenti e per mancanza di acqua, cibo, medicinali. In un audio messaggio una operatrice denuncia: «Qui di giornalisti non ce ne sono. Nessuno chiede di entrare nella striscia di Gaza. C’è chi è sempre stato molto attento ai bombardamenti russi sugli ucraini, farebbe tanto piacere vederlo qui, dove, nel silenzio del mondo, si sta consumando una catastrofe». La guerra si fa in molti modi: anche con assenze, silenzi e omissioni.

Per Julian Assange

È in corso, in Inghilterra, il procedimento per l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange. Un appello di giuristi segnala che tale estradizione, a cui ostano ragioni umanitarie connesse con le sue condizioni psico-fisiche e il timore circa il suo futuro regime carcerario, costituirebbe un terribile esempio di soffocamento della libera informazione orientata al disvelamento degli abusi di potere.

Informazione e pensiero unico alla prova della guerra

In un sistema dell’informazione teso alla costruzione unidirezionale dell’opinione pubblica le reti televisive di Stato hanno un ruolo di primo piano. Impressionante in questo senso è stata una recente trasmissione di Bruno Vespa che ha aggiunto alla consueta propaganda bellica il superamento dell’ultima frontiera, legittimando persino l’uso di armi nucleari, purché “tattiche”.

Assange, la libertà di espressione, la democrazia

Senza la «libera lotta d’opinione in ogni pubblica istituzione» ‒ scrive Rosa Luxemburg ‒ «la vita pubblica s’addormenta poco per volta». Ce lo ricorda il caso di Julian Assange, vittima da oltre 10 anni di una vera e propria persecuzione e trattato con estrema crudeltà per aver messo a nudo un potere che non risponde a nessuno, nascosto da un’apparenza di democrazia.