Il 20 maggio 2001 il Corriere della Sera titolò davvero “Allarme dei servizi: guerriglia antiG8 con sangue infetto”. E il Giornale il 5 giugno pubblicò davvero un articolo con questo titolo: “Assalto al G8 anche con gli alianti”. La Repubblica il 23 giugno annunciò: “Agenti come scudi umani”, spiegando che i manifestanti contro il G8 si stavano preparando a rapire i poliziotti rimasti isolati durante gli scontri. Ancora più dettagliati gli articoli del 10 e 12 luglio del Corriere della Sera: prima l’“Allarme per duemila irriducibili pronti a tutto”, poi la risposta delle istituzioni, con “Quindicimila uomini per la sicurezza. Tra loro anche specialisti della guerra nbc, ovvero nucleare-batteriologica-chimica. Una batteria missilistica”.
Sono scampoli di una rassegna stampa che non smette di sconcertare. I grandi mezzi di informazione, nei mesi precedenti il G8 genovese del 2001, furono protagonisti di una campagna comunicativa pensata per diffondere allarmismo; si voleva spaventare. Fu una campagna così virulenta da varcare i confini dell’assurdo: chi può pensare che qualcuno intenda procurarsi (come, dove?) sacche di sangue infetto da lanciare come un gavettone, o acquistare degli alianti per lanciarsi (da dove?) verso le forze dell’ordine schierate? Un giorno, forse, qualcuno proverà a studiare nei dettagli quella campagna di disinformazione, orchestrata dichiaratamente da appartenenti ai servizi segreti, molti dei quali – probabilmente – anche in vena di umorismo. Le grandi testate nazionali in verità presero tutto molto sul serio e si fecero megafono di una scelta politica precisa, presa altrove: demonizzare il movimento, annunciare violenza e preparare repressione. Chi studierà quella campagna, dovrà affrontare i nodi professionali e deontologici della questione, dovrà chiedersi perché non vi fu un filtro rispetto a certi allarmi, così poco credibili; dovrà domandarsi se furono fatte verifiche alla fonte sull’origine delle “notizie”. I nostri ipotetici ricercatori potrebbero anche interpellare i cronisti, i titolisti, i direttori di allora: ne uscirebbe probabilmente un ritratto (im)pietoso della categoria.
Possiamo dirlo: il giornalismo italiano arrivò all’appuntamento col G8 genovese assai poco preparato e soprattutto schiacciato dai suoi storici difetti. Il movimento dei movimenti, agli occhi del nostro sistema mediatico, pareva spuntato dal nulla. La “rivolta di Seattle” (novembre 1999) aveva prodotto sul piano politico poco più di un’eco, il primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre (gennaio 2001) era stato osservato con sufficienza, senza inviati al seguito, e valutato come un episodio poco più che pittoresco. Pochi, nelle redazioni giornalistiche, si erano accorti del formicolare di iniziative, incontri, dibattiti, forum cominciati in tutta Italia dopo Porto Alegre e in vista di Genova; nei mesi precedenti al G8, l’unica comunicazione recepita, la sola fonte ascoltata, era quella istituzionale. Non una novità per il giornalismo italiano, mai stato – salvo lodevoli ma isolate eccezioni – “cane da guardia del potere”, semmai costola del potere economico e politico. E la politica, in quel frangente storico, nell’assistere alla nascita di un movimento globale di critica al pensiero unico neoliberista, scelse la via dello scontro e non del confronto; lo fece anche la sinistra istituzionale. E i grandi media agirono di conseguenza, creando un clima comunicativo a senso unico, sotto il registro dei timori di scontri violenti, attentati, azioni peggio che vandaliche. Poche, in quel frangente, le eccezioni, a parte le testate di movimento e alcuni giornali della sinistra-sinistra (da Carta a Diario, da Altreconomia a il manifesto, passando per Famiglia cristiana, molto attenta ai temi sollevati fra Seattle, Porto Alegre e appunto Genova).
Il clima informativo attorno al G8 genovese, fatalmente, risultò falsato, condizionato da interessi politici condivisi fra destra e sinistra e da un instancabile lavoro ai fianchi compiuto dalle agenzie di comunicazione interne agli apparati di sicurezza. Si creò, con la complicità dei media, la classica profezia che si autoavvera; preconizzando violenze, annunciando catastrofi, preparando migliaia di agenti allo scontro fisico, alla fine la violenza vi fu, e soprattutto sul versante istituzionale. Nei giorni seguenti il G8 su un quotidiano apparve una frase, attribuita ad Amnesty International, che resta la sintesi più memorabile del fallimento nella gestione dell’ordine pubblico: “A Genova”, sosteneva una fonte interna alla Ong premio Nobel per la pace nel 1977, si era assistito a “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”. Un giudizio durissimo, ma non azzardato: a Genova le forze dell’ordine avevano superato molti dei limiti etici, professionali e normativi stabiliti.
I maggiori media, sul punto degli abusi di polizia, riuscirono solo parzialmente a rompere il patto non scritto con le forze dell’ordine: un accordo implicito di massima cautela nel riferire denunce di abusi e violenze. Alcuni casi importanti – le torture di Bolzaneto, il calcio in faccia a un ragazzino a terra sferrato da un funzionario di polizia, la stessa sanguinosa irruzione alla scuola Diaz – furono raccontati sul momento anche dalle maggiori testate giornalistiche, ma l’attenzione venne presto meno. Il “grande” giornalismo italiano, che era stato complice della criminalizzazione preventiva del movimento, non è riuscito nel dopo Genova – tutt’altro – a svincolarsi dal suo tradizionale abbraccio con le forze dell’ordine. Non si ricordano, nei mesi e anni successivi alla “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste”, significative inchieste sul reale stato di salute democratica delle nostre forze dell’ordine e nemmeno una forte richiesta ai vertici di un’assunzione reale di responsabilità, con tutto ciò che ne consegue (dimissioni, provvedimenti disciplinari, rimozioni, scuse formali).
All’opposto, i magistrati chiamati a indagare sugli abusi si trovarono pressoché isolati: per i vertici politici e di polizia erano quasi dei disturbatori, né scattò, attorno a loro, la “scorta mediatica” di cui avrebbero avuto bisogno. Emblematica, in questo senso, l’inchiesta per il blitz poliziesco alla scuola Diaz, il processo politicamente più delicato a causa del rango gerarchico dei maggiori imputati, tutti stretti collaboratori del capo della polizia Gianni De Gennaro, un uomo che aveva sempre goduto, con la sua “squadra”, di grande favore mediatico per i meriti conseguiti nella lotta alla mafia. L’inchiesta di Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, com’è noto, fu contrastata non solo dai vertici di polizia ma dall’establishment politico nel suo insieme – per la Corte europea per i diritti umani (sentenza Cestaro vs Italia), l’azione della magistratura fu “ostacolata impunemente” dai vertici di polizia – e tuttavia portò a 25 condanne in via definitiva, inclusi quattro-cinque appartenenti al gotha della polizia di Stato, dirigenti “protetti” fino all’ultimo dagli apparati politici, polizieschi e anche mediatici. Le clamorose condanne – del tutto inattese quando l’inchiesta cominciò – suscitarono nei grandi giornali più imbarazzo che voglia di approfondire, scavare, capire e magari spiegare: come scrisse a caldo uno dei maggiori cronisti italiani, “la sentenza era forse giusta, ma non saggia”; sarebbe stato meglio, cioè, non infliggere quelle condanne, visto il rango e il ruolo degli imputati e la conseguente “decapitazione” del vertice operativo della polizia di stato.
Il G8 di Genova, a conti fatti, oltre che una mezza Caporetto, è stato per il nostro sistema dell’informazione un momento di svelamento. Sono venute a galla alcune delle tendenze più profonde del suo modo d’essere e di concepire il proprio ruolo: l’organicità ai poteri politici, la vicinanza alle forze di polizia, la diffidenza verso i movimenti sociali e politici non istituzionali, la scarsa attitudine a mettere in discussione le scelte e gli errori degli apparati di sicurezza. Le grandi testate, e anche i singoli giornalisti e influencer più considerati nello spazio pubblico, hanno svolto un ruolo decisivo anche nella rimozione del “caso Genova” dalla memoria pubblica, dal racconto dell’Italia contemporanea. Non si parla, non si vuole parlare del G8 di Genova e delle sue conseguenze: troppo scomodo per la politica, specie per la sua fazione “progressista”, che dovrebbe ammettere il tragico errore compiuto a cavallo del millennio, quando rifiutò di dialogare col movimento e contribuì anzi a criminalizzarlo; troppo scomodo per le retoriche attuali sulla sicurezza, tutte legge e ordine e solidarietà preventiva con le forze di polizia.
E tuttavia non va dimenticato che il G8 di Genova è stato, all’opposto, un momento quasi magico per il “citizen journalism“, il giornalismo che sale dal basso, che si fa attivismo, che racconta il non raccontato, che denuncia e mette a fuoco il lato osceno del potere. Molto di ciò che sappiamo sugli abusi di potere compiuti per strada e anche nel chiuso di scuole e caserme, lo dobbiamo a quei cittadini, a quegli attivisti che si fecero giornalisti sul campo, in presa diretta, a volte muniti delle nuove, economiche telecamere digitali, o di semplici connessioni Internet. A caldo, nelle settimane e nei mesi seguenti il G8, uscirono alcuni documentari militanti che vanno considerati come esempi del miglior giornalismo dal basso; gli abusi di polizia vi erano raccontati senza il filtro della giustificazione, del relativismo sulle responsabilità, senza il crisma dell’ufficialità. Ancora, nelle strade di Genova prese forma compiuta il progetto di Indymedia, il cui motto era: “Don’t hate the media, become the media“, non odiare i media, diventa i media. Ribaltando lo sguardo, Indymedia puntava a ribaltare anche i rapporti di forza: il movimento, attraverso un sito ad accesso libero, raccontava sé stesso; Indymedia faceva diventare notizia ciò che per i media ufficiali notizia non era. Il movimento dei movimenti crebbe e si consolidò, a cavallo del millennio, anche per questo suo approccio all’informazione, grazie a un uso creativo e positivo della rete Internet, all’epoca non ancora colonizzata dagli algoritmi commerciali e dalla logica del mercato. Il mediattivismo si dimostrò più libero, più indipendente, più “giornalistico” del giornalismo ufficiale. Il quale, anche su questo punto, non hai voluto fare un esame di coscienza.
