La scuola tra curricula e speranze

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Tra zone rosse, arancioni e gialle, la scuola italiana sta provando a terminare l’anno scolastico 2020-21 in presenza. Gli allievi della secondaria di secondo grado, dopo mesi e mesi di logorante didattica a distanza, stanno finalmente rientrando, con percentuali che vanno dal 50 al 70%, nelle aule, dove ad attenderli ci sono soprattutto le immancabili verifiche del fatidico mese di maggio. Il sollievo per il tanto agognato ritorno si scontra così immediatamente con la perversa miopia delle ennesime scelte didattiche-valutative calate dall’alto e con l’opaca mediocrità del dibattito sugli investimenti dei fondi del Recovery Plan.

Partiamo dalle questioni legate alla didattica. Nonostante la pandemia abbia eroso e impoverito la scuola come comunità educante democratica, producendo preoccupanti fenomeni di apatia, dispersione e marginalità, il Miur ha deciso comunque di non sospendere i test Invalsi e neppure i percorsi di PCTO (l’ex alternanza scuola lavoro), ribadendo così, al di là delle dichiarazioni di voler in questo modo garantire la continuità e normalità della vita scolastica, le vere e immutabili priorità di un sistema di istruzione sempre più proiettato a scimmiottare un modello aziendale e prestativo. Evidentemente, di fronte a queste impellenze pedagogiche, il Covid-19 risulta meno aggressivo e maggiormente affrontabile. Come se non bastasse, in questo contesto precario ed emergenziale, il Ministero ha voluto riportare in auge e rendere operativo, per i ragazzi e le ragazze che sosterranno l’esame di Stato, il curriculum dello studente, figlio legittimo della buona scuola renziana (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/04/19/scuola-di-classe-2/), perché si sa che le cose stupide e inutili sopravvivono ai mutamenti del tempo. Il problema è che non si tratta solo di un orpello, in molti casi anche poco significativo; dati i tempi di crisi sanitaria, economica e sociale, il curriculum dello studente diventa infatti un provvedimento profondamente ingiusto e classista. Il perché è semplice e intuitivo, o almeno dovrebbe esserlo, fatta salva ovviamente l’onestà intellettuale. Tali curricula, infatti, sono il prodotto delle attività, delle certificazioni e dei corsi extrascolastici che ogni studente ha portato avanti durante tutto il suo percorso di studi. Ma in un periodo caratterizzato da reiterati lockdown, le scuole hanno ridotto di molto le offerte formative accessibili a tutti e ciò ha ulteriormente tracciato un solco tra gli studenti figli delle famiglie più ricche e benestanti e quelli figli delle famiglie più povere e in difficoltà. Perché se è vero che la pandemia è stata uguale per tutti, non si può dire altrettanto per le problematiche che ha generato e per le conseguenze che ha avuto sulla popolazione. Ed è così che alcuni studenti più robusti, sia da un punto di vista culturale che economico, sono riusciti ad accedere a esperienze formative, spesso a pagamento, e altri più deboli sono naufragati nelle loro solitudini e difficoltà. Solo la dannosa e idiota ideologia della meritocrazia può annoverare i primi come migliori e i secondi come pigri e svogliati. Ma purtroppo vi è una parte di scuola che ama specchiarsi nei successi dei bravi, dimenticandosi che il suo obiettivo non sarebbe quello di reiterare le ingiustizie del presente ma quello di costruire le equità del futuro.

Per quanto riguarda la seconda questione, ovvero gli investimenti del Recovery Plan, il Governo Draghi prevede di destinare 32 miliardi di euro sui 240 a disposizione per l’istruzione. Si tratta sicuramente di una cifra importante che non va utilizzata e sprecata per soddisfare lobbies o corporations amiche, nel nome di una modernizzazione esclusivamente tecnologica e digitale. Il dibattito intorno a questi soldi è, ad ora confuso, e volutamente poco pubblico. Per questo, a partire dalla situazione drammatica vissuta in questi 15 mesi, chi ha a cuore la scuola deve ribadire che le prime due cose da fare sono: ridurre il numero di allievi per classe e mettere mano alla edilizia scolastica. Ogni progetto di rinnovamento della scuola deve partire da queste due priorità non più rinviabili.

La riduzione del numero degli studenti per classe è la madre di tutte le riforme, è la premessa per dare vita a una svolta pedagogica che ridia linfa vitale all’istruzione: a scuola gli allievi devono aver la possibilità di partecipare attivamente alle lezioni, devono poter interagire, dialogare, imparare in modo collaborativo e cooperativo, così da realizzare processi di inclusioni non solo formali ma reali. Con al massimo 20 studenti, gli insegnanti potranno finalmente incrementare la didattica laboratoriale e restituire assiduamente feedback valutativi individuali precisi e articolati, in grado di incidere nel miglioramento dei processi di apprendimento e di crescita umana. Un minor numero di allievi per classe diminuirebbe inoltre i casi di abbandono e di insuccesso scolastico: ciò nel medio periodo porterebbe ad accrescere l’autostima dei ragazzi e delle ragazze, i quali sarebbero anche più motivati a proseguire negli studi e a investire in percorsi di formazione. Urge una scuola che accenda curiosità, passioni e speranze altrimenti essa non serve letteralmente a nulla.

La seconda priorità consiste nel ripensare e riprogettare gli spazi scolastici. Le scuole devono essere dei luoghi belli e sicuri in quanto ospitano quanto di più bello vi sia al mondo: la conoscenza. La scuola è il nostro prezioso tempio del sapere, il luogo dove si incontrano la ragione e le emozioni, la teoria e la pratica, le discipline umanistiche, scientifiche e tecniche. Per questo serve ristrutturare i vecchi edifici e costruirne di nuovi, dotati di laboratori, palestre, aule musicali, parchi e spazi autogestiti dagli studenti. Le strutture scolastiche devono essere luoghi politici in cui possano crescere essere umani pluridimensionali, dotati di spirito critico e non sudditi obbedienti.

Tutti gli analisti concordano nel dire che i fondi del Recovery Plan rappresentano per l’Italia un’occasione unica e irripetibile per uscire dalla crisi, da non sprecare per nulla al mondo. Assolutamente vero e proprio per questo vanno utilizzati in primis per cambiare la scuola, al fine di trasformarla in un bene comune da cui possa sbocciare una democrazia viva, onesta e intelligente, che permetta agli uomini e alle donne di emanciparsi. Investire nell’istruzione è l’investimento più redditizio che si possa fare perché significa investire nella formazione umana, la più grande risorsa per costruire un futuro di pace, ecologia, giustizia e libertà per tutte e tutti.

Matteo Saudino

Matteo Saudino, laureato in storia e filosofia, insegna filosofia presso il liceo “Giordano Bruno” di Torino. È autore di "La filosofia non è una barba" (Vallardi, 2020) e, con Chiara Foà, di "Cambiamo la scuola. Per un'istruzione a forma di persona" (Eris Edizioni, 2021) e “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)” (Independently published, 2017). È ideatore di "BarbaSophia", canale YouTube (https://www.youtube.com/channel/UCczAmcE87UncfJLyrfA2wUA) in cui spiega e racconta concetti e storia della filosofia.

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