Scuola di classe

image_pdfimage_print

La scuola italiana sta per subire l’ultimo paradossale affronto di questa pandemia. Dopo esser stata chiusa quando poteva benissimo restare aperta, dopo esser stata l’ultimo dei pensieri dei due governi che si sono succeduti, ora viene riaperta al 100% per un ultimo, demagogico, mese: con la (vituperata) vaccinazione degli insegnanti non conclusa, con i trasporti e l’edilizia scolastica senza nessun miglioramento, con la variante inglese, assai più contagiosa, che dilaga e con gli ospedali pieni. Non oso nemmeno pensare cosa succederà davanti ai primi, inevitabili focolai. Ma nulla: la scuola, come tutta la società, è solo una funzione dell’economia e del mercato agli occhi del governo dei migliori.

Lo dimostra benissimo il sito del Ministero dell’Istruzione, che da qualche giorno comunica che è aperta «la piattaforma per la compilazione del Curriculum dello Studente: il nuovo documento debutta quest’anno all’Esame di Stato del secondo ciclo di istruzione». Il curriculum che mezzo milione di maturandi dovrà compilare è diviso in tre parti: Istruzione e Formazione, Certificazioni, Attività Extrascolastiche. In questa ultima parte i ragazzi sono invitati a inserire «informazioni sulle attività svolte in ambito extrascolastico e sulle certificazioni che possiedono, con particolare attenzione a quelle che possono essere valorizzate nell’elaborato e nello svolgimento del colloquio». E «al termine dell’Esame, il Curriculum sarà allegato al diploma e messo a disposizione di studentesse e studenti all’interno della piattaforma».

Non è un’idea del ministro Patrizio Bianchi, era una delle “innovazioni” contenute nella Buona Scuola di Renzi: per fortuna finora lasciata inattuata da ministri con un residuo di consapevolezza della missione della scuola della Repubblica e della Costituzione. Ma l’economista ferrarese cui Mario Draghi ha affidato la scuola ha rotto gli indugi, varando il Curriculum. Si tratta di una delle decisioni che chiariscono meglio la natura di questo governo: un gabinetto paleoliberista di destra, guidato dalle idee di Giavazzi e dell’Istituto Bruno Leoni. Il curriculum mette tra parentesi il diploma cui è allegato: perché al mercato non basta il valore legale del titolo di studio, e nemmeno il voto. Il mercato vuole sapere cosa sta comprando. E così il Ministero glielo dice: rendendo ben chiaro che la scuola deve servire non a formare cittadini, e prima persone umane, ma a piazzare capitale umano sul mercato del lavoro. E questo curriculum serve egregiamente a far capire che tipo di “pezzo di ricambio” è il ragazzo cui sta attaccato – proprio come un cartellino sta su un pezzo di carne, sul bancone del supermercato.

Ma il peggio deve venire, ed è legato alle Attività Extrascolastiche. Le commissioni della maturità si troveranno a interrogare e a valutare anche in base a un esplicito documento dell’abisso di diseguaglianza economica, sociale e culturale che divide e inghiotte i ragazzi della nostra scuola. Perché è chiaro a tutti che soggiorni all’estero, viaggi, sport, corsi di lingua, di teatro, di fotografia, di danza, di informatica, di musica … che i ragazzi inseriranno tra le Attività Extrascolastiche certificheranno solo una cosa: la ricchezza e la povertà delle rispettive famiglie. Dalla scuola in grembiule, solennemente egualitaria, siamo passati a un’esibizione della ricchezza autorizzata, anzi sollecitata, dal superiore ministero.

Così il governo dell’oligarchia ci spiega cosa sia, per lui, la meritocrazia: esattamente ciò che il diritto divino era per l’aristocrazia dell’antico regime, cioè la rassicurante certezza che chi sta sopra ci sta perché se lo merita, perché Dio vuole così. E che nulla, ma proprio nulla, arriverà mai a sovvertire questa immutabile scala sociale. Papa Francesco non si stanca di ripetere che da questa pandemia non si esce come prima: ma solo migliori, o peggiori. Che dopo due anni scolastici all’insegna della più turpe diseguaglianza (perché è questa, e non già l’ignoranza, la più grave conseguenza della didattica a distanza), il Ministero della (già Pubblica, ora sempre più privata) Istruzione se ne esca con una simile nefandezza, lascia pensare che ne usciremo certamente peggiori.

In un suo recente, ottimo libro (La meritocrazia, Futura 2020) lo storico delle dottrine politiche Salvatore Cingari nota come «questi processi svuotino la scuola della sua funzione etica proprio nella misura in cui cercano di valorizzare il merito in una prospettiva competitiva che divide docenti e studenti in vincenti e perdenti, anziché come incomparabile potenzialità di ognuno. È proprio la coniugazione con la competizione che sottrae il merito alla sfera della libera realizzazione della propria individuale differenza, dell’espressione dei talenti nella più vasta accezione possibile della messa in comune della diversità, facendolo diventare parola chiave della diseguaglianza e della omologazione». Che il merito così inteso non possa essere altro che la manifestazione dello status economico della famiglia degli studenti è ovvio: ma se si arriva a far considerare alle commissioni della maturità le «attività extrascolastiche» (che per un diciassettenne-diciottenne non possono che essere quelle assicurategli dalla famiglia), significa che ormai questa ratifica della diseguaglianza per censo non è un effetto collaterale, ma proprio il fine ultimo assegnato alla scuola. Nella sua strepitosa imitazione, Maurizio Crozza ritrae il ministro Bianchi a giocare a carte col morto: e il morto è la scuola. Ci stiamo andando pericolosamente vicini.

Una versione parzialmente coincidente dell’articolo è stata pubblicata su Il Fatto Quotidiano
con il titolo “Con Bianchi alla scuola si premia chi è più ricco”

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

Vedi tutti i post di Tomaso Montanari

3 Comments on “Scuola di classe”

  1. se al potere ci sono gli aristocratici e pure guidati un banchiere una scuola di classe non stupisce per nulla.

    le universita di classe gia esistono. sono le universita private, alle quali hanno accesso le persone che godono di elevati rating creditizi, segnatamente dalla bank of mammy and daddy. gli altri, gli esclusi, non hanno
    corrispondenti standard “meritocratici”.

    ci si preoccupa della dad, la gente scende in piazza affinche i propri pargoli tornino fisicamente a scuola.
    come se l’essere fisicamente presenti fosse garanzia di formazione e viceversa l’essere lontano (in dad)
    precluda la formazione.

    quasi nessuno ormai si preoccupa piu dei contenuti dell’istruzione.

    si promuovono tutti, anche all’ universita. oggi passare l esame di accesso é garanzia di laurea.
    un tempo l’universita era molto selettiva, esame dopo esame, e i tempi molto piu lunghi.

    ci serve davvero un’ istruzione cosi?

  2. E ci voleva il curriculum del ministro Bianchi per scoprire la natura classista della scuola italiana?
    Bastava varcare la soglia di un qualsiasi istituto professionale per l’industria e l’artigianato! Avrebbe visto, il professor Montanari – che, peraltro, molto stimo -, avrebbe visto, dicevo, giovinetti in tuta blu e scarpe antinfortunistiche – “forza-lavoro in formazione”, insomma – affrettare il passo, volenti o nolenti, verso l’anticamera della fabbrica: il laboratorio di meccanica o quello di saldatura. Torni, frese, lampi accecanti e un rumore assordante! Né più né meno che una “boita”.
    (Il ministro dell’Istruzione Profumo, in visita, una decina di anni fa, alla scuola in cui lavoro, alla vista degli studenti in tuta blu – probabilmente neanche lui ne aveva mai veduti da così vicino – proclamò, al cospetto della torma di insegnanti e bidelli che lo attorniavano, evidentemente lusingati dall’apprezzamento, che erano quelli gli studenti che lui amava! Proprio quelli! Sintesi vivente di scuola e lavoro!)
    La verità – questa, almeno, è la mia modesta idea – è che la favola della scuola della Repubblica (fondata, peraltro e appunto, sul lavoro), fucina di spirito critico, presidio di cultura democratica, sicura promessa di emancipazione per le classi subalterne ecc. ecc. ecc., in cui si sono cullate le elites progressiste e di sinistra di questo Paese – che i propri figli li ha sempre, beninteso, mandati al Liceo -, ha sempre impedito di riconoscere, anche e soprattutto alle classi subalterne, a cui è stata data a bere, e che se la sono bevuta, ha sempre impedito di riconoscere, dicevo, la cruda sostanza sociale della scuola italiana (e non solo italiana, ovviamente), che, vista dalla prospettiva di un istituto professionale, cioè dai piani bassi del sistema scolastico, “di classe” non diventa oggi, col curriculum del signor Bianchi: lo era già ieri, col diploma, da meccanico, del signor Rossi.
    Questione, evidentemente, di prospettiva.

Comments are closed.