Ankara val bene uno schiaffo

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Il protocollo turco che ha lasciato in piedi Ursula Von der Leyen non è stato unicamente una mancanza di rispetto verso la presidente della Commissione europea o verso la figura femminile. È stato anche uno schiaffo verso l’Europa e la sua storia tesa a una continua evoluzione verso il rispetto del principio di eguaglianza, di pari dignità fra i generi e di godimento delle elementari libertà civili e politiche. Soprattutto se visto alla luce della recente uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne siglata nel 2011 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/03/26/cose-turche/). L’autocrate turco ha ribadito il suo disprezzo per la storia europea e per le sue libertà e lo ha fatto da una posizione di forza mettendo in luce la debolezza dell’Europa.

Ma, se ci fermiamo a riflettere, scopriamo che questa debolezza, se è veramente tale, è dovuta proprio a un’incoerenza di fondo, a uno iato tra una cultura che esalta diritti e libertà e una prassi che è volta a ignorare quanto esaltato. Tale contraddizione fa parte della storia europea, patria insieme dell’illuminismo e del colonialismo votato allo sfruttamento estremo di terre d’oltremare. Sfruttamento che, anche se con mezzi diversi, continua al giorno d’oggi. Come scrive lo storico Jürgen Kocka, riferendosi all’espansione europea nel mondo in era moderna, «è ravvisabile un’irritante fusione di commercio e guerra, una miscela aggressiva di sete di potere, dinamismo capitalistico e violenza senza regole, che storicamente ha rappresentato la regola, ma che si è ripresentata di continuo anche ai giorni nostri». Oggi come ieri, il potere euroamericano si avvale sia della forza che di strumenti commerciali. In particolare poggia su intermediari, ossia sugli stessi autocrati dei paesi sfruttati che si pongono in simbiosi mutualistica con i governi dell’Occidente.

Avviene con la Turchia e con la Libia, ritenuti entrambi un contrafforte alla stabilità europea in funzione anti-immigrazione. L’immigrazione è un portato fisiologico dei movimenti che interessano l’umanità e ha caratterizzato da sempre la storia umana. Oggi, oltretutto, viene mossa da motivazioni quali povertà, cambiamenti climatici, disuguaglianza e guerre, fenomeni tutti a cui l’Occidente non è affatto estraneo. Pur considerati essenziali alle realtà produttive occidentali, gli immigrati vengono trattati alla stregua di materie prime (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/04/08/regolarizzazione-e-forme-legali-di-semi-schiavitu-un-paradosso-da-evitare/), e quindi selezionati in entrata nei vari paesi come fossero merci. L’Europa e gli Stati Uniti non possono prosperare senza i paesi di quello che una volta veniva chiamato Terzo mondo. Quindi le politiche liberticide di questi ultimi non possono turbare i rapporti diplomatici e commerciali.

Lo si è visto con l’Egitto e le vicende di Giulio Regeni e Patrick Zaki. L’assassinio brutale dell’uno e l’incarcerazione arbitraria dell’altro non solo non hanno provocato una frattura istituzionale fra Italia ed Egitto ma non hanno neanche interrotto i rapporti commerciali, in particolare l’esportazione di armi italiane, strumenti di repressione ad uso del potere egiziano (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/01/11/nonostante-regeni-litalia-arma-legitto-e-non-solo/). Il commercio deve continuare whatever it takes. L’ideologia capitalista, che vede nella libertà di mercato e di impresa la madre di tutte le libertà, non ammette deroghe. I diritti umani possono essere relegati in un secondo piano.

L’Africa è un ulteriore esempio di questa simbiosi mutualistica, con le sue le immense risorse sfruttate dalle imprese occidentali (si veda Francoise Misser, Le compagnie petrolifere all’assalto, Le Monde Diplomatique, n. 3 marzo 2021, in cui si denuncia l’assalto delle multinazionali del petrolio ai parchi nazionali di diversi Stati africani in spregio alle norme ambientali e ai diritti delle popolazioni locali).

Per questo non ci si può attendere una reazione europea allo sgarbo, non solo protocollare, subìto dalla Von der Leyen. E, forse, la stessa presidente della Commissione, in quanto calata nel proprio ruolo istituzionale in rappresentanza dell’Europa e dei suoi traffici, si guarderà bene dal sollevare questioni e ingoierà il rospo di buon grado: Ankara val bene uno schiaffo.

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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One Comment on “Ankara val bene uno schiaffo”

  1. affrontare delle trattative con un dittatore non é come andare a una cena di gala.

    questo é chiaro a chiunque.

    chi rappresenta l’ UE deve essere in grado di affrontare sgarbi istituzionali, superarli prontamente con una battuta, non apparire offesa e imbronciata, altrimenti la trattavia é persa ancora prima di iniziare. e il dittatore “vince” grazie a una semplice sedia…

    se poi il dittatore cattivo e cafone ci serve per bloccare i flussi migratori dietro lauto compenso, ovvero se lui fa il lavoro sporco per noi con metodi che fanno rabbrividire (altro che una sedia vuota!) verso bambini donne e chiunque, meglio non evidenziarlo e concentrarci sullo schiaffo istituzionale e sulla sedia mancante, sull offesa, sul mancato galateo.

    come se fosse una cena di gala, e non uno che fa il lavoro sporco per noi, appunto.

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