Il Covid e la scuola: un’esperienza

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L’arrivo del primo caso di Covid nella classe di mia figlia (in un liceo del centro di Firenze) ha fatto cadere come un castello di carte l’illusione che fossimo pronti. O meglio, la scuola in sé lo sarebbe: grazie a un lavoro durissimo di dirigente, professori, personale Ata. Da membro del consiglio di istituto ho potuto toccare con mano ciò che si intuiva bene anche da fuori: grazie all’abnegazione dei singoli, un sistema stremato, nonostante tutto resiste. Senza amministrativi, con pochissimi custodi, senza spazi: eppure le procedure nel “mio” liceo funzionano, e i ragazzi a scuola sono sicuri.

Il problema comincia fuori.

Già sulla porta della scuola, per strada: dove i ragazzi si assembrano, senza mascherina, fino a impedire il passaggio dei pedoni. E nessun vigile urbano, nessuna volante a controllare, a richiamare: nulla di nulla.

E poi nei rapporti con la politica. Basti pensare che la Città Metropolitana a un certo punto ha offerto come succursale, che permettesse di fare tutti didattica in presenza, una villa medicea suburbana, a 12 chilometri dalla scuola. Mettendo a disposizione una navetta, beninteso: peccato che così avremmo mescolato in uno spazio ristretto e chiuso classi che non possono incontrarsi nemmeno alla ricreazione.

Ma il vero problema è il rapporto tra sanità e scuola. Che non funziona: anzi, che non esiste.

Giovedì primo ottobre un genitore di un compagno di classe di mia figlia risulta positivo a un controllo di routine. Il giorno dopo il figlio sta a casa, e fa il tampone. La dirigente aspetta i risultati: passano sabato, domenica: nulla. Lunedì, e poi anche martedì i ragazzi rientrano a scuola. Solo martedì sera arriva finalmente la risposta sul compagno di classe: positivo! Dall’Ufficio di Igiene nessuno risponde al dirigente, che invita comunque le famiglie a tenere a casa i ragazzi il giorno successivo (e alcuni, come mia figlia, fanno comunque il tampone). Alle 14 di mercoledì 7, sei giorni dopo l’ultimo contatto stretto con il positivo, arriva finalmente (attraverso la scuola) una surreale email collettiva dell’Ufficio Malattie Infettive della Asl Toscana Centro che prescrive che «gli alunni di tale classe dovranno stare a casa per quarantena», annunciando che «a partire da domani ciascuna famiglia riceverà dall’Igiene Pubblica dell’Azienda Sanitaria, attraverso una mail, indicazioni più precise sulla durata e sulle precauzioni da seguire durante il periodo di quarantena». Da domani! Uno ingenuamente immagina che, in una situazione in cui ogni minuto è prezioso, le prescrizioni siano standard, e che, una volta che la Asl ti scrive, ti dica tutto. Invece no.

A questo punto nessuno sa esattamente cosa fare, è il classico “rompete le righe”: con alcuni ragazzi chiusi rigorosamente in camera con il cibo passato sotto la porta, e altri tranquillamente a spasso per la città. Non sappiamo ancora come finirà: ma certo se c’era un focolaio, a questo punto l’incendio sarebbe fuori controllo.

Finalmente, a una settimana esatta dal possibile contagio, arriva la lettera personale della Asl (non a tutti: a noi non è mai arrivata), da cui si può dedurre (con un certo impegno esegetico) che dopo 14 giorni dal possibile contatto i ragazzi potranno rientrare a scuola senza certificato né tampone.

Raggiunto al telefono, un gentilissimo interlocutore dell’Ufficio di Igiene, conferma: ma contemporaneamente consiglia di farli, i tamponi. Ma se i ragazzi non possono uscire di casa senza rischiare di diffondere il virus, e senza rischiare la denuncia, come li fanno, i tamponi? «E infatti mica glielo mettiamo per iscritto!» Naturalmente scatta comunque la corsa al tampone privato, con avvocati al seguito e medici che lo prescrivono senza preoccuparsi della quarantena.

Un disastro organizzativo, un disastro comunicativo, un disastro civile: e all’inverno vero mancano oltre due mesi.

L’articolo è pubblicato anche su “Il Fatto quotidiano”

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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2 Comments on “Il Covid e la scuola: un’esperienza”

  1. Approfitto per raccontare anche io uno squarcio di vita scolastica. Un mio nipote di quarta elementare si prende con ricorrenza bisettimanale una solenne infreddatura il mercoledì durante l’ora di ginnastica. Mia figlia mi ha spiegato che quando l’altra sua figlia frequentava le elementari, questo non avveniva perché la scuola era convenzionata con palestre e gli studenti che potevano pagare facevano ginnastica in luoghi muniti di spogliatoio e il cambio d’abito era una norma che li preservava dalle infreddature. Il nuovo direttore ha ritenuto giustamente che chi aveva denaro non dovesse avere il privilegio della ginnastica. E’ vero che ora vengono trattati tutti allo stesso modo; ma quante controindicazioni. Le palestre non svolgono un compito che magari la certezza del guadagno rendeva eseguibile ad un prezzo inferiore; i ragazzini escono da scuola con gli indumenti intimi umidi e non so se fanno in ambienti non specializzati la ginnastica appropriata. La verità è che dovunque si posa lo sguardo si vede il danno prodotto dalla concezione vigente che il proprio reddito deve essere tenuto nascosto; lo vuole tenere nascosto chi guadagna poco perché è diventato l’indice della propria inadeguatezza e il ricco perché ha paura che gli venga rubato. Il sistema, che le tecnologie attuali permetterebbero, con il denaro tutto tracciabile e riferibile al codice fiscale non si vuole introdurre. Nel nostro caso le famiglei che avessero il reddito per pagare le palestre avrebbero pagato e quelle che non lo avessero avrebbero visto accresciuto dal tesoro dello stato il proprio conto corrente per poterlo pagare. Oltretutto la dignità di ogni famiglia sia di ricchi che di poveri sarebbe stata salvaguardata. Invece preferiamo che la tecnologia scruti sulle nostre modalità di vita e quando sarà finita la pandemia chi ci toglierà di dosso questo meccanismo di indagine sula nostra vera intimità

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