Arridateci la Fornero!

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Almeno lei aveva pianto, ammettendo in conferenza stampa di esser venuta meno al suo impegno: non farò cassa con le pensioni, aveva promesso. Invece è proprio quello che ha fatto, cassa. Lacrime comprensibili, quelle della ministra del lavoro nell’era Monti, Elsa Fornero, lacrime di coccodrillo però. Nel paese occidentale in cui si muore di più sul lavoro – e tanti anziani perdono la vita, magari buttando sudore e sangue sull’impalcatura di un cantiere a 67 anni per scavalcare l’ostacolo più alto e finalmente appendere la tuta al chiodo – l’asticella continua a salire: quota 100, poi 101, poi 102, 103 e ora con il governo Meloni addirittura quota 104, che vuol dire 63 anni d’età e 41 di contributi. Questa volta senza le lacrime, perché Meloni e le sue eccellenze ministeriali sono più brave a far piangere i poveri cristi che a versare lacrime in proprio. Non piange ma alza la voce il suo alleato Salvini che nel gioco delle tre carte potrebbe “riconquistare” quota 103. Anzi, ci riesce. Per finta, come dicono i bambini: quota 103, certo, ma per appendere la sua tuta al chiodo l’aspirante pensionato dovrà aspettare quasi un altro anno la finestra d’uscita e per di più, subirà un taglio economico pesante sull’assegno. Che vittoria, Salvini! Lui che voleva sotterrare la Fornero si adegua al suo peggioramento ma la premier con un trucco gli consente di brindare alla vittoria di Pirro.

Meloni come Monti si nasconde dietro il “ce lo chiede l’Europa”. In realtà l’Ue ci chiede di non gonfiare ulteriormente il debito pubblico, mentre il Governo si muove in direzione opposta. E per tacitare Bruxelles e i mercati, Meloni la butta in politica estera e mette il turbo all’atlantismo e all’americanismo guerrafondaio, con il beneplacito di quasi tutto l’arco costituzionale. E come se non bastasse, si schiera con il Governo israeliano che rade al suolo Gaza, stermina la popolazione civile, vecchi donne e bambini compresi. Nel nome del popolo ebraico, dice lei che è figlia o nipote della “cultura” di chi promulgava le leggi razziste del fascismo. E il debito sale, ma bisogna pur riempire gli arsenali, svuotati per aiutare l’amico Zelensky (“ce lo chiede la Nato”) e si deve pur dare qualche mattoncino a Salvini per il suo ponte sullo Stretto. E siccome non si vuole andare a prendere i soldi dove stanno, cioè in tasca e nei patrimoni dei ricchi, e non si vuole combattere l’evasione specificando che le tasse sono “un pizzo di Stato”, fa cassa sui lavoratori dipendenti, i pensionati, i giovani sempre più precarizzati che la pensione non riescono neanche a sognarsela, le donne; fa cassa persino sui bambini togliendo aiuti e benefit, aumenta la tassazione su pannolini, pannoloni, assorbenti e latte in polvere e si lamenta se in Italia si fanno pochi figli. L’opzione donna si restringe, e viene tagliato l’assegno pensionistico a 700 mila statali: medici, infermieri, maestri, dipendenti degli enti locali e uffici giudiziari per recuperare, a regime, 7-8 miliardi di euro. Odio di classe e demagogia. Si diminuisce di 20 euro l’anno il costo dell’abbonamento televisivo, dopo aver messo alla porta le migliori risorse della tv pubblica. Si diminuisce soprattutto la spesa sanitaria per fare un regalo ai privati e si taglia quella farmaceutica, si dimezza il bonus sociale-energia.

Così succede che il lupo cattivo viene mangiato da un’orca più cattiva di lui ma travestita da Cappuccetto rosso, insomma finirà che dovremo rimpiangere la Fornero – si fa per dire – e le sue lacrime sul viso. Una Fornero che sembra rinata, corteggiata nei talk show come Cappuccetto rosso, anche se nell’immaginario collettivo rimane il lupo cattivo.

Consapevole di apparire per quel che è, un Robin Hood al contrario che ruba ai poveri per dare ai ricchi, Giorgia Meloni ogni tanto butta il fumo sugli occhi di un’opposizione politica già di per sé ipovedente. Prima con la mitica tassa sugli extraprofitti rivelatasi uno specchietto per le allodole, oggi con la minaccia durata un giorno della requisizione dei conti correnti agli evasori. Gli evasori non si toccano, così come i capital games tassati la metà del lavoro dipendente, per non parlare delle multinazionali. È questo tipo di politiche (che non nasce con il Governo di destra-destra, colpevole semmai di portarle alle estreme conseguenze) che fa crollare la natalità ed esplodere la povertà, sia quella relativa che quella assoluta. Il rifiuto delle destre persino di discutere una legge sul salario minimo condanna i lavoratori a stipendi che sono tra i più bassi e sicuramente i più impoveriti in Europa e al tempo stesso spinge il ceto medio verso una proletarizzazione forzata. Il destino disegnato per i giovani è disperante: cresce il precariato, si torna ai voucher, si compromette definitivamente la pensione futura. Contemporaneamente, con le gare al massimo ribasso e l’estensione degli appalti e dei subappalti a cascata si compromette ulteriormente la sicurezza dei lavoratori e si aiuta la criminalità organizzata a infilarsi nei contratti miliardari del Pnrr.

Le opposizioni politiche, unite solo nella battaglia per il salario minimo, sono troppo impegnate a combattersi tra loro in vista delle europee del prossimo anno per picconare seriamente e unitariamente le scelte classiste del Governo Meloni. Al massimo riescono a eccitarsi sulle performance da caserma del compagno della donna, madre e cristiana Giorgia Meloni. Qualche segnale di opposizione sociale arriva invece dai sindacati, da quelli almeno non conquistati dalla Meloni al progetto neocorporativo di mussoliniana memoria. Cgil e Uil, infatti, hanno indetto a partire dal 17 novembre uno sciopero generale di otto ore che coinvolgerà tutto il paese e tutte le categorie del lavoro. Se son rose fioriranno.

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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