Cambierà tutto? Uhm

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Grosso modo la loro idea era di distruggere le foreste e rimpiazzarle con delle automobili. Non era un progetto consapevole e premeditato, era ben peggio. Non sapevano minimamente dove stavano andando, ma ci andavano fischiettando: dopo di loro, il diluvio (anzi, le piogge acide). Per la prima volta nella storia del pianeta Terra, gli umani di tutti i paesi avevano lo stesso scopo: guadagnare abbastanza da poter assomigliare a una pubblicità. (Frédéric Beigbeder, Lire 26.900, Feltrinelli, 2002)

Penso che non cambierà nulla. Più poveri, molti parecchio più poveri, continueremo a consumare per produrre: è la legge cui ci hanno sottomesso e che non ammette eccezioni o sospensioni. La cultura dell’ Occidente contemporaneo, la cultura della crescita senza fine e del dominio senza confini, non ha vie d’ uscita: o si riesce a scomporla e a ridefinirla secondo i principi umanistici che pur ci son stati, minoritari ma luminosi come una stella cometa che guida il cammino, o è destinata al tramonto. E molto probabilmente sarà un tramonto rosso sangue. Salvo catastrofi nucleari o elettroniche la globalizzazione appare irreversibile, e con lei la fine di tutte le mediazioni. Sarebbe necessario che globale fosse il coordinamento di culture e ordinamenti, ma è compatibile con l’ideologia economico-sociale dominante? Tra socialismo e barbarie ha vinto la seconda.
È sufficiente confrontare grossolanamente un po’ di numeri: in tutto il mondo siamo circa sette miliardi e mezzo di esseri umani; di questi poco più di un miliardo vive nel ricco Occidente (Europa, Stati Uniti e Canada); solo in Asia ci sono 4 miliardi e mezzo di abitanti. Ma il miliardo e rotti di abitanti dell’ Occidente consuma l’80% delle risorse mondiali: tutto il nostro sistema sociale si basa sul dogma di una crescita costante dei consumi, il famoso sviluppo, novello Crono che divora i suoi figli. Del resto, volendo fare chiacchiera da bar, è esperienza di ciascuno di noi che le riparazioni di qualunque oggetto domestico, dal frigorifero al computer alla televisione, costa di più dell’acquisto del nuovo modello.


Tornando ai numeri: negli ultimi anni solo in Italia i morti per inquinamento sono stati circa 80.000 all’anno (dati OMS), una cifra ben superiore ai defunti (finora) per Coronavirus.
Non solo. Come scrive Ángel Luis Lara, in un lungo, documentato articolo tradotto da Pier Luigi Sullo sul “Manifesto” del 5 aprile “Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo. Il problema che affrontiamo non è solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me.” E con grande competenza passa in rassegna le infezioni causate dai macro allevamenti di bestiame (in Cina ci sono fattorie gigantesche, anche di 100.000 mucche, e 100.000 non è un refuso; ma pure in Africa e in Sudamerica, previe sciagurate deforestazioni, con tutte le conseguenze climatiche che queste comportano). E altrettanto gravida di conseguenze nefaste è l’agricoltura intensiva, che impoverisce il suolo. Io stesso conosco anziani contadini che ricordano i tempi in cui sul medesimo pezzo di terra si alternavano colture diverse e in ogni caso era accuratamente evitata la monocoltura, oggi ormai imperante; per non parlare dell’anno sabbatico della tradizione ebraica: far riposare la terra… Preoccupazione lontana dai solerti ricercatori di OGM, il cui abuso distrugge la biodiversità e che sono commercializzati da poche grandi multinazionali. Le quali detengono così il controllo globale del nostro nutrimento.
Ed è una fucina di pandemie pure l’urbanizzazione selvaggia, che toglie spazio agli animali selvatici e li porta a contatto stretto con gli uomini. La trasformazione dell’habitat naturale in terreni agricoli e il moltiplicarsi delle megalopoli favoriscono il passaggio dei virus dagli animali all’uomo. (In proposito c’è un saggio premonitore di David Quammen, Spillover, Adelphi 2017.)

Oggi il sogno di tutto l’Occidente (e non solo) è che ricominci al più presto quella che Marx chiamava “l’immensa accumulazione di merci”. Se la macchina si ferma a lungo, tutto il sistema esplode; ma non certo a favore di maggior democrazia e più diffusa giustizia sociale. Siamo noi, che l’abbiamo sempre avversato, a illuderci che “niente tornerà come prima”: tornerà tutto, in peggio. Ci saranno più poveri, più disperati, più malavita, organizzata e non. Sarà il trionfo del darwinismo sociale. Forse del sovranismo straccione, come usa da noi, da sempre. Non c’è più una classe politica, così come non c’è più la mediazione culturale: l’elettronica ha appiattito tutto in una massa informe lasciando il potere, quello vero, quello che muove i capitali e decide le sorti, a un gruppo ristrettissimo di persone. E avranno ancor più potere le mafie, cui non mancano certo la liquidità e le capacità di moltiplicarla. Aumenterà il lavoro coatto e sottopagato, aumenteranno i già numerosissimi poveri, molti dei quali sfuggono alle statistiche.
“Se non riusciamo a costruire i ponti, allora facciamo i contrabbandieri” diceva Alexander Langer. Chi è contrario a questo sistema può solo mettere granelli di sabbia negli ingranaggi. Creare effervescenza sociale. Ribadire convinzioni comunitarie. Prendersi cura (mi vengono in mente le opere di misericordia spirituale e soprattutto corporale del vecchio catechismo, tanto dileggiate in età adulta). Resta la testimonianza, il tener acceso il falò sui monti per segnalare la possibilità di un altro cammino, di un’ altra esperienza finora mai realizzata. Ma non è un progetto concreto, è una speranza, o forse una fede.

Qualcosa comunque si potrebbe tentare. Miraggio per miraggio, si potrebbero a esempio avviare delle trattative per uscire dalla NATO, che ci costa 21 miliardi e mezzo di euro all’anno (ma Trump ne esige di più) e che non ha più alcuna consistenza storica (posto che l’abbia mai avuta): nata come difesa dall’URSS, ormai serve solo per le imprese belliche degli USA. (In un’intervista all’”Economist” del 7 novembre 2019 Macron, che non è propriamente un estremista di sinistra, la definì “un peso morto”, un organismo “in stato di morte cerebrale”.)
E si dovrebbe lavorare in genere per un abbassamento delle spese militari in tutto il mondo: ormai nemmeno chi lancia il primo missile si salva dalla risposta automatica del nemico colpito… E smetterla con gli F35, che sono aerei di attacco e non di difesa, quindi di per sé discutibili in base all’articolo 11 della nostra Carta Costituzionale, e che, progettati con un costo di 70 milioni di dollari l’uno, sembra (i dati variano a seconda delle fonti) che costino ormai 140 milioni di dollari cadauno. In Islanda, a Keflavik, nell’ottobre dell’anno scorso, 6 caccia F35 italiani si sono esibiti nel plauso generale per ben tre settimane. Un’ora di volo di un F35 costa 40.000 euro.

E qui da noi questa catastrofe pandemica potrebbe essere l’occasione per ripopolare le tante terre incolte e incrementare agricoltura e allevamenti rispettosi sia dei vegetali sia degli animali, abbandonando le tecniche di agricoltura intensiva con abuso di fertilizzanti chimici e senza rotazione delle colture; creare una rete delle tante iniziative che già hanno imboccato questa strada in tutta Italia; prendersi cura davvero dell’ambiente, anche restaurando borghi e casolari abbandonati; risanare il territorio, strade provinciali comprese (per non parlar dei ponti e delle opere incompiute…); riconvertire i territori abbandonati dalle industrie non per cederli alla speculazione edilizia ma seguendo l’esempio tedesco di riqualificazione ambientale della Ruhr (poi ci sdegniamo quando i tedeschi diffidano di noi). Son suggestioni che il giovane Arbasino sosteneva già negli anni Sessanta del secolo scorso…

Ma forse, paradosso di questi tempi bui, le uniche concrete indicazioni politiche e sociali ci vengono da un gesuita ultraottantenne sudamericano, che da papa scrive così a Luca Casarini, già bersaglio di reprimende feroci come testa calda dei centri sociali, ora capomissione dell’ ong Mediterranea Saving Humans: “Luca, caro fratello, sono vicino a te e ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate.”

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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2 Comments on “Cambierà tutto? Uhm”

  1. Formidabile rèsumè di quanto andiamo dicendoci da anni, da un lato ci costringe a dolorose constatazioni e dall’altro fa intravedere la via per intraprendere un nuovo cammino. Ma troviamola questa via !

  2. I hope that this is a change for the Earth. I hope bad will change to good. Maybe a revolution will appear?

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