… di Letta e di Governo

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O 7 segretari effettivi più uno

 

Ciclicamente, come i serpenti, il Pd cambia pelle. E come quelli, regolarmente, scopre che la nuova non è diversa dalla vecchia, altrettanto variegata e logorabile. In poco meno di 14 anni (dal 14 ottobre del 2007, quando è nato, ad oggi, con Enrico Letta) il Partito democratico ha cambiato 7 segretari effettivi. In media uno ogni due anni, senza tener conto dei  “reggenti”  che abbassano ulteriormente la media. Ogni volta, con altrettanta regolarità, i violini di spalla di un sistema dell’informazione malato di pigrizia e piaggeria, hanno gridato al “nuovo inizio” e allo sperato rimbalzo della forza a cui una parte ampia dell’establishment ha affidato le proprie speranze (e i propri interessi), salvo accorgersi ogni volta che si trattava in realtà di un dead cat bounce, del “rimbalzo del gatto morto”. E questo non tanto per un deficit di qualità delle persone (per alcuni sì, anche se non per tutti, Bersani per esempio), ma per un difetto d’origine della cosa.

… un vuoto a perdere…

Perché, va detto, quel partito è nato male, da un padre superficiale e velleitario (il campione degli idola theatri Walter Veltroni), come assemblaggio di vecchie storie ripudiate e di nuovi appetiti maturati nell’accettazione acritica di uno stato di cose socialmente ingiusto e storicamente bloccato. Quella fusione a freddo tra le due culture politiche portanti della Prima Repubblica – quella social-comunista e quella cristiano-popolare -, realizzata senza dedicare nemmeno un minuto alla riflessione sulla loro reciproca compatibilità e fusionalità, usando come ombrellone da spiaggia una metafisica del maggioritario incompatibile con la struttura del nostro Paese e con la stessa idea moderna di democrazia in quanto regime dell’eguaglianza politica, era destinata a generare un agglomerato di gruppi di potere e di personalismi senza coerenza né sintesi. E a posizionarne il prodotto su un piano inclinato senza fine, disseminato dei corpi finiti fuori bordo di un buon numero di segretari (Veltroni stesso, caduto nel febbraio del 2009 dopo aver perso le politiche del 2008 e le regionali del 2009, Bersani nell’aprile del ’13 dopo la “non vittoria” alle politiche e l’agguato dei 110 alle presidenziali, Renzi nel febbraio del ’17 dopo la catastrofe referendaria del 4 dicembre, infine Zingaretti). E da milioni di voti perduti per strada (ne aveva 12.095.306 nel 2008 quando perse per un milione e mezzo di voti col Pdl, si ridurrà a 8.646.034 nel 2013, 45.372 in meno di Grillo, poi a 6.161.896 – esattamente la metà – nel 2018, dopo la “cura Renzi”…). Risuonano ancora, terribili, le parole di congedo del suo ultimo segretario, Nicola Zingaretti: “Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie”… Perché ad Enrico Letta dovrebbe andare meglio? Perché dovrebbe invertirsi quella tendenza verso il basso?

Parenti serpenti.

In fondo il partito di cui arriva alla guida come Cincinnato richiamato dall’esilio è lo stesso che faceva vergogna al suo immediato predecessore. Le persone che costituiscono l’ossatura del suo vertice sono le stesse, e si presume non differenti i loro (“vergognosi”) rapporti reciproci. I gruppi parlamentari idem. Stesse doppie facce, stessi rancori profondi sedimentati, stessa autoreferenzialità personale e di corrente, stessa indifferenza a un sociale in estrema sofferenza come aveva denunciato il fratello di Montalbano. E’ lecito affidarsi alle presunte doti taumaturgiche di un “Capo”, come superstiziosi lazzari medievali, e immaginare che Enrico con un colpo di magia risani tutte queste piaghe?

Letta e Renzi al cambio

Certo, a pelle, fa un certo piacere gustarsi lo spettacolo della rivincita sull’#Enricostaisereno e sulle mascalzonate subìte dal bullizzatore Renzi (sa un pochino di giustizia restaurata). E indubbiamente stile e cultura di Letta stanno su un piano diverso da quello di colui a cui, con un cupio dissolvi indicibile, il Pd si era affidato all’inizio del 2014. Possiamo anche aggiungere che per lo meno questa segreteria ci ha risparmiato la vista dell’inguardabile Bonaccini,  renziano sotto copertura e rozzo interprete della peggior tradizione Pd, al Nazareno. Ma tutto ciò, come la rondine del proverbio, non basta a far primavera. Quella del nipote dell’omonimo zio sembra restare – nonostante il repertorio di accortezze e accorgimenti di eredità democristiana – una mission impossible. Anche perché tra quegli accorgimenti manca l’unico che potrebbe servire a rianimare quel corpo: quell’empatia o comune sentire con quel popolo di chi sta in basso che era stato l’insediamento originario di ogni sinistra degna di questo nome. Quell’avvertire con passione lo “scandalo della diseguaglianza” (e dell’ingiustizia) che Norberto Bobbio aveva indicato come precondizione antropologica prima che politica.

Lontani dal cuore

Zingaretti aveva inaugurato la propria segreteria recandosi in pellegrinaggio a Torino, in  memoria del Lingotto veltroniano da una parte, ma soprattutto a rendere omaggio alle madamine e all’aggregato di potere SI TAV, sollevando l’entusiasmo del partito degli affari. Molti di noi obiettarono, allora, che con quel gesto ignorava che a pochi chilometri c’era un’intera valle – un “popolo” – che per un trentennio si era battuta contro l’affarismo che minacciava territorio e bilanci pubblici. Ora Enrico Letta inaugura la propria segreteria visitando la Sezione del Testaccio, che è meglio delle madamine di Torino, ma resta pur sempre un microcosmo “interno”, un pezzo di “ceto politico”, mentre sarebbe stato meglio, molto meglio, che la visita pastorale fosse stata fatta, che so?, a Tor de’ Cenci, o a Tor Bella Monaca, dove sono aperte le ferite sociali di chi, abbandonato, rischia di trovarsi accanto solo i giannizzeri di Salvini o di Meloni. O magari a Taranto, dove i bambini si ammalano fin nel grembo delle madri, per colpa dell’Ilva e di chi la tiene aperta. Quelle, diciamolo, sarebbero state svolte “taumaturgiche”.

Invece il cacciavite di Enrico ha lavorato di bulino. Ha assemblato una Segreteria che riflette fedelmente, manuale Cencelli sul tavolo, la mappa delle correnti e frazioni del partito, semplicemente mettendo al posto dei capobastone i loro avatar, notabili in sedicesimo. E lo stesso sembra orientato a fare con i capigruppo di Camera e Senato, mettendo al posto di Del Rio e Marcucci – che tuttavia resiste nella sua ridotta di Palazzo Madama alzando ben alta la bandiera degli #enricostaisereno –  i loro alter-ego femminili. Una perfetta replica di quanto al livello di governo è stato fatto con Mario Draghi, mettendo una grande pezza sulla decomposizione e sul degrado del nostro sistema politico e istituzionale . Ora i gazzettieri di sempre potranno scrivere che l’ordine regna anche al Nazareno. Ma fino a quando?

Letta e Renzi

Una versione parzialmente diversa compare anche su The post internazionale (Tpi.it) col titolo Pd, Letta ha il cacciavite per assemblare, ma non l’anima per sentire

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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3 Comments on “… di Letta e di Governo”

  1. Commento perfetto. Come si evidenzia il nuovo segretario dovrebbe (deve!) saldare ciò che si è trascurato e perso con colpa e che era nel DNA della sinistra: la difesa dei lavoratori, delle periferie, degli emarginati, della CULTURA e della UGUAGLIANZA. Se ai Parioli a Roma e nel centro di Milano vince il PD e frana nelle periferie non c’è da festeggiare, c’è tanto da riflettere sul passato per capire il presente. Letta è in grado di sentire questa distonia? I nomi di cui vuole giustamente “disfarsi” non sono lì per caso, sono stati eletti ed ingoiati senza pudore da elettori distratti da suggestioni leopoldine . Gli elettori di un tempo già votavano per la Destra becera, delusi da chi si riteneva moralmente superiore, dedito alla rappresentanza televisiva e pigro a scendere fisicamente nei bassifondi della povertà e della disperazione. Certo è un lavoro duro, ma se lo fa la Destraccia perché non vuole farlo la Sinistra? Meglio guardarsi l’ombelico?

  2. Quante gradazioni di colore ha cambiato questa “sinistra” liberale mi sembra un’infinità.

  3. condivido tutte le considerazioni di Marco Revelli. Temo che la “riforma” del partito si fermerà alla prima linea romana. La struttura del partito nelle città e sul territorio in genere non viene mai citata. Eppure a Torino, per esempio, è facile riconoscere tutte ragioni e le azioni consapevoli che hanno portato alla sostanziale dissoluzione. I vertici si sono affidati a serbatoi elettorali organizzati altrove, e questi serbatoi gradualmente si voltano da altre parti o si polarizzano su alcune “componenti”. Parlarne? Mai!

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