Le primarie del partito democratico per le elezioni di metà mandato hanno riservato molte sorprese a una coalizione che, per quanto avvantaggiata dai sondaggi che raccontano una perdita di consensi imponente del partito avversario, trainata dall’impopolarità del suo leader Donald Trump, è a sua volta in grande difficoltà. Si tratta di una crisi d’identità che ha radici profonde e che si sostanzia nel non essersi più presentata come un’alternativa alla destra, quanto piuttosto come una sua mera “brutta copia”, per aver portato avanti – sia pur in maniera meno esplicita – quelle stesse politiche neoliberiste che hanno consentito non soltanto un aumento impressionante delle disuguaglianze (checché spudoratamente affermi oggi il segretario del tesoro Bessent), ma un vero e proprio furto da parte dei più abbienti ai danni di tutti gli altri.
Lo scossone, che potrebbe restituire credibilità ai democratici e dare loro un nuovo volto, è arrivato con una potenza simile a quella sperimentata ai tempi di Barack Obama – poi rivelatosi un bluff – attraverso le tante vittorie nelle elezioni primarie dei progressisti, non importa se appartenenti o meno ai Democratici Socialisti d’America (DSA). Dalla California al New Jersey, passando per il Colorado, il Minnesota, il Michigan e la Florida, un’ondata di progressisti anti establishment, con gli stessi programmi e le stesse strategie elettorali, ha soppiantato i candidati sostenuti dal partito. La loro richiesta di profonda trasformazione del partito democratico, e del sistema tutto, parte dai bisogni della gente, vieppiù pretermessi a vantaggio dei profitti delle grandi corporation, che – attraverso i soldi impegnati in maniera crescente durante le campagne elettorali – catturano tanto i repubblicani quanto i democratici, trasformando le elezioni in una pura farsa democratica.
È questo il senso del motto che risuona potente nelle campagne dei progressisti democratici anti establishment: “il mio seggio, il mio Stato, non sono in vendita”! Il loro successo è il risultato della straordinaria capacità della gente di mobilitarsi per un vero cambiamento che – come dicono la candidata vincitrice delle primarie al seggio senatoriale del Minnesota (Peggy Flanagan) o il vincitore delle primarie per quello del Michigan (Abdul El Sayed) – metta le persone al posto del danaro (in italiano si perde però il gioco di parole che contrappone i Many alle Money). Con molti meno soldi, raccolti fra i piccoli donatori, rispetto ai loro avversari dell’establishment – finanziati invece dal partito, ma anche e soprattutto dalle corporation e dall’AIPAC (l’American Israel Public Affairs Committee, organizzazione di lobbying che promuove politiche volte a rafforzare l’alleanza politica, militare ed economica tra gli Stati Uniti e Israele che in queste primarie ha impegnato l’astronomica cifra di 104.3 milioni) – i progressisti lavorano sul terreno, mobilitando coscienze e volontari. Non pagati – a differenza di coloro che fanno di solito campagna per i/le candidati/e – ma appassionati a una politica dal basso, i volontari delle campagne progressiste bussano alle porte della gente con una forte capacità di convincimento rispetto a un progetto di cambiamento effettivo in cui credono davvero, mietendo voti e nuovi compagni di viaggio. Basti pensare che la campagna per il seggio senatoriale in Michigan (lasciato libero dal democratico Gary Peters) del progressista Abdul El Sayed, medico e mai prima candidato, che correva contro la politica di lungo corso sostenuta dall’establishment, Haley Stevens, dall’aprile del 2025 all’agosto del 2026 ha visto crescere i propri volontari da 4 a 15.000. È certamente in grande misura grazie al loro apporto che El Sayed l’ha spuntata, nonostante i più di 60 milioni spesi dal partito, dall’AIPAC (che ne ha investiti più di 30!) e dalle corporation per finanziare la Stevens, il cui budget è stato nove volte più ingente. Si tratta di dinamiche comuni alle campagne progressiste, anche se i numeri possono cambiare: nel caso del 7mo distretto del Michigan, notoriamente rosso, nella sua battaglia durante le primarie contro l’establishment democratico, il giovane William Lawrence ha per esempio coinvolto 864 volontari, che hanno con successo bussato a 100.00 porte per un seggio che, da sicuramente repubblicano, si è trasformato in bilico.
Il contatto diretto con gli elettori, durante una campagna che li vede coinvolti in prima persona, insieme all’entusiasmo di chi partecipa attivamente, fra cui moltissimi giovani, è forse il tratto più caratteristico di questa ondata progressista che ha mosso un attacco senza precedenti alla vecchia classe dirigente in nome di un serio rinnovamento democratico. Giovani contro vecchi, sfidanti contro uscenti, cambiamento contro status quo, persone comuni contro potere economico, i many contro le money, ma anche la cancellazione degli aiuti militari ad Israele, un sistema sanitario nazionale (Medicare for all) e l’eliminazione dell’Immigration and Custom Enforcement (ICE) insieme alle sue squadracce, sono i temi che hanno rappresentato il cuore dello scontro all’interno di un Partito Democratico che, secondo il Pew Research Center, ha un indice di ostilità del 59% – statisticamente quasi identico a quello del Partito Repubblicano – e che solo il 52% degli elettori che propendono per i Democratici (cioè gli elettori che si identificano come indipendenti o con un altro partito, ma tendono a votare democratico) considera favorevolmente. Si tratta di elettori che hanno bisogno di una ragione per andare a votare e i progressisti paiono oggi fornirne loro una.
Certo il tema della electability, ossia della capacità dei candidati progressisti di battere quelli repubblicani nelle elezioni di novembre – soprattutto laddove si tratta di quei collegi o Stati in bilico, cruciali per la tenuta della camera dei Rappresentanti o del Senato, come il 22mo distretto della California, in cui sulla moderata sostenuta dal partito, Jasmeet Bains, ha prevalso il progressista Randy Villegas, o come i seggi per il Senato di Michigan e Minnesota, vinti, come si è detto, da due progressisti – è questione aperta, su cui hanno giocato non solo i due schieramenti democratici, ma anche e soprattutto Trump e il suo partito repubblicano.
La peculiarità delle appena trascorse primarie democratiche è stata, infatti, una consistente iniezione di danaro inaspettatamente proveniente da comitati di azione politica (PAC’s o Super PAC’s) conservatori, a volte camuffati da comitati politici di sinistra, come il Lead Left PAC, che hanno in vario modo aiutato, o cercato di aiutare, i progressisti a vincere contro i moderati, soprattutto nei collegi e negli Stati chiave. La ragione formale addotta è stata il desiderio di far vincere il candidato più debole nelle elezioni generali, come chiarito dal Congressional Leadership Fund, un potente comitato politico schierato con i Repubblicani della Camera, impegnato finanziariamente – ovviamente all’insaputa del beneficiario – a favore di Villegas nel 22mo distretto della California (in cui peraltro per ben due volte l’ala moderata del partito è risultata sconfitta nelle scorse elezioni generali contro il repubblicano Valadao).
Se l’argomento è in sintonia con la visione dell’establishment democratico, che vede i progressisti come un pericolo e non come una risorsa nello scontro di novembre – giacché alienerebbero gli elettori moderati – la strategia dei Repubblicani è più sottile. Per questi ultimi si tratta, innanzitutto, di spostare l’attenzione dagli insuccessi e dall’impopolarità di Trump sull’allarme radicale e “comunista” rappresentato, nella corrispondente ricostruzione mediatica, dai progressisti. La lotta per un sistema davvero democratico – libero dai condizionamenti elettorali del potere economico, in cui le politiche legislative siano finalmente mirate all’interesse degli elettori (i molti) e non di coloro che finanziano le campagne elettorali (i pochi) – portata avanti dall’ondata di rinnovamento progressista del Partito Democratico, che potrebbe determinarne l’aumento di popolarità soprattutto fra i più giovani, viene infatti presentata dai Repubblicani come un attacco comunista al sistema. Quando poi i candidati progressisti vincenti sono musulmani, come è il caso di Abdul El Sayed in Michigan, l’allarme terrorismo islamico non si fa attendere e le accuse di radicalismo si mescolano a quelle di jihadismo. Se ancor prima che venisse ufficializzato l’esito della corsa elettorale, i Repubblicani al Senato avevano già iniziato a sferrare i loro attacchi, diffondendo uno spot video in cui definivano El-Sayed come «il candidato più radicale d’America», nei giorni successivi alla sua vittoria il senatore Tommy Tuberville lo definiva un «terrorista», la deputata Nancy Mace affermava che «ogni singolo musulmano che ricopre una carica pubblica in America» rappresenta «una minaccia sia alla sicurezza nazionale sia alla nostra repubblica» e Donald Trump (facendo ovvio riferimento anche al sindaco di New York, Zohran Mamdani) dichiarava che i «jihadisti vengono eletti un po’ ovunque».
Certo, un attacco così virulento può anche essere letto come un segnale di preoccupazione per una possibile vittoria a novembre del candidato progressista che sfida un repubblicano come Mike Rogers, definito debole dall’ex direttore esecutivo del partito repubblicano, Jeff Timmer. Potrebbe cioè senz’altro esprimere il timore di perdere, sottolineato anche dalle accuse di frode elettorale mosse da Rogers e da Trump in relazione alle scorse elezioni – che avevano visto il candidato repubblicano sconfitto – volte a spianare la strada a credibili contestazioni del voto il prossimo novembre. Le accuse di estremismo antiamericano (rivolte a tutti i progressisti) o quelle di terrorismo capace di minacciare la sicurezza nazionale (rivolte ai progressisti musulmani) nascondono però anche un secondo, pericolosissimo, risvolto. Potrebbe, infatti, trattarsi della preparazione del terreno fertile per un’operazione di più ampia portata, capace di costituire la giustificazione per un colpo di Stato che cancelli le elezioni o una parte di esse. L’eterogenesi dei fini – alimentata anche dagli stessi democratici moderati come la Stevens, che durante le primarie ha accusato El Sayed di incoraggiare “sentimenti decisamente antiamericani” – sarebbe allora evidente: un movimento, come quello progressista, nato per ottenere democrazia diventerebbe il pretesto per cancellarla del tutto!
