Il re Mida, la natura e il Covid-19

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Dall’antichità ci viene il mito del Re Mida, quel regnante avido che quando Dioniso gli concesse tre desideri,  come primo chiese  che tutti gli oggetti  si mutassero in oro al suo tocco. Mida capì presto ciò che è ovvio: lo aspettava la morte per fame, visto che l’oro non poteva né mangiarlo né berlo. Così il re si rivolse di nuovo alla divinità chiedendo di venir liberato da quel diabolico dono. Se ne liberò bagnandosi nel fiume. Da allora quel fiume porta oro nel suo letto.

La saggezza antica problematizza, attraverso il mito, il valore dell’oro e, più in generale, il concetto di ricchezza. Anzitutto mette in scena l’incompatibilità tra la ricchezza come valore astratto, esprimibile solo quantitativamente (oro), e come qualità vitale dei beni naturali (cibi e bevande). Nel mito la prima nasce, non a caso, dall’annientamento della seconda.

Dopo millenni di civiltà durante i quali, grazie al carattere astratto del suo valore, l’oro è stato utilizzato soprattutto come mezzo di scambio universale, entriamo ora in un tempo in cui sembra verificarsi quello stesso orrore adombrato con lampante saggezza dal mito di Re Mida. La progressiva mutazione capitalista ha reso, infatti, sempre più astratto l’obiettivo finale della produzione, relegando i beni vitali a mera manifestazione del capitale, con la conseguenza di una progressiva divaricazione tra quell’obiettivo e l’utilità dei prodotti.  Ormai il criterio prevalente non è l’utilità concreta dei beni prodotti ma il calcolo della possibile rendita del capitale impegnato in quella attività produttiva. Tutto ciò che trova acquirenti viene prodotto. Una grande parte del capitale mondiale, per esempio, è impegnata nell’industria bellica i cui prodotti sono evidentemente di discutibile utilità. Non è forse paradossale, nel contesto di un sistema del genere, condizionato principalmente dal non-senso, porci la domanda sul senso della produzione? Certo, l’utilità vitale dei beni, la loro qualità concreta, può anche diventare un criterio secondario per la produzione ma solo quando sia condizione per la loro trasformazione in valore. Si tratta pur sempre di un’entità astratta che ha il sopravvento sulla realtà concreta.

Queste determinanti, da sempre inerenti alla riproduzione del capitale, hanno iniziato nella nostra epoca a minacciare concretamente la natura del pianeta a un livello qualitativamente nuovo.

Nel documento I limiti della crescita pubblicato nel 1972 il Club di Roma apre una prospettiva nuova, spalancata sul carattere distruttivo, e in ultima analisi ostile alla vita umana, di una produzione che guarda alla natura solo come potenziale reddito, di per sé illimitato, ignorando del tutto i limiti delle risorse del pianeta Terra. Si legga la sintesi del Club, tanto laconica quanto catastrofica:

«Se la crescita attuale della popolazione mondiale, della industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione alimentare e dello sfruttamento delle risorse naturali continua con la stessa intensità, saranno raggiunti i limiti assoluti della crescita sulla terra entro il prossimo secolo».

La novità radicale del concetto di «limiti assoluti della crescita» deriva dalla constatazione di una incompatibilità del sistema economico dominante con la natura terrestre. Un’incompatibilità non solo teorica o potenziale ma concreta e attuale. Sotto il dominio di un’economia che intacca la natura – da sempre, ma ora con un ritmo e un’estensione che hanno dimensioni globali ‒ l’intera umanità rischia di mutarsi in un Re Mida che muore di fame a causa della sua avidità. Con l’attuale crisi del Covid-19 si è esasperata la tensione tra economia capitalista e ambiente, rendendo evidenti alcuni fenomeni insieme caratteristici e curiosi. Anzitutto si osserva l’interruzione del ciclo economico a causa di un ostacolo naturale. La pandemia agisce come freno alla crescita, capovolgendo, anche se provvisoriamente, la logica del sistema economico. Come tutte le catastrofi naturali, anche la pandemia dimostra che “le leggi dell’economia” non sono affatto “leggi naturali” come si vorrebbe. Al contrario esse sono di carattere derivato e la loro pretesa naturalezza non è che falsa apparenza. Ne consegue che lo spazio d’azione nei confronti delle “necessità economiche” è più ampio di quanto si sostiene generalmente. Durante un percorso economico “indisturbato” la natura può anche apparire in funzione dell’economia. Sono le catastrofi naturali a rendere evidente la verità: è l’economia che è sempre funzionale alla natura. Con un esempio drastico: se un intero popolo si estingue, nulla verrà più prodotto e nulla verrà guadagnato.

Veniamo all’attualità.

La pandemia può anche essere connessa con alcune cause del surriscaldamento della terra e degli oceani (ad esempio l’allevamento in massa del bestiame) ma sicuramente vi si correla in quanto fenomeno naturale in grado di frenare il ciclo economico, ossia – per dirla col mito di Mida ‒ la fatale trasformazione delle risorse naturali in “oro”.

La sua capacità di far inceppare la realizzazione del capitale provoca delle reazioni talora bizzarre. Anzitutto il cosiddetto negazionismo. I negazionisti si trovano tra gli estremisti liberali, nell’imprenditoria, e i relativi portavoce politici, tra i rappresentanti della destra estrema e di gruppi eterogenei. Diffusa è una certa inclinazione per le più assurde teorie complottiste. Tutti mostrano una sorprendente disinvoltura nel praticare la semplice non percezione, la totale negazione della pandemia. Questo negare non è una menzogna consapevole bensì, a ben guardare, l’effetto di una falsa apparenza connaturata nella riproduzione del capitale: la presunta naturalezza del valore prodotto. Idealmente i negazionisti si trasformano in agenti del valore fino al punto di considerare invulnerabile il proprio corpo: una forma di “sovranatura” quasi metafisica. Negli infetti da Coronavirus di questa specie non possono mancare i comportamenti paranoici. Sono malati ma devono smentirlo con il loro comportamento. Basta pensare al Presidente del Brasile, al Premier britannico e al Presidente degli Stati Uniti – quest’ultimo fa parte di questo tipo comportamentale anche se non malato. Ecco la prospettiva del re Mida: non si riconosce la natura come entità determinante, i limiti naturali come tali, fino alla negazione schizoide della propria vulnerabilità.

Ci troviamo di fronte a una posizione estrema che circola nei dibattiti attuali attorno al Covid-19 in vari modi, più o meno velati. Emergono anche delle voci contrarie. I termini opposti dello scontro sono “la libertà” da un lato e la “protezione della vita” dall’altro. Questa contrapposizione, di per sé assurda perché la “libertà” e la “vita” non dovrebbero escludersi a vicenda, acquista qualche senso solo sullo sfondo di un rapporto profondamente disturbato tra economia e natura. Il nucleo profondo della posizione “libertaria” è il disprezzo della vita tipico degli attori del processo che abbiamo definito come trasformazione del concreto in astratto. Sono pronti a giustificare i morti della pandemia come sacrificio inevitabile in funzione dell’economia. Chi, per contro, tiene alla “protezione della vita” si vede coinvolto in un ampio scontro sociale e politico che va oltre le questioni sanitarie, organizzative e giuridiche della lotta alla pandemia, mettendo in discussione lo stesso sistema economico vigente. Si scopre infatti che la “difesa della vita” richiede un profondo riorientamento nel senso della “riscoperta” dell’utilità concreta delle cose e della reale concretezza dei bisogni; richiede il riconoscimento del primato della natura e della vita come valori assoluti legati in modo imprescindibile alla difesa del pianeta contro l’ideologia e il potere dei moderni Re Mida.

Gerhard Friedrich

Gerhard Friedrich è professore emerito di Letteratura tedesca nell’Università di Torino

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