Era il 1973 quando Ivan Illich dava alle stampe il suo Elogio della bicicletta, in contrapposizione ai mezzi a motore, proprio nell’anno in cui si celebrava la prima crisi energetica delle fonti fossili. Un elogio sacrosanto per celebrare il mezzo di spostamento più ecologico che esista. O meglio che esistesse, lato sensu. Perché tutto cambia, e anche la bicicletta è cambiata. Ma non cambia in Italia il vizietto di dare lavoro a imprese di movimento terra e, di conseguenza, di alterare il territorio. Questo specialmente in territori montani. Prendiamo ad esempio le piste agrosilvopastorali che vengono realizzate quando con impatto quasi zero si potrebbero costruire teleferiche.
Ma non divaghiamo e torniamo alle biciclette, che stanno conoscendo un vero e proprio boom da quando si è assemblato al telaio un motorino elettrico ed è nata la e-bike, ovvero la bicicletta a pedalata assistita. È così che persone che mai si sarebbero sognate di andare in bicicletta o comunque di affrontare determinati percorsi, te li trovi beati sul sellino a mulinare sui pedali. E torniamo anche ai territori montani perché, con la scusa del rendere fruibili nuovi territori alle biciclette, si è inaugurata la moda di trasformare antichi sentieri in piste (strade bianche). Due esempi recenti, uno riportato da Luca Rota nel suo blog e riguarda la Valsassina, l’altro segnalato da Il Dolomiti (con commento di Albino Ferrari) e riguarda la Val Poschiavina.
Due i verbi che si attagliano a queste operazioni: valorizzare e ampliare la fruizione. Gli stessi che, in pianura, “giustificano” quel progetto demenziale e costosissimo (più di un miliardo di euro) che è la ciclovia del lago di Garda, che deturperebbe in realtà anziché valorizzare un patrimonio unico, quale il lungolago e contro cui si è espresso con parole assai dure il professor Paolo Pileri («è come se facessimo passare una ciclabile in mezzo a Pompei»).

Quel Paolo Pileri che ha inventato il progetto VENTO, questo sì sostenibile, una ciclovia che collega Torino a Venezia, lungo percorsi ciclistici esistenti. Ma Pileri non è un amministratore, non ha amicizie con imprese di costruzione, non crede che solo una natura alterata dalla mano dell’uomo abbia un valore. Insomma, lui è un quid unicum nell’Italia sempre più malata dei nostri giorni. Un paese che arriva persino a farci odiare le biciclette.
