Il fascismo è un pericolo concreto e attuale

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Gli ultimi eventi hanno prepotentemente riproposto la questione di un ritorno fascista in Italia. Da una parte l’inchiesta di Fanpage sulla vicinanza di gruppi neofascisti ai partiti populisti della Lega e di Fratelli d’Italia. Dall’altra la manifestazione contro il green pass di sabato scorso che è culminata con l’attacco squadrista prima contro la sede nazionale della Cgil, poi verso un ospedale romano. La domanda che ci si pone è se ci si trovi in presenza di un reale pericolo fascista ovvero di episodi criminali perpetrati da frange non realmente legate a partiti che competono elettoralmente per la conquista del potere. In sostanza, se si è di fronte a singoli episodi, più numerosi del solito, o se si stia assistendo a un salto di qualità. A dire il vero, già il succedersi di numerosi episodi di esplicita simpatia fascista, documentati su questo stesso sito (https://volerelaluna.it/allarmi-son-fascisti/2021/10/08/lobby-nera-fascisti-del-terzo-millennio/), offre un’indicazione preoccupante che siamo di fronte a un salto di qualità.

Non ritorniamo – se n’è scritto abbastanza – sulla vicinanza ideologica e politica di formazioni che esplicitamente si richiamano al fascismo a partiti dell’arco costituzionale come Fratelli d’Italia e Lega. Rispetto a quest’ultima ci si limiti a notare l’evoluzione del partito fondato da Umberto Bossi, antifascista e regionalista, verso una formazione nazional-populista dai chiari connotati razzisti e fascistoidi. E la cui piattaforma ideologica e politica difficilmente risulta distinguibile da un partito postfascista come quello guidato da Giorgia Meloni.

Gli ultimi episodi vanno letti alla luce di una considerazione per nulla rassicurante. Nel nostro Paese, infatti, il fascismo storicamente è stato sì sconfitto, ma non debellato. Ha continuato a tramare nell’Italia repubblicana, rendendosi protagonista della strategia della tensione nei decenni Sessanta-Settanta. Episodi stragisti e tentativi golpisti avvengono grazie allo sforzo congiunto di neofascisti e apparati deviati dello Stato e dell’esercito. Per cui, vedere un condannato per banda armata e associazione sovversiva capeggiare un attacco squadrista a un sindacato dei lavoratori non può lasciare indifferenti. Soprattutto se alcuni partiti e certa stampa vicina alla destra tentano di derubricare tali accadimenti a episodi insignificanti.

Ma ciò che non può lasciare indifferenti è la capacità di formazioni della destra radicale di guidare un pubblico ben più vasto di quello che ne condivide fino in fondo la visione politica. Un problema non solo italiano. A rendere attuale e preoccupante il rischio di un ritorno di pulsioni fasciste sugli scranni governativi è anche il clima internazionale. In alcuni Paesi il governo è appannaggio di forze reazionarie che molto hanno in comune con quelle neofasciste e che sono guardate con ammirazione dalle destre nostrane (è il caso dei Paesi di Visegrad o del Brasile di Bolsonaro). In altri Paesi si assiste alla crescita di partiti che si rifanno esplicitamente ai fascismi della prima metà del Novecento. Ma uno spartiacque importante è stata l’elezione di Trump alla presidenza USA cinque anni fa. All’ex presidente americano guardavano con estremo interesse, e guardano tutt’ora, le forze di destra come Lega e Fratelli d’Italia. Trump rappresenta una novità nella stessa storia americana, poiché va a raccogliere consensi sia tra frange complottiste e apertamente razziste sia tra una pletora di persone colpite dalla crisi economica che ha investito il Paese dal 2008 e che sono state private delle tradizionali forme di rappresentanza. Episodi come quello dell’assalto a Capitol Hill, seguito alla sconfitta elettorale dell’ex presidente, non hanno nulla da invidiare alle peggiori spedizioni squadriste. Per qualche ora, il Congresso americano è stato un bivacco di manipoli, per evocare il discorso tenuto da Mussolini nel 1922 in occasione del suo insediamento al governo. Soprattutto, occorre prestare particolare attenzione a un fenomeno che vede le destre raccogliere consenso tra le vittime di un capitalismo di stampo neoliberale che, negli ultimi trent’anni, ha fatto strame dello Stato sociale, ha eroso la capacità di acquisto degli individui, ha precarizzato le esistenze, ha prodotto incertezza individuale e collettiva, ha fomentato la più aspra concorrenza facendo introiettare alle persone un senso di colpa per non essere riuscite ad emergere o a restare a galla.

Questo magma di disagio è materiale pronto a esplodere nelle diverse rivolte urbane che in maniera scomposta e senza un chiaro disegno di cambiamento si stanno succedendo negli anni. Ma la destra si sta dimostrando capace di veicolare il malcontento, pur senza avere veramente la pretesa di cambiare il sistema. I dogmi liberisti non vengono messi in discussione dai neofascisti i quali, nella loro analisi socio-economica tagliata con l’accetta, individuano solo nella stampa di regime e nella politica di centro-sinistra il nemico da abbattere. D’altra parte, il pensiero neoliberale alla von Hayek non confligge con un disegno di società autoritaria. Basti ricordare l’intervista che lo stesso economista austriaco rilasciò al periodico cileno El Mercurio, nella quale si definiva compatibile con il liberalismo il regime di Pinochet. La stessa idea di libertà, invocata dagli Hayek e dai Milton Friedman, declinata unicamente nella sfera imprenditoriale, ricorda i proclami di libertà urlati dai manifestanti contro il Green Pass e, paradossalmente, dai fascisti di Forza Nuova, a dimostrare come il concetto di libertà possa essere manipolato a seconda delle occasioni e diventi il paravento a reali intenzioni di prevaricazione.

Alla luce di questo ragionamento, sarebbe il caso che la sinistra, oltre a chiedere improbabili prese di distanza dal fascismo da parte dei partiti postfascisti, si preoccupasse di rioccupare quegli spazi di rappresentanza di cui sono rimaste orfane le frange più vulnerabili ed esposte della popolazione. Vulnus sociale di cui detiene chiare responsabilità per essersi fatta affascinare dalle sirene liberiste. La lotta a un certo modello di turbocapitalismo non è cosa diversa da quella al fascismo. Torniamo alla lezione di Keynes e al suo Le conseguenze della pace. Se non si risolvono le problematiche economico-sociali che costituiscono un humus fertile per la proliferazione di nazional-populismi di stampo fascistoide, chiedere alle destre la presa di distanza dal fascismo storico e dal neofascismo politico può risultare poco più di uno stanco rito apotropaico.

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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