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L’Occidente nella trappola slava

Come è già avvenuto per le crisi nei Balcani, l’Occidente è caduto nella trappola slava e ora si fa dettare l’agenda da Zelenski e da Putin. In Italia si sta creando una sorta di illusione di parziale “neutralità” del Paese che però è, appunto, un’illusione. La realtà è che stiamo avanzando come sonnambuli verso la guerra, senza capire come e perché.

Ma è proprio vero che i russi non si ribellano?

Nel 2023, 5.024 soldati russi sono stati processati per diserzione. Dal 2022 al gennaio di quest’anno sono stati aperti procedimenti penali contro 1.082 dissenzienti politici. E, a fianco di chi viene arrestare e processato, sono in molti a praticare una quotidiana resistenza culturale e morale. Un libro recente indaga questa importante area che intercorre fra consenso e rivoluzione, fra silenzio e rivolta.

Quanto tempo rimane all’Ucraina? E alla Russia?

Più nessuno crede alla propaganda bellica di Zelensky. Mentre il potere di Putin (che usa tutti i mezzi a sua disposizione, anche i più crudeli) è incontrastato e la Russia è in grado di programmare nuove azioni, l’offensiva ucraina dei mesi scorsi è clamorosamente fallita e la cerchia intorno al presidente ucraino si sta sfaldando. Per lui e per l’Ucraina il tempo non è finito ma si sta esaurendo assai rapidamente.

Disertori!

In una cantina di Tbilisi come in una periferia del nostro Paese renitenti alla leva russi e ucraini discutono e raccontano le loro storie. Quello della diserzione è uno dei temi meno raccontati della guerra in Ucraina. Eppure non si tratta di un fenomeno marginale. Sono decine di migliaia i giovani russi e ucraini che hanno lasciato i loro paesi per evitare di finire sotto le armi: un piccolo esercito di refrattari.

La guerra come mestiere: i mercenari nel mondo

Dalla Blackwater Academi Usa al Gruppo Wagner russo, sono sempre di più i mercenari utilizzati nei vari contesti di guerra. Si tratta di soldati privati, dipendenti di società di sicurezza o di associazioni armate. Nel tempo queste organizzazioni paramilitari sono diventate delle vere e proprie forze armate parallele, utilizzate dalle superpotenze per gestire i conflitti nei casi in cui non vogliono o non possono usare i propri soldati.

Mettete dei fiori nei vostri cannoni!

Dopo 500 giorni la guerra in Ucraina ha perso tutti i suoi obiettivi: si sono rivelati irrealizzabili sia gli obiettivi di Putin (sottomettere l’Ucraina), sia quelli del Governo ucraino (recuperare i territori persi nel 2014), sia quelli dell’Alleanza occidentale (infliggere una sonora sconfitta alla Russia). La guerra è diventata un massacro che si autoalimenta. Ora basta! Torniamo a gridare: «Mettete dei fiori nei vostri cannoni!».

La guerra in Ucraina e la crisi dell’ordine occidentale

La globalizzazione a guida USA è in crisi e all’orizzonte si staglia un ruolo egemone della Cina. Di questo processo la guerra in Ucraina è, insieme, un effetto e un acceleratore: un effetto perché a provocarla ha concorso il tentativo degli USA di allargare la propria influenza in Europa; un acceleratore perché le sanzioni avviate nel febbraio 2022 hanno spinto la Russia a lanciarsi definitivamente nel partenariato con la Cina.

La guerra in Ucraina, le responsabilità dell’Occidente

La politica e i media occidentali continuano a presentare la sciagurata avventura militare di Putin in Ucraina come la follia di un novello Hitler, deciso a soggiogare l’Europa. Non è così, come dimostra un recente saggio dello storico americano Benjamin Abelow. L’invasione dell’Ucraina, ingiustificabile e criminale come tutte le guerre, è stata la prevedibile risposta a 30 anni di provocazioni USA e NATO.

Il grande gioco della guerra e il numero dei morti

Della guerra sappiamo tutto e parliamo di carri armati, di sistemi di artiglieria, di cacciabombardieri e di missili come se fossero elementi di un grande gioco. Quel che non sappiamo – che non ci viene detto – è il numero dei morti. Per lasciare sullo sfondo il fatto che, come nella Prima guerra mondiale, centinaia di migliaia di vite vengono sacrificate per spostare un confine un po’ più avanti o più indietro.