I Giochi olimpici all’ora più dura

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Appena concluso l’anno più strano dello sport mondiale dal 1945 in avanti, ci immergiamo nella suggestione dell’Olimpiade 2020, spostata al 2021 senza avere la sicurezza di poterla vivere. Realtà e/o illusione in cui si immergono tutti i protagonisti, in un wishful thinking in cui l’ottimismo della volontà prevale sul pessimismo della ragione. Dopo un anno sospeso, la “grande voglia” è la stessa che spinge un esteta ad auspicare la riapertura dei cinema e dei teatri: troppe opzioni sono state lasciate in ballo, troppe frustrazioni si sono accumulate in allenamenti sospesi, eventi a porte chiuse, manifestazioni annullate.

Per definizione e mission ci deve credere il CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, che non vuole cedere ad atteggiamenti rinunciatari anche se dal Giappone arrivano notizie che, lette nude e crude, evocano fondali minacciosi. Si parla, dunque, di un Paese organizzatore efficiente e poco improvvisatore. Quando mancano meno di duecento giorni all’accensione della fiaccola, la presa di posizione del principale uomo politico nipponico, Yoshihide Suga («I Giochi ci saranno e saranno sicuri») sembra alludere a un mantra ma le incognite si moltiplicano. Capodanno ha segnato il picco della pandemia locale con 4.520 casi accertati, di cui il 25% concentrati a Tokyo. Anche l’uomo della strada sembra scettico. Rispondendo alle domande di un sondaggio attuato dalla tivù pubblica, un giapponese su tre si è pronunciato per l’annullamento della manifestazione, mentre il 31% ha optato per l’ipotesi di un ennesimo rinvio. S’intuisce anche nel continente asiatico che la pandemia segnerà indelebilmente il 2021 e che lo sport non potrà astrarsi dalle logiche di contenimento. Quale assembramento più tipico, infatti, di quello di migliaia di sportivi di livello, sia pure giovani, sia pure sani, che si radunano nello stesso luogo per più giorni?

Qui non è in gioco la possibilità di una bolla, come quella concertata dalla NBA per i suoi preziosi professionisti del basket. Lo impediscono i grandi numeri della manifestazione e il carattere di preciso contatto di tanti, troppi sport. Eppure, per esigenze di programmazione, bisogna far finta che non ci sia alcun rischio. Ci rimetterebbero le prove di qualificazione e l’avvicinamento al grande evento sportivo dell’anno. Dunque bisogna crederci con un atto volitivo firmato in modo subliminale anche dal CONI.

Da notare che il Giappone ha chiuso le frontiere agli stranieri almeno fino alla fine di gennaio 2021 e che gli atleti di vertice non sono esentati dalle restrizioni di viaggio. L’affermazione: «L’Olimpiade sarà sicura e protetta o non sarà» vive, dunque, sull’inevitabile boomerang paratattico della possibile non effettuazione.

E un ulteriore boomerang sarebbe l’addio all’attività di tutti quegli atleti anagraficamente stagionati per i quali l’appuntamento giapponese rappresenterebbe un glorioso approdo all’ultima spiaggia di carriera. Pensiamo, per limitarci all’orticello italiano, a Pellegrini-Magnini nel nuoto, ai vetusti schermidori azzurri, ai Gallinari-Belinelli che nel basket non hanno mai centrato un’occasione olimpica.

Lo scrittore Murakami, influente opinion leader del Paese, ha invitato il Governo a soprassedere: «I politici dovrebbero assumersi le loro responsabilità e dirci la verità sul virus. Non continuare a trincerarsi dietro frasi fatte che invece di rassicurarci finiscono per allarmarci ancora di più e causare sempre più paura e disagio nei cittadini». Ne va anche l’orgoglio nazionale nipponico anche se è chiaro che una decisione di questa responsabilità impegna un universo di responsabilità istituzionali, un mondo complesso coartato da esigenze molto diverse, tra essere e dover essere.

Si potrebbe forse immaginare un’Olimpiade senza l’unità di luogo e il carattere ecumenico dell’embrassons-nous, animata da atleti che atterrano in Giappone, si sottopongono al tampone, gareggiano e immediatamente ripartano. Sarebbe un “usa e getta” agonistico che farebbe perdere gran parte del fascino della manifestazione ma garantirebbe, in qualche modo, gli standard di sicurezza. Non resta che aspettare…

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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