Lo choc russo, fuori dalle Olimpiadi!

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La Russia è fuori dai Giochi olimpici. Dopo la sospensione per doping disposta il 5 dicembre 2017 (per pratiche intervenute tra il 2011 e il 2015, comprese le Olimpiadi di Sochi del 2014) e l’esclusione dalle Olimpiadi invernali del 2018 nella Corea del Sud, aveva avuto l’occasione per una palingenesi e non l’ha sfruttata. Il sigillo dell’esecutivo della WADA (l’agenzia mondiale antidoping), che ha accolto la raccomandazione di escludere la grande potenza sportiva dall’Olimpiade di Tokyo 2020 e da quella di Pechino del 2022, è un segnale di coerenza e di giusta severità appare. Nel grande disordine mondiale s’inserisce anche questo elemento di destabilizzazione (primo fra tutti nei rapporti della Russia con gli Stati Uniti).

Nodo del contendere è la trasparenza del laboratorio antidoping di Mosca dove convergono buona parte dei controlli di quello sterminato Paese. Per la WADA, le pratiche svolte nel laboratorio rimangono fraudolente. I rigorosi protocolli richiesti dopo le sospensioni e le squalifiche del 2017 non sono stati rispettati nonostante i lunghi mesi in cui lo sport russo è stato messo in anticamera nell’attesa di una riabilitazione. Saranno recuperati alla causa olimpica solo gli atleti senza precedenti di doping che gareggeranno senza inno e senza bandiera, da neutrali. Al momento alcuni di loro (anche prestigiosi) si sono chiamati fuori, in solidarietà con il giudizio severo dei vertici del potere russo, ritenendo questa partecipazione a mezzo servizio disdicevole. Il provvedimento ha evidenti ricadute sullo sport in generale e sugli stessi mondiali delle singole discipline perché non se ne possono ignorare gli effetti collaterali. Come può gareggiare in un mondiale di hockey su ghiaccio un atleta (o una squadra, addirittura) che è stata esclusa dal consesso olimpico? Dal punto di vista individuale c’è da attendersi una pioggia di ricorsi che si trascineranno fino al giorno prima della prossima Olimpiade. Del resto, nonostante tutte le sconfitte formali e nel merito, il marciatore azzurro Schwazer non continua ad allenarsi sperando di poter partecipare ai prossimi Giochi? La valutazione caso per caso degli atleti puliti richiederà un esercizio di pazienza a prova di impugnative, una soluzione a mezza strada inevitabile ma insoddisfacente.

Intanto la credibilità dello sport è stata messa profondamente in forse dal fatto che ancora oggi, 11 anni dopo i Giochi di Pechino, si continuano a restituire medaglie ad atleti a cui erano state revocate e che poi sono stati “riabilitati” (se non altro per ritenuta insufficienza delle prove raccolte). Ma ce lo insegna la giustizia ordinaria: sentenze favorevoli dopo così tanto tempo non hanno la stessa efficacia, sono quasi neutralizzate dal ritiro dell’atleta, dalla problematica monetizzazione di quel podio e di quella situazione. La revisione dei risultati è un esercizio penoso e pietoso di ristabilimento della giustizia ma comporta inevitabili obsolescenze. La giustizia sportiva ci aveva abituati a tempi più rapidi ma poi è diventata un ginepraio da cui si esce solo dopo vari gradi di giudizio e diverse camere di compensazione.

Tornando alla decisione della WADA, l’esclusione della Russia dal consesso olimpico provocherà una redistribuzione di equilibri nel medagliere, soprattutto nelle discipline tradizionalmente appannaggio dei Paesi dell’est. Inevitabilmente, toglierà qualcosa al valore tecnico della manifestazione ma è la convalida di un sistema di monitoraggi moderni che sarebbero stati impensabili quarant’anni fa nel momento di massima espansione sportiva, per esempio, della Germania dell’Est. Inimmaginabile era allora la scoperta dei segreti del laboratorio di Lipsia dove si potenziava la cilindrata di una generazione di aspiranti campioni con effetti devastanti sulla loro salute. Una Germania dell’Est esclusa dai Giochi? Fantascienza a posteriori.

L’esclusione tocca chiaramente anche Putin che ha delegato il premier Medvedev per un primo commento: «Impossibile negare che nella nostra comunità sportiva ci sia un problema di doping ma il fatto che queste decisioni (l’esclusione confermata, ndr) continuino a ripetersi e siano spesso applicabili a quegli atleti che sono stati già sanzionati, fa pensare a un atteggiamento di isteria anti-Russia che è diventato cronico». Un gioco di parole per non negare le responsabilità e contemporaneamente chiedere clemenza e rispetto per il Paese.

Inutile negarlo: il progetto imperialistico di Putin trova una crepa nel settore non marginale dello sport, branca di prestigio e biglietto d’ingresso non trascurabile anche nelle relazioni diplomatiche.

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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