In Ucraina è tempo dei carri armati

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Rassegniamoci. Forse non c’è più nulla da fare. Pacifisti, uomini di buona volontà, aspiranti mediatori, nostalgici immarcescibili dei miracoli della diplomazia: la polvere della guerra vi avvolge. Ora siamo giunti al tempo dei carri armati: T55, 70, 80, 90, Leopard uno due e tre, Challenger, forse toccherà anche alla fuoriserie americana, l’Abrams… siamo solo all’inizio. Sfogliate sveltamente il catalogo dei corazzati, gli ammazzasette della comunicazione guerrafondaia, i piazzisti di cannoni non stanno più nella pelle, già pregustano scenari apocalittici e redditizi popolati di mostri di ferro. Nel frattempo in Donbass, a Soledar, a Bakhmut, si massacra con la baionetta, quasi a mani nude. Ma la guerra sta per cambiare, mette i cingoli, fa stantuffare i cilindri. Sui seni delle colline ucraine dove l’erba ora è nitida e fredda, indurita dall’inverno, scocca il tempo del cigolio delle blindature, dello stridore dei cingoli, dell’alto ronzio dei motori. Una battaglia di carri è un feroce scontro meccanico e industriale, inumato perché l’uomo, invano, si occulta nel mobile luccicare di acciaio e nel bagliore di corazze.

Stanno arrivando i tank. Zelensky li vuole per completare la vittoria che crede possibile e ricacciare l’aggressore russo nelle steppe da cui è uscito un anno fa ruggendo. Kursk in fondo non è lontana, vi avvampò nella seconda guerra mondiale la più grande battaglia di carri armati della storia, ancora la studiano nelle accademie militari per decifrarne i segreti. Vinsero i russi. I Leopard allora avevano sulle fiancate le croci del Terzo Reich. L’industria della morte è inesauribile nell’inventare congegni per uccidere, sui nomi la fantasia fa difetto, come si vede.

La penosa radiografia di questa catastrofe che con meticolosa premeditazione Putin ha messo in atto, il progredire della metastasi della guerra, la leggiamo nell’elenco cronologico delle armi impiegate, e in quelle fornite dall’Occidente. Dieci mesi fa qualche ingenuo si attardava a discutere se la mitragliatrice fosse un’arma difensiva e quale calibro di cannone fosse sufficiente per aiutare l’Ucraina solo a difendersi. Modeste ipocrisie, grotteschi distinguo. Quando il meccanismo si avvia non c’è più limite, si alimenta e si giustifica da solo. Munizioni, contraerea, obici campali che sparano a trecento chilometri, missili antinave e antitutto, blindati… l’utilitaria dei mezzi corazzati, la loro premessa.

Intanto i furbi, i bellicisti hanno svuotato gli arsenali di tutti i rimasugli ereditati dai vecchi soci dell’Unione Sovietica arruolati nell’alleanza del Nord. Ora è venuto il momento di passare a mezzi made in Nato, le catene di montaggio belliche sono pronte a girare per produrre nuovi e più preziosi modelli. Innovazione e produzione, profitto: funziona così anche nell’industria dell’uccidere, anzi della sicurezza. Ciò che atterrisce è il prevalere ormai automatico, indiscusso del nudo cinismo della forza. Chi crede nella pace, nonostante tutto, ricorda quelle famiglie contadine che un tempo conservavano a tavola un posto di un morto. La pace è come quel defunto, fissata nella sospensione del ritorno, eterna assente, miracolo sempre in ritardo. Non si cerca più di nascondere i passaggi più brutali e pericolosi, le forniture di strumenti bellici più sofisticati e in grado di alimentare e allargare il massacro non si preparano più nelle segrete degli omissis come nei primi tempi, ma alla luce del sole. Si sbandierano come medaglie politiche, cannoni e carri armati sono eccellenze produttive. Zelensky non chiede più, esige. Come rimproverare all’aggredito di chiedere armi? Ma gli alleati?

Anche questa volta inglesi e polacchi precedono tutti: gli inglesi forniranno i loro Challenge, i polacchi vogliono imbottire Zelensky dei loro Leopard, ma come al solito la Germania che deve dare la licenza alla esportazione nicchia, consente poi smentisce. Perfino i minuscoli danesi che di Leopard ne hanno un bruscolo sono disposti a restare, momentaneamente, senza corazza. E poi ci sono i finlandesi, fornitori entusiasti: non hanno perso tempo a passare dalla neutralità alla prima linea dei guerrafondai. Alle forniture ormai mancano solo i cacciabombardieri. Estremo perizoma del pudore bellicista. Pazienza. Sta per venire il loro turno.

L’articolo è tratto da La Stampa del 15 gennaio 2023

Gli autori

Domenico Quirico

Reporter per il quotidiano torinese La Stampa, caposervizio esteri. È stato corrispondente da Parigi e inviato di guerra. Nell'agosto 2011 viene rapito in Libia e liberato dopo due giorni, il 9 aprile 2013 di lui si perde ogni traccia mentre si trova in Siria come inviato di guerra, il 6 giugno viene diffusa la notizia che è ancora vivo E Viene infine liberato l'8 settembre 2013, dopo 5 mesi di sequestro. Nel 2015 vince la sezione saggistica del Premio Brancati con "Il grande califfato". Nel 2016 in chiusura delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, viene presentato fuori concorso il documentario Ombre dal Fondo diretto da Paola Piacenza in cui di fronte alla telecamera Domenico Quirico ripercorre il suo rapporto con il giornalismo e il rapimento in Siria. Tra le sue numerose opere: Squadrone bianco. Storia delle truppe coloniali italiane, Mondadori, 2003; Adua. La battaglia che cambiò la storia d'Italiai, 2004; Primavera araba. Le rivoluzioni dall'altra parte del mare, 2011; Il paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria, 2013; Il grande califfato, 2015. Esodo. Storia del nuovo millennio, 2016; Succede ad Aleppo, 2017; Morte di un ragazzo italiano - In memoria di Giovanni Lo Porto, Neri Pozza, 2019; La sconfitta dell'Occidente, con Laura Secci, 2019.

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