Il Governo preme l’acceleratore sull’autonomia differenziata

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Nella storia della Repubblica nessun Governo ha fatto tanto danno in un tempo così breve. L’esecutivo sarà pure targato Meloni, ma nella fase di avvio la Lega ha preso il volante, con un Salvini d’annata. Concorre al danno il ministro Roberto Calderoli. Consegnando alla Conferenza delle regioni un progetto di legge di attuazione per l’autonomia differenziata che mette il turbo al motore separatista. Per chiarire, quattro domande sul progetto.

La prima. Cosa c’è nel contenitore “autonomia differenziata” che passa dallo Stato alla Regione? Potestà legislative o mere funzioni amministrative? L’articolo 1 vuole rassicurare, affermando che la legge riguarda «l’attribuzione delle funzioni, connesse con il riconoscimento di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Solo funzioni amministrative, un’occasione di “efficientare” e “sburocratizzare”? Non è così. Il trucco si svela nell’art. 6, per cui nelle singole intese è stabilita la vigenza delle leggi statali che continuano ad applicarsi «fino alla data di entrata in vigore delle disposizioni regionali disciplinanti gli ambiti oggetto dell’intesa» (comma 3). E ancora (comma 6): «Le disposizioni statali successive […] osservano le competenze legislative e l’assegnazione delle funzioni amministrative e le “ulteriori disposizioni” (quali? nda) contenute nelle intese». In realtà, partendo dalle funzioni si arriva a ritagliare riduttivamente la potestà legislativa di principio dello Stato, alterando l’impianto stesso dell’art. 117 della Costituzione. Un esito incostituzionale. Per di più in tutte le 23 materie da sempre richieste da Zaia, elencate in appendice per essere certi di non sbagliare. Quindi, anche scuola, sanità, infrastrutture strategiche, ambiente, lavoro, beni culturali di primario rilievo e altro ancora.

La seconda domanda. Ma chi è il dominus nella formazione delle intese? La risposta è: il ministro per le autonomie, presente in ogni fase del procedimento dall’inizio alla fine (art. 2). Il presidente del Consiglio è testualmente indispensabile solo per la firma delle intese. Per il resto è al più un optional, sostituibile dal ministro. Il Consiglio dei ministri approva le intese, a cose fatte. La Commissione bicamerale per le questioni regionali esprime un parere non vincolante, e in effetti solo eventuale, mentre l’aula è chiamata a una mera approvazione. Lo scenario di arrivo è un disegno di legge con articolo unico: «È approvata l’allegata intesa con la regione x», sul quale l’aula vota sì o no, senza poter entrare nel merito dell’intesa. Un procedimento che non trova riscontro nella Costituzione e nei regolamenti parlamentari. Le risorse finanziarie, umane e strumentali sono poi decise da una Commissione paritetica Stato-Regione, e così anche il monitoraggio periodico. In sintesi: la nuova Italia la fa il ministro per le autonomie.

La terza domanda. Ma dalle intese si potrebbe tornare indietro, laddove mutassero ministri, governi, maggioranze, contesti sociali ed economici? Sì, ma solo in teoria (art. 6). Lo Stato può proporre modifiche, ma la Regione sceglie se accettarle o respingerle. Alla scadenza, l’intesa si intende rinnovata, salvo iniziativa congiunta stato-regione. Se la regione vuole mantenere l’intesa, lo Stato non può uscirne.

La quarta e conclusiva domanda: i livelli essenziali delle prestazioni, i costi standard, la perequazione strutturale? Se mancano, si parte comunque con la spesa storica, con un transitorio che non si sa come e quando avrà fine. Ma con la clausola di invarianza per la finanza pubblica (art. 7) è certo che se qualcuno prenderà di più per le maggiori funzioni assunte, altri prenderanno meno. E non a caso c’è una disposizione finale, in realtà a tutela delle tre regioni che hanno già intrapreso il cammino (art. 9).

Interrogato, il turbo-ministro Calderoli probabilmente risponderebbe che il suo progetto riflette esattamente l’art. 116.3 della Costituzione. Riteniamo possibile una diversa lettura della norma, in armonia sistematica con l’impianto autonomistico. In caso contrario, è urgente una riscrittura, come proponiamo con la legge costituzionale di iniziativa popolare sulla quale stiamo raccogliendo le firme. Le pulsioni presidenzialiste di Fratelli d’Italia non potrebbero correggere la via indicata da Calderoli. Che non vede un finale in cui tutti vivano felici e contenti, o la Repubblica abbia una ragionevole possibilità di rimanere davvero una e indivisibile.

L’articolo è tratto da il manifesto del 16 novembre 2022

Gli autori

Massimo Villone

Massimo Villone, professore emerito di Diritto costituzionale nell'Università "Federico II" di Napoli ed editorialista del quotidiano “il manifesto”, è presidente del Coordinamento per la Democrazia costituzionale e del Comitato per il NO al taglio del Parlamento.

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