I bambini e il metodo della discussione

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Nella settantunesima lettera a Lucilio, Seneca afferma che nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove vuole andare. La mancanza di orientamento ci consegna nelle mani del caso e il caso, che già tanta parte ha negli incerti destini umani, trionfa così su tutto. Abbiamo bisogno di un centro di gravità permanente, se non vogliamo sbandare in continuazione e farci strumenti del caos. In realtà, il mondo che ci circonda ci spintona in continuazione, facendoci dimenticare l’urgenza di un’istanza morale che sia fondativa delle nostre azioni. Così inseguiamo effimere chimere e ci dimentichiamo dell’essenziale; aderiamo, con più o meno sofferenza, agli imperativi categorici della società del disorientamento, che è quella in cui viviamo.

Eppure gli eventi ci aiutano a comprendere cosa sta accadendo sotto i nostri occhi: Trump porta all’ultimo grado il sogno negativo della signora Thatcher, per la quale la società non esisteva. Per Trump non esiste la realtà – e ogni giorno, come un sinistro giocoliere, ce lo dimostra, negando e contraddicendo ciò che aveva detto il giorno prima. Ma noi, persone comuni, non dovremmo sopportare l’idea megalomane del tiranno odierno. La realtà esiste – eccome, ed è da questa che dobbiamo ripartire. Meglio ancora ripartire dalla vita, dall’istanza primaria sempre insidiata dalla morte e dalla dissoluzione. Se decidiamo di abbracciare le ragioni della vita (non della nostra o di quella dei nostri cari: della vita di tutti) il nostro sguardo, soprattutto in questi ultimi e tragici anni, si poserà sui bambini. Il Tiranno megalomane, non troppo tempo fa, rispondendo a un giornalista che lo intervistava a bordo dell‘Air Force One a proposito del bombardamento della scuola iraniana femminile, in cui sono state uccise 175 persone, prevalentemente bambine, dichiarava che la responsabilità era dell’Iran: si sa, sono imprecisi, hanno armi rudimentali etc. Poco importa che tale versione sia stata smentita dai fatti: tanto, la realtà non esiste. Risuonano ancora le sinistre parole di Eyal Mizrahi, presidente dell’associazione Amici d’Israele. Parole pubbliche, dette senza vergogna in un programma televisivo. A Mizrahi è stato chiesto se anche i bambini uccisi a Gaza dovessero essere considerati terroristi. Ha risposto con un «Definisci bambino» fuori da ogni logica e da ogni senso di umanità. Secondo la società italiana di Pediatria a ottobre del 2025 erano oltre 20 mila bambini palestinesi morti, 71 mila a rischio di malnutrizione acuta e chissà quanti altri feriti, mutilati, soli.

Il tortuoso corso della civiltà ha soltanto recentemente (e in poche zone del pianeta) dato ai bambini l’importanza che dovrebbero avere. In luoghi come l’Iran (e ci spiace dover indicare un tratto di inciviltà in un Paese aggredito, in questo momento, dalla barbarie occidentale) le bambine morte sotto le bombe statunitensi non sono bambine: come ha ricordato Maurizio Bonati «secondo l’interpretazione iraniana della legge islamica sciita, l’età della responsabilità legale differisce significativamente tra ragazze e ragazzi. Le ragazze sono considerate legalmente responsabili all’età di 9 anni lunari (circa 8 anni e 9 mesi), mentre i ragazzi raggiungono la responsabilità legale a 15 anni lunari. Le vittime di quella scuola, espressione delle discriminanti di genere anche in ambito scolastico, erano in gran parte maggiorenni per il sistema giuridico iraniano…».

I bambini sono creature inventate dalla civiltà in cui nascono, che possono non valere nulla, essere bistrattate o idolatrate dagli adulti, morire di fame o essere considerati potenti motori di consumi indotti? O piuttosto i bambini, tutti, debbono essere (come i malati e i vecchi), persone di cui la collettività si occupa con cura e amore? Non è forse questa la civiltà, aiutare il debole a procedere con dignità? L’alternativa è la legge del più forte, quella in cui i deboli soggiacciono, in cui il debole è un loser, termine molto, troppo frequente nel lessico trumpiano.

«Sta nell’educatore mostrare (e in ciò confermare il fanciullo) che l’amicizia è interessamento alla situazione in cui l’altro si trova, attenzione agli altrui problemi, intervento a risolverli quando sia necessario. E qui il fanciullo deve ben presto vedere che questi provvedimenti sono presi in comune, non per elargizione personale in cui potrebbe esserci qualche cosa di egoistico e di esibizionistico. Il fanciullo deve al più presto assistere ed essere poi ammesso in gruppi deliberanti: se c’è da prendere una decisione importante in famiglia, nel vicinato, altrove, se c’è da fare un progetto, si attua il metodo della discussione». Sono parole di Aldo Capitini che ci portano a riflettere su quanto i nostri bambini siano già dai primi anni di vita eterodiretti e disabituati a ragionare con la propria testa. A loro resta, di autonomo, la dimensione del capriccio. L’“essere ammesso in gruppi deliberanti” non allude certo a quella parodia dell’esercizio del potere che sono i Consigli Comunali dei Ragazzi (CCR) o a cose simili. Capitini intende parlare di decisioni reali, in cui anche i più giovani abbiano possibilità di parola, in cui si decide dopo aver discusso, tutti insieme e sino a quando non si è concordi.

Il fatto che si debba partire dai bambini per costruire una società migliore non credo ammetta obiezioni, se non una: come dovranno essere gli adulti che li formeranno? Qui mi ricongiungo alla parte iniziale del mio articolo: gli adulti, siano essi genitori, insegnanti, vicini di casa dovranno aver scelto quali siano i valori irrinunciabili per una società che voglia dirsi civile. Elenco quelli che per me sono i primi tre. Il primum, anche in questo caso è vivere; il secondo principio non può che essere l’aiuto e il rispetto del più debole, principio che è l’esatto rovesciamento della legge del più forte. Il terzo principio è il primato del “metodo della discussione”: in ogni campo e a tutti i livelli è necessario usare tutto il tempo che serve per decidere nell’interesse comune – altro che decisionismo! Il “metodo della discussione” non esclude il conflitto delle idee, ma lo intende come passaggio possibile verso una posizione comune. La discussione è l’esatto contrario del parlare a vanvera che domina i nostri tempi e del quale i politici nazionali e internazionali ci danno ampio saggio ogni giorno.

A partire dai tre punti fondamentali che ho appena elencato, ce n’è abbastanza per costruire un articolato programma politico, che potrebbe essere sostenuto – e qui voglio citare Goffredo Fofi – da gruppi formati da “persone con cui si avverte una sintonia”. Non è un’indicazione così generica come appare a prima vista, è piuttosto un’indicazione che si muove fuori dalla logica del riciclare, in ambito politico, i soliti vecchi cascami. Le motivazioni che portano all’impegno collettivo dovranno mutare: si dovrà dire basta a una politica che è solo far carriera e diventerà centro di rinnovamento sociale “non chi anela a un’affermazione individuale ma chi si vergogna di una situazione collettiva” che si fa, giorno dopo giorno, sempre più ingiusta.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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