L’Odissea di Nolan e la guerra alla fine della civiltà

L’“Odissea” di Nolan è una versione tragica e senza eroi, dove Ulisse non torna a Itaca a causa della colpa per la distruzione di Troia. Le polemiche sulla fedeltà della trasposizione non hanno senso ché la funzione del mito è quella di raccontare all’infinito la stessa storia in situazioni nuove. E in epoca di ritorno della guerra il racconto si oppone alla rivalutazione del modello virile e violento dell’eroe.

I bambini e il metodo della discussione

Il tortuoso corso della civiltà ha soltanto recentemente (e in poche zone del pianeta) dato ai bambini l’importanza che dovrebbero avere. Da loro bisogna partire per un governo appropriato della società. Per farlo occorre affermare e praticare il primato del “metodo della discussione”: in ogni campo e a tutti i livelli è necessario usare tutto il tempo che serve per decidere nell’interesse comune. Il contrario del decisionismo!

Le città non possono morire

Le città, e il loro patrimonio di civiltà, sono a rischio. In Medio Oriente, sotto bombardamenti sistematici e terribili; in Occidente, a causa della devastazione neoliberista fatta di privatizzazione degli spazi pubblici, cacciata dei vecchi abitanti, speculazioni e via dicendo. Eppure le città non possono morire, per usare le intense parole di Giorgio La Pira al Convegno mondiale di Sindaci di Firenze del 2 ottobre 1955.

Retorica e realtà della guerra

I partigiani, pur costretti a impugnare le armi, definirono la guerra “un male assoluto”. Al contrario, nella concezione fascista, la guerra era considerata come “destino sacro della nazione”, necessaria alla rigenerazione spirituale e morale del popolo. Questa idea torna a risuonare oggi e c’è chi parla della guerra come imperativo per le “nazioni giuste”, impegnate contro il nemico di turno, per definizione ingiusto .

La storia siamo noi? Il ministro e la ”centralità culturale” dell’Occidente

Secondo le indicazioni per l’insegnamento della storia nella scuola primaria predisposte dall’apposita Commissione ministeriale «solo l’Occidente conosce la Storia» e «la cultura occidentale è stata in grado di farsi intellettualmente padrona del mondo». È il ritorno a una visione del mondo diviso tra Occidente civilizzato e società selvagge.

Ricordiamoci di Rojava!

Non ha senso fare gli indovini su cosa succederà in Siria, in una situazione che sta rimescolando i profondi disequilibri già esistenti. Ma è chiaro il pericolo che corre l’esperienza civile e democratica di Rojava e del popolo kurdo, sotto attacco da parte delle milizie filoturche e della stessa Turchia. Spetta anche alla comunità internazionale, oggi in preoccupante silenzio, preservarla e salvaguardarla