Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.
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Il senso del decreto-legge sul “tetto” di studenti stranieri è stato anticipato da Meloni: tenere gli alunni bianchi al riparo dalla minaccia nera indotta dalla prevalenza, in alcune classi, di alunni stranieri. Solo dopo è intervenuto il riferimento, strumentale e ipocrita, all’integrazione. Il decreto è, in gran parte, inattuabile e Meloni lo sa benissimo. Ma poco importa: l’intento è parlare, alla vigilia delle elezioni, alla pancia dei suoi elettori.
L’autonomia scolastica nasce nel 1997, evocando “scuola autonoma” in grado di autogovernarsi e di decidere come realizzare il proprio progetto educativo. Ma le buone intenzioni sono state presto frustrate e, dopo quasi 30 anni, possiamo affermare che hanno prevalso esigenze più forti, provenienti dal mercato del lavoro, dalla riduzione della spesa pubblica e dal prevalere di una visione utilitaristica e strumentale del sapere.
La scelta della scuola superiore è da sempre influenzata dalla famiglia di origine ed è dunque una scelta di classe. Di più: gli istituti tecnici e professionali vantano il massimo di selezione e il minimo di istruzione generale. E la “riforma dei tecnici” e la cosiddetta “filiera del 4+2” aggravano ancora la situazione. A quelle riforme occorre opporsi ma sapendo che l’obiettivo, che è poi quello che conta, si colloca molto più in alto.
Il tortuoso corso della civiltà ha soltanto recentemente (e in poche zone del pianeta) dato ai bambini l’importanza che dovrebbero avere. Da loro bisogna partire per un governo appropriato della società. Per farlo occorre affermare e praticare il primato del “metodo della discussione”: in ogni campo e a tutti i livelli è necessario usare tutto il tempo che serve per decidere nell’interesse comune. Il contrario del decisionismo!
La scuola italiana attraversa una stagione, ormai lunga, di crisi. Ciò che sfugge ai più, peraltro, è che la crisi non è “tecnica”, ma politica. Si sono progressivamente – e in modo bipartisan – coltivati la “modernità”, la meritocrazia, il concorso del privato, il rapporto con il mondo del lavoro ma si è dimenticato che la scuola è il luogo in cui i giovani vanno indirizzati alla cultura, alla percezione di sé e al pensiero critico.
Che fare, di fronte all’arroganza ammantata di vittimismo in ambito politico? C’è una strada: essere presenti in piazza; riprendere il dialogo, pur nell’eterogeneità delle posizioni; coltivare la coesione tra generazioni; recuperare le forme della protesta nonviolenta; cogliere le occasioni che consentono di aprire brecce nel sistema.
Il lavoro può anche uccidere indirettamente. Per stanchezza, in un incidente stradale, tornando a casa dopo una notte in fabbrica. Eppure il lavoro notturno ha spesso una motivazione esclusivamente economica ed esprime l’essenza del lavoro alienato. Occorre, dunque, partire da lì, abolendo o riducendo al minimo la turnazione notturna come prima tappa per modificare l’attuale organizzazione del lavoro.
Il passaggio dalla scuola per pochi alla scuola di massa non ne ha cancellato la natura di classe. Adesso, nell’era di Valditara, lo smascheramento è i totale, ma già 50 anni fa Pier Paolo Pasolini lo aveva denunciato, aggiungendo che per un reale cambiamento della scuola ci vuole un altro modello economico e sociale. Quanto aveva ragione!
Era il 1969 e Luciano Bianciardi, in una graffiante corrispondenza da Tel Aviv, svelava con la consueta lucidità l’operazione in atto di annientamento della Palestina. Solo gettando l’ancora nel passato si può capire il presente e magari scoprire che – come sostiene Daniel Baremboim – l’umanesimo è l’unica (e l’ultima) resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia umana.
Le orrende carneficine di cui siamo spettatori hanno alla base l’idea che la guerra va condotta contro ogni forma di vita. Ciò è evidente nell’aggressione israeliana alla popolazione palestinese, sterminata – donne, vecchi, bambini compresi – perché ogni casa, ogni scuola, ogni ospedale “potrebbe essere un covo di Hamas”.