Cina. Il modello economico cambia mentre il lavoro preme

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Lo sviluppo cinese e i suoi critici

Erano passati appena pochi anni da quando, nel 1979, Deng Xiaoping aveva dato il via a quelle riforme che avrebbero rivoluzionato l’economia del paese, portando a far presto crescere ogni anno il suo pil intorno al 10% e questo per circa 40 anni – conquista certamente prodigiosa –, che già i primi critici occidentali dichiaravano con sicurezza che la costruzione era fragile e si chiedevano quando il sistema sarebbe crollato. Con il passare del tempo la schiera dei critici si è sempre più arricchita, nonostante i successi economici del paese, con innumerevoli libri, articoli, discorsi che mostravano con dovizia di particolari per quali ragioni il modello non avrebbe retto all’urto del tempo. Tra l’altro, fece a suo tempo scuola un rapporto molto documentato della Cia del 2000 (Global Trends 2015), che produceva delle previsioni sui successivi 15 anni: il rapporto valutava con sicurezza che il paese asiatico non ce l’avrebbe fatta a sostenere un alto livello di sviluppo economico e che l’influenza del comunismo e dell’autoritarismo nel paese si sarebbe indebolita. Per altro verso anche il Fondo Monetario Internazionale ha a suo tempo annunciato per moltissimi anni l’imminente crisi dell’economia cinese (Pino Arlacchi). Non mancavano poi, tra gli esperti in particolare, le critiche al sistema scientifico del paese; la gran parte degli economisti occidentali si dichiarava convinta che la scienza può progredire solo nella libertà e che quindi quella cinese, paese autoritario, non poteva avere un grande futuro.
Ma naturalmente le cose sono poi andate per tutto un altro verso; gli economisti e gli specialisti occidentali forse non vedevano quello che stava succedendo. Così, utilizzando il criterio della parità dei poteri di acquisto, il pil del paese asiatico è oggi stimato dal Fondo Monetario Internazionale come pari al 138% rispetto a quello statunitense e, se si introducessero nei calcoli alcuni necessari ed evidenti correttivi, cosa che il Fondo non fa per qualche ragione, saremmo forse intorno al 200%. Intanto la spesa per ricerca e sviluppo cinese ha raggiunto nel 2024 quella Usa ed ormai viaggia oltre tale traguardo. Quasi ogni settimana si ha notizia di nuovi successi della scienza e della tecnologia di quel paese, mentre paradossalmente un numero crescente di scienziati e tecnologi occidentali, compreso qualche premio Nobel, si trasferisce in Cina o prevede di farlo, nel paese autoritario che avrebbe dovuto scoraggiare lo sviluppo della scienza e dove trova invece apparentemente condizioni di lavoro e opportunità di ricerca senza pari.
Così negli ultimi tempi, rispetto a delle evidenze che non si potevano più nascondere, i commentatori occidentali hanno dovuto cambiare il tono della loro narrativa rispetto ai discorsi catastrofici di un tempo e ora i loro scritti sono del tipo sì, è vero, i cinesi stanno avanzando qua e là, ma… e a questo punto segue di solito un elenco delle tante cose che comunque non vanno nel paese. Certamente le notizie più recenti parlano di un’economia che sta rallentando, con il pil del secondo trimestre del 2026 che in effetti si colloca al 4,3% (ma complessivamente nel primo semestre si registra un 4,7%, in linea con gli obiettivi), mentre nei primi sette mesi del 2026 gli investimenti fissi sono diminuiti del 6,7% rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno e le vendite al dettaglio appaiono quasi ferme; tutto questo fornisce finalmente nuova linfa agli argomenti dei nostri esperti.

La spinta duale dell’economia e le ricette occidentali

Da molte parti si tende a sottolineare il carattere sempre più duale dell’economia del paese. Intanto abbiamo i già citati grandi e crescenti successi del paese nelle tecnologie. I visitatori occidentali restano poi sbalorditi dalla modernità delle grandi città del paese, da Shenzen a Chongqing, dai loro sistemi metropolitani, dalle gigantesche stazioni ferroviarie, dai livelli di automazione di servizi sempre più efficienti e molti arrivano così a dire che la Cina è davanti a noi di dieci, venti anni. Intanto i mercati di tutto il mondo sono invasi sempre più da prodotti che appaiono imbattibili per quanto riguarda il rapporto prezzo/prestazioni, che tra l’altro sarebbero indispensabili per combattere la crisi climatica, nonché per continuare a fornire a delle classi medie e popolari impoverite dei paesi occidentali merci di qualità a prezzi moderati, contribuendo a mantenere un loro dignitoso tenore di vita, mentre aiutano così anche a combattere l’inflazione. I porti di molti paesi sono in questi mesi congestionati dal grande afflusso dei prodotti del paese asiatico. Ma, d’altra parte, sembrano emergere o anche aggravarsi alcuni rilevanti problemi. I dati mostrano una persistente debolezza dei consumi interni, come già accennato, mentre anche gli investimenti privati languono e la crisi del settore immobiliare, nel quale i cinesi avevano investito tante risorse e tante speranze e che costituiva uno degli assi portanti della crescita economica, si trascina ormai da molti anni. Aumenta il livello dell’indebitamento pubblico, in particolare a livello locale, in un quadro dove sembra persistere paradossalmente una situazione di deflazione, mentre il resto del mondo si trova a combattere piuttosto l’inflazione e mentre l’economia si regge apparentemente sugli investimenti pubblici e le esportazioni; ma almeno queste ultime non potranno crescere all’infinito di fronte, tra l’altro, alle crescenti proteste di diversi paesi. Naturalmente i commentatori occidentali puntano ad affermare che per far fronte ai problemi bisogna, tra l’altro, ridurre il peso dell’operatore pubblico in economia e lasciare più spazio ai privati, liberalizzando i settori in cui la proprietà pubblica è dominante (Prasad, 2026), nonché aprendo i mercati finanziari; inoltre che bisogna incentivare fortemente i consumi e trovare un rimedio alla crisi dell’immobiliare.

La visione cinese: passare dai mattoni ai bit

Ma intanto in Cina si tende plausibilmente a vedere le cose in un altro modo. Così la debolezza dei consumi non sembra preoccupare molto il Governo; certo qualche provvedimento è stato preso per combatterla, quale quello di tendere a concedere la residenza ai lavoratori migranti (hukou), provvedimento di grande portata e che dovrebbe contribuire a liberare una grande capacità di spesa da parte di tali soggetti. Ma il provvedimento avanza solo lentamente per le resistenze delle autorità locali, che, già molto indebitate, dovrebbero investire grandi risorse per far fronte alle esigenze di allestire i servizi pubblici per i nuovi cittadini. Anche per quanto riguarda la crisi immobiliare, peraltro provocata a suo tempo deliberatamente dal Governo in relazione al fatto che i prezzi stavano andando fuori controllo, non sembra che sia anch’essa al centro delle preoccupazioni del potere, mentre essa sembra finalmente rallentare. Comunque va segnalato che nell’agosto 2026 il Governo ha annunciato delle misure di spesa aggiuntiva per rivitalizzare l’economia, in particolare per spingere la domanda e stabilizzare gli investimenti, ma non si tratta a nostro parere di misure sufficientemente significative.
Bisogna ricorrere quindi a un’altra ipotesi rispetto a quelle occidentali per comprendere la relativa inerzia del Governo sui fronti citati, quella che la visione e le priorità del governo siano altre. Così un articolo apparso sul quotidiano in lingua inglese China Daily (Jiang Xueqing, 2026) riconosce la presenza di uno squilibrio tra, da una parte, i nuovi driver della crescita economica del paese e, dall’altra, quelli tradizionali; così la produzione avanzata, l’economia digitale e i servizi moderni crescono a ritmi molto sostenuti – ad esempio sempre la produzione avanzata è aumentata del 13,3% nella prima metà del 2026 – mentre i nuovi driver hanno contribuito per oltre il 50% alla crescita del settore industriale nel periodo gennaio-luglio 2026 (Zhang Chenxu, Zhou Lanxu, 2026) e mentre però gli investimenti nel settore immobiliare sono diminuiti del 18% nello stesso periodo. Ed allora per l’autore dell’articolo la divergenza tra i due fenomeni sottolinea la profonda trasformazione strutturale in atto: il paese si va dirigendo semplicemente da un vecchio ad un nuovo modello. Per la verità anche i commentatori occidentali (Prasad, 2026) parlano della necessità di introdurre un nuovo modello di sviluppo per il paese, ma naturalmente il Governo cinese con la stessa espressione intende delle cose abbastanza diverse. 
Questa transizione, afferma l’articolista, può creare qualche difficoltà temporanea come il rallentamento del tasso di crescita del pil perché i nuovi driver della crescita devono ancora diventare la forza dominante dell’economia. Il Governo sembra dunque puntare sul fatto che essi diventino sempre più importanti e che anzi contribuiscano sempre più anche a rivitalizzare i settori tradizionali dell’economia. In questo quadro le difficoltà dei consumi, dell’immobiliare, degli investimenti privati, della deflazione e dell’indebitamento sembrano non pesare in maniera troppo importante. Sottolineiamo che c’è anche un altro insieme di priorità del Governo: esso riguarda sempre più chiaramente la ricerca dell’autonomia del paese sui fronti alimentare, energetico, tecnologico, militare, in relazione anche alle persistenti minacce statunitensi su tali questioni e, del resto, seguendo un’antica tradizione di lungo termine del paese tendente a mantenere un certo distacco dal resto del mondo.

La crisi climatica e la guerra Usa-Iran non hanno portato danni a tutti

La recente crisi climatica e la chiusura dello stretto di Hormuz stanno portando molti colpi agli assetti economici e geopolitici del mondo. Davanti ai problemi e alle devastazioni portati da tali eventi, ci si può chiedere quali siano le conseguenze per la Cina. La realtà è quella che il paese gioca sempre il gioco lungo (Foroohar, 2026) e, essendosi preparata a situazioni simili, tende a uscirne in maniera positiva su quasi tutti i fronti anche in questi casi. 
Intanto con la chiusura dello stretto di Hormuz i prezzi del petrolio sono certo aumentati, ma molto meno di quanto si pensasse. In effetti, questo è avvenuto perché la Cina, forte della sua strategia in campo energetico (diversificazione delle fonti, spinta sulle rinnovabili, attivazione spinta delle centrali a carbone, mantenimento di riserve strategiche di petrolio molto elevate ecc.) ha ridotto nel periodo la sua domanda di petrolio sui mercati internazionali di diversi milioni di barili al giorno, non risentendo così dei problemi e sollevando anche il mondo da difficoltà più gravi. Lo scioglimento dei ghiacci in atto ha poi permesso al paese asiatico, in collegamento con la Russia, di aprire in maniera più sistematica la rotta artica (nell’ambito della Via della Seta Polare) per i collegamenti marittimi tra l’Asia e l’Europa, riducendo i tempi e i costi del percorso delle navi verso l’Europa da 40 a 20 giorni; dietro la Cina altri paesi stanno ora pensando a una simile strategia, a partire dalla Corea del Sud e dall’India. Certo, la nuova rotta riesce oggi a coprire al momento solo una parte marginale del traffico marittimo Asia-Europa, ma ci potrebbero essere sviluppi molto significativi in merito. La crisi energetica e quella climatica hanno poi indotto il resto del mondo ad aumentare fortemente gli acquisti di prodotti del paese asiatico che servono a lottare contro tale degrado, dalle vetture elettriche ai pannelli solari alle batterie di accumulo, alle pale eoliche e così via. Intanto, forte della sua lunga esperienza nel campo, esso aumenta anche la vendita di know-how per la lotta alla desertificazione dei suoli. Mentre Trump ha cercato di bloccarli, in realtà sono in pieno boom anche i cantieri navali cinesi, per la crescita delle esportazioni, il rinnovo energetico delle flotte, la presa in considerazione dei cambiamenti nelle rotte delle merci, il molto miglior rapporto prezzo/prestazioni rispetto ai concorrenti coreani e giapponesi, mentre altre vie d’acqua, al di là dello stretto di Hormuz, soffrono; così il Canale di Panama, potenzialmente danneggiato dall’apertura delle rotte artiche, minaccia anche di diventare impercorribile per la carenza di acqua (Foroohar, 2026).

Nuove tecnologie, crisi demografica e lavoro

C’è una questione che dovrebbe essere e presumibilmente è al centro delle preoccupazioni del Governo, quella dell’occupazione. Come ci ricorda un articolo recente dell’Economist, comunque misuriate il mercato del lavoro del paese asiatico, il più grande del mondo, esso rimane debole (The Economist, 2026, a). Per alcune decine di anni al cuore dello sviluppo cinese e del suo mercato del lavoro c’è stata una formula abbastanza semplice: progressivamente centinaia di milioni di contadini si sono trasferiti verso le città trasformandosi in operai, mentre anche un numero crescente di giovani otteneva una laurea in materie scientifiche e trovava anch’esso occupazione nel settore industriale, anima e corpo della crescita economica del paese.
Ora le cose stanno cambiando. Le città, che prima del covid riuscivano a trovare un lavoro a qualche decina di milioni di persone ogni anno, nel 2025 hanno creato solo due milioni di nuovi posti di lavoro stabili. Sono invece in forte crescita gli impieghi flessibili, più precari; i lavoratori del settore dovrebbero raggiungere nel 2026 la cifra di 320 milioni, contro 200 milioni nel 2021 (Hale, Langley, 2026), mentre la sola gig economy ne occuperebbe 53 milioni. Intanto la disoccupazione giovanile raggiunge all’incirca il 16% del totale. Certo si può discutere dell’inserimento nella categoria dei lavori flessibili gli autisti di camion (mentre pochi giovani sono peraltro desiderosi di sostituire in tale campo quelli che vanno in pensione) o dei domestici o anche di altri mestieri, ma appare indubbio che il fenomeno stia diventando molto importante. Cosa sta succedendo? Da una parte pesa il rallentamento dello sviluppo economico, mentre dall’altra i consumi non crescono che di poco, il settore delle costruzioni è in crisi ormai da diversi anni e l’industria si va automatizzando.
Come è noto, in Cina si installano ogni anno più della metà di tutti i robot del mondo e il loro numero ha superato in totale i due milioni, con una crescita forte e continua. Intanto i giornali di tutto il mondo parlano, oltre che delle fabbriche senza operai che lavorano al buio sette giorni su sette, delle prodezze dei robot umanoidi del paese; ne saranno prodotti nel paese quest’anno circa 50.000, intorno al 95% del totale mondiale, mentre sono stati prodotti nel solo 2025 775.000 bracci robotici (The Economist, 2026, a). Intanto il Governo spinge al massimo lo sviluppo dei programmi di IA, pensando che il dominio del settore è una necessità esistenziale per il paese di fronte al rivale statunitense e per mitigare la minaccia rappresentata dalla futura carenza di manodopera; in effetti entro il 2050 essa si ridurrà del 25% e per il 2100 l’attuale popolazione di 1,4 miliardi di persone diminuirà all’incirca della metà (The Economist, 2026, b). La spinta sui camion a guida autonoma nasce anche da tale preoccupazione. Ma per altro verso, il Governo non sembra fare tutto il possibile per riuscire ad aumentare il tasso di natalità.
Ma, a proposito di AI, va considerato che appare difficile stimare al momento la sua influenza sulla riduzione dell’occupazione in generale nel mondo; sembra che nel breve-medio termine essa sia più limitata di quanto si pensi comunemente (si vedano ad esempio in proposito le dichiarazioni piuttosto scettiche di Daron Acemoglu, premio Nobel dell’economia), mentre i suoi effetti sia sul lavoro manuale che su quello impiegatizio si faranno apparentemente sentire fortemente solo con il tempo. Va segnalato incidentalmente che un tribunale cinese ha sancito che non si possono licenziare dei lavoratori a causa dell’introduzione in un’azienda dei programmi di IA.
In controtendenza delle minacce sull’occupazione giocherebbe certo la citata riduzione in atto della popolazione per il calo delle nascite, ma essa avrà un effetto adeguatamente benefico sul fenomeno solo nel lungo termine. Resta il problema di come governare una situazione che si presenta come difficile per i prossimi dieci anni. Non è chiaro al momento se e quali misure il governo intenda prendere in proposito.

Testi citati nell’articolo
-Foroohar R., Climate is driving new geostrategy, www.ft.com, 24 agosto 2026
-Hale T., Langley W., China great jobs squeeze, www.ft.com, 12 agosto 2026
-Jiang Xueqing, Equilibrium between traditional and new drivers key for growth, China Daily, 14 agosto 2026
-Prasad E., China needs a new growth model, www.ft.com, 28 luglio 2026
–The Economist, Goodhart’s law with Chinese characteristics, 22 agosto 2026, a
–The Economist, The humanoid condition, 8 agosto 2026, b
-Zhang Chenxu, Zhou Lanxou, New growth drivers boost output, China Daily, 21-27 agosto 2026

Gli autori

Vincenzo Comito

Vincenzo Comito (1940), ha lavorato a lungo nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Docente di finanza aziendale ha insegnato all’Università Luiss di Roma e all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci” e di quello di "Fuoricollana". Tra i suoi ultimi libri: “La globalizzazione degli antichi e dei moderni” (Manifesto libri, 2019) e "Come cambia l'industria" (Futura editrice, Roma, 2023).

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