Stati Uniti: come ti manipolo il voto

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Prendere sul serio l’idea che gli Stati Uniti rappresentino un sistema democratico è sempre più difficile. Alla svolta autocratica impressa dal secondo Trump – attraverso l’usurpazione di tutte le prerogative del Congresso, l’aperta violazione degli ordini delle Corti con cui la sua amministrazione non concorda e i continui attacchi alla libertà di informazione e di espressione del pensiero – si è aggiunta ora la completa liberalizzazione del gerrymandering (o manipolazione dei collegi elettorali) da parte di una Corte Suprema che appare essersi ormai buttata senza pudore nella mischia della politica.

Il riferimento è alla sua decisione del 29 aprile, Louisiana v. Callais, con la quale – imponendosi sul legislatore – ha interpretato il Voting Rights Act del 1965, frutto di decenni di lotte dei neri d’America, nel senso di cancellarne sostanzialmente gli effetti, abbattendo così l’ultimo baluardo a una mappatura dei collegi elettorali volta appositamente ad alterare il risultato elettorale a favore di un partito ai danni dell’altro. In un sol colpo la Corte Suprema ha, infatti, eliminato la tutela delle minoranze nella rappresentanza politica esplicitamente prevista dalla legge e ha riaperto la corsa alla rideterminazione dei collegi elettorali a ridosso di un’elezione di metà mandato cruciale per la tenuta del partito repubblicano e per Trump. Dopo aver menomato, con il caso Shelby County del 2013, il Voting Rights Act nella parte in cui richiedeva che gli Stati del Sud (colpevoli di aver per decenni escluso le minoranze razziali dal voto) dovessero ottenere l’autorizzazione federale prima di cambiare le proprie regole elettorali, il 29 aprile di quest’anno la Corte Suprema ha dato il colpo di grazia a quella legge, emanata dal presidente Lyndon Johnson a seguito della famosa marcia da Selma a Montgomery del 7 marzo 1965 per il diritto di voto degli afroamericani (il così detto Bloody Sunday), terminata nel sangue per la ferocia dei suprematisti bianchi e della polizia dell’Alabama.

Decidendo di reinterpretare, alla luce della sua lettura della Costituzione, la sezione 2 del Voting Rights Act –che, nel testo adottato nel 1982 dal Congresso, richiede esplicitamente siano vietate le discriminazioni razziali quando rappresentano un risultato obiettivo delle regole elettorali di uno Stato – la Corte Suprema, recuperando il suo orientamento del 1980, introduce nuovamente la necessità che la discriminazione razziale sia voluta perché possa ritenersi illegittima. Per decenni, nell’ambito del Voting Rights Act, i legislatori avevano creato distretti nei quali gli elettori non bianchi fossero la maggioranza, al fine di tutelare la loro capacità di eleggere candidati di propria scelta. Oggi tuttavia, scrive il giudice Samuel Alito per la maggioranza della Corte, i “profondi cambiamenti sociali”, in particolare nel Sud degli Stati Uniti – compreso l’aumento della registrazione elettorale e della partecipazione al voto da parte delle minoranze – dimostrano che tali misure non sono più necessarie. “Il divario razziale nella registrazione elettorale e nella partecipazione al voto” è “in larga misura scomparso”. È per questo – egli spiega – che la Corte, dopo quarant’anni (da quando cioè, in Thornburg v. Gingles, 478 U.S. 30 del 1986, aveva interpretato il Voting Rights Act dopo l’emendamento del 1982), ritiene di dover aggiornare il quadro interpretativo utilizzato per valutare l’uso del fattore razziale nella definizione dei distretti congressuali e legge, quindi, il Voting Rights Act come volto ad impedire ai legislatori soltanto di disegnare mappe elettorali con l’intento deliberato di ridurre il potere politico degli elettori appartenenti alle minoranze. Poiché però – come fa presente Elena Kagan per la minoranza dissenziente di quella Corte – provare inequivocabilmente un intento razzista è “praticamente impossibile”, l’intero Voting Rights Act viene così di fatto cancellato.

Gli effetti sul gerrymandering, ossia sulla pratica assai poco democratica di manipolare i risultati elettorali disegnando le circoscrizioni – in cui si vota con il sistema del maggioritario secco – in modo da rendere i seggi sicuri o quasi sicuri per la il partito di maggioranza in carica, sono esplosivi. Dichiarato lecito nel 2019, con la decisione Rucho v. Common Cause, in quanto questione non giustiziabile (così detta political question), il gerrymandering partitico può essere effettuato sia concentrando in un solo distretto tutti gli elettori che si pensa voteranno per il partito che si vuole svantaggiare (così detto packing), sia sparpagliando gli stessi su vari distretti in cui la maggioranza si esprimerà presumibilmente per il partito opposto, per modo che il loro voto risulti diluito e in concreto irrilevante (così detto cracking). Nonostante costituisca un’ovvia ingannevole mappatura dei collegi e un modo per alterare il risultato elettorale a favore del partito che ha l’opportunità di realizzare la rideterminazione dei distretti, il partisan gerrymandering non solo è dal 2019 sempre consentito a livello federale, ma – secondo l’ultima decisione della Corte Suprema – giustifica oggi pure la discriminazione razziale nell’esercizio del diritto di voto. Sarebbe altrimenti troppo facile, in un contesto polarizzato come quello statunitense “mascherare da discriminazione razziale ricorsi che in realtà riguardano un gerrymandering partitico”, scrive infatti il giudice Alito in Louisiana v. Callais. Insomma, chi è libero – perché così ha stabilito la Corte – di determinare i distretti elettorali per modo da avvantaggiare il proprio partito, non può che essere anche libero di discriminare razzialmente se ciò ne costituisce l’inevitabile conseguenza!

Il momento in cui la Corte Suprema cancella ogni limite alla pratica profondamente anti democratica del gerrymandering è, inoltre, assai particolare. La pronuncia Louisiana v. Callais, anticipata alla fine di aprile rispetto al normale calendario annuale che l’avrebbe invece vista cadere a giugno o luglio, viene emanata proprio prima di una elezione di metà mandato assai delicata per la tenuta repubblicana al Congresso. Ai democratici basterebbe, infatti, conquistare tre seggi detenuti dai repubblicani dopo le elezioni del 2024 per ottenere la maggioranza nella Camera dei rappresentanti. Per consentire agli Stati (repubblicani) una rideterminazione dei collegi elettorali utile ai fini delle elezioni di novembre, la Corte esclude altresì i 32 giorni di vacatio di rito della sua pronuncia, rendendola efficace da subito. Contraddicendo se stessa, la Corte ammette in tal modo ciò che nel 2006 aveva vietato (e che dopo di allora era stato rispettato come il principio Purcell – dal nome del caso corrispondente), ossia la modifica delle regole elettorali a ridosso di un’elezione per evitare l’ovvia confusione che ne discende.

Con la nuova libertà di smantellare i collegi a maggioranza nera, la guerra per la rideterminazione dei distretti elettorali – iniziata un anno fa, dopo che Donald Trump aveva incoraggiato i repubblicani del Texas ad adottare una nuova mappa elettorale mirata a cinque seggi detenuti dai democratici – si è intensificata, a tutto vantaggio dei diversi Stati del Sud guidati dai repubblicani, che si sono affrettati a ridisegnare le proprie circoscrizioni. La Louisiana ha subito cancellato il secondo distretto a maggioranza nera, che in precedenza era stata giudizialmente obbligata a formare. Il parlamento del Tennessee ha approvato una nuova mappa che suddivide gli elettori dell’unico precedente distretto a maggioranza afroamericana, quello di Memphis, tra diversi collegi, per modo che – nonostante nello Stato i neri rappresentino più del 16% della popolazione – essi risultano oggi privi della possibilità di nominare un loro rappresentate al Congresso federale. L’Alabama sta cercando di eliminare uno dei suoi due collegi a maggioranza nera, mentre la Florida ha emanato una nuova mappa elettorale che, anche attraverso una discriminazione razziale, consegna ai repubblicani quattro seggi alla Camera togliendone altrettanti ai democratici. Grazie anche alla decisione della Corte Suprema in Lousiana v. Callais i repubblicani sembrano così destinati a concludere questo ciclo elettorale avendo aumentato, alla Camera dei Rappresentanti, il loro vantaggio di un numero di seggi che potrebbe arrivare fino a dieci a livello nazionale.

Difficile allora non essere d’accordo con la giudice di minoranza Ketanji Brown Jackson, la prima donna nera a far parte della Corte Suprema, che – opponendosi all’insolita decisione di accelerare l’esame del caso e consentire ai legislatori di ridisegnare più rapidamente i collegi elettorali – osserva: «la Corte si libera dai vincoli» politici e «si getta nella mischia» «genera(ndo) caos». Non certo un bel segnale per una Corte Suprema che in un sistema democratico dovrebbe ricoprire una veste tecnica quale organo super partes!

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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