Volere la luna sbarca a Catania

Perché “Volere la luna” a Catania? Certamente una prima e più immediata risposta è la condivisione delle istanze e degli intenti che hanno motivato la nascita e che motivano l’operato dell’associazione nella realtà torinese; una condivisione che spiega l’adesione ad essa di un gruppo di donne e uomini catanesi convinti della necessità di una “rifondazione della politica” capace di tenere insieme analisi teorica e impegno sociale, specie per chi vive la quotidianità di un contesto che può ormai definirsi emergenziale e privo di prospettive di miglioramento, nel quale il rifiuto della rassegnazione pare costituire l’unico orizzonte possibile per nuove e vecchie generazioni

«Volere la luna è non rassegnarsi quando non te la danno», dice Tomaso Montanari, collegando la necessità dell’utopia con la determinazione di non rinunciarvi nemmeno dopo le delusioni più cocenti; perché – come ha affermato Oscar Wilde – «una mappa del mondo che non comprende il paese dell’Utopia è indegna finanche di uno sguardo, perché ignora il solo paese al quale l’Umanità approda continuamente». È questa l’unica prospettiva ancora praticabile da parte di chi è andato incontro a continue dolorose delusioni nel sogno di un Paese finalmente unito e coeso, di una politica impegnata seriamente contro le disuguaglianze sociali, senza lasciare che si allargassero e si aggravassero; di chi ha cercato di venire a capo – e il tempo per farlo lo ha avuto – delle macroscopiche storiche disuguaglianze territoriali che relegano le regioni meridionali italiane all’ultimo posto in Europa per ciò che riguarda il disagio economico e il rischio di esclusione sociale; di chi non si è abbandonato alla consolante disperazione del pessimismo che chiude tutte le porte al futuro e non si rassegna, tra le regioni meridionali, al primato negativo della Sicilia, schiacciata com’è tra il disinteresse di stampo colonialista dei governi centrali e l’insipienza e l’opacità di una classe politica locale in buona parte compromessa o sostenuta o acquiescente nei confronti della pervasività tentacolare delle organizzazioni criminali.

Ma al tempo stesso il regno d’utopia non serve a nascondere i problemi reali che si hanno di fronte; esso indica solo una direzione del cammino, una meta che bisogna sempre avere presente, ma che si realizza e si alimenta della diagnosi precisa e circostanziata della realtà con cui si ha a che fare: assenza di occasioni di lavoro; economia locale asfittica e comunque dipendente dall’imprenditoria settentrionale, estera e/o mafiosa; abusivismi e spregio della legalità in ogni settore; strapotere della torbide burocrazie regionali e locali; diffusa subcultura di stampo mafioso non solo negli strati subalterni della popolazione: di tutto ciò la città di Catania può in qualche modo definirsi la rappresentazione emblematica.

Dopo una effimera fase di crescita tra gli anni Sessanta e i Settanta del secolo scorso, segnata dal “sacco edilizio” e da qualche timida iniziativa imprenditoriale (si parlò trionfalisticamente della “Milano del Sud”!), con gli anni Ottanta s’è venuto a consolidare nella città etnea un sistema di potere fondato su cinque pilastri: la politica (gestita dai ras democristiani locali, che drenavano risorse e ottenevano consenso clientelare, con una opposizione troppo spesso consociativa); l’informazione (dominata dal monopolio del quotidiano La Sicilia dell’editore-direttore Mario Ciancio Sanfilippo, attualmente sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa); l’imprenditoria (i famosi “quattro Cavalieri dell’apocalisse”, secondo la definizione di Giuseppe Fava, ucciso nel gennaio 1984); la criminalità mafiosa (a lungo negata anche dai vertici delle istituzioni locali malgrado i sanguinosi conflitti tra i clan e l’imponente narcotraffico poi svelato nel primo maxi-processo palermitano); infine, un sistema giudiziario compiacente, senza nessun Falcone e nessun Borsellino.

Da quell’epoca non s’è avuta più alcuna fase di crescita, ma – esclusa qualche breve parentesi senza seguito – un lento, inarrestabile declino, che solo alcune voci isolate e qualche gruppo di intellettuali animati da spirito civico hanno tentato in qualche modo di contrastare. Oggi, Catania è la più grande città italiana non capoluogo di Regione (e quindi priva dei vantaggi, anche economici, sempre collegati all’esercizio del potere politico e amministrativo); nella sua composizione sociale il ceto produttivo è esile, la borghesia delle professioni pigra ed escludente, i commercianti – che una volta erano il nerbo sociale della città, emporio di più di mezza Sicilia – mortificati e marginalizzati dal proliferare dei centri commerciali (superiori per numero e dimensioni alla media nazionale, malgrado il limitato indice di consumi, ma quasi sempre al centro di grosse speculazioni portate avanti con l’avallo e la compiacenza interessata degli amministratori locali). La povertà, lo spaccio di stupefacenti, il malessere sociale, non di rado la violenza, dilagano specie nei quartieri popolari, sia centrali che periferici, privi di servizi e di spazi di aggregazione. A Catania (secondo i dati Istat, la più povera delle città metropolitane), su una popolazione di circa 300.000 abitanti quasi 40.000 sono i percettori del reddito di cittadinanza. Il capoluogo etneo è agli ultimissimi posti nelle classifiche italiane che misurano la qualità della vita, ma è in quarta posizione tra le città d’Europa con il massimo indice di criminalità percepita (dati Numbeo). Quanto alla povertà educativa, impietoso è il dato Istat-Openpolis secondo cui – nonostante una tradizionale vivacità culturale della città, sempre più in sordina negli ultimi tempi – il 60% dei residenti non ha conseguito un diploma. E se negli anni Sessanta erano interi nuclei familiari di sottoproletari a emigrare al Nord o all’estero, oggi sono i giovani laureati e diplomati della media borghesia ad andarsene – sicché è triste constatare come non vi sia famiglia che non abbia dei figli andati altrove –, laddove i loro coetanei delle periferie popolari rimangono, legati in gran numero a un contesto di subcultura e di welfare mafiosi che consente loro, tra spaccio di stupefacenti, scippi, furti e altre attività illegali, di sopravvivere e magari di scalare posizioni nella gerarchia della malavita locale: da decenni i dati sulla criminalità minorile a Catania sono i più alti del Paese.

È proprio la condizione delle generazioni più giovani a creare il maggior allarme, perché allontana ogni prospettiva di riscatto e di futuri miglioramenti. Ed è soprattutto a questo – cioè a lasciare che venga ipotecato l’avvenire di una comunità, di una città, di un territorio – che non ci si deve rassegnare. Lavorare sulle periferie, e in particolare sui giovani delle periferie, richiede impegno e costanza, ma può dare frutti importanti. Non mancano in città, per fortuna, esempi di virtuoso attivismo: dal mecenate Antonio Presti, che ha coinvolto giovani e adulti del quartiere di Librino in originali iniziative all’insegna dell’arte e della musica, a gruppi di volontari che agiscono nei quartieri di San Cristoforo e di San Berillo. È molto presente Libera, che opera con passione e dinamismo su vari fronti, anche collaborando con la Prefettura e con il Presidente del Tribunale per i minorenni, dando vita, coinvolgendo anche altre amministrazioni, ad un “Osservatorio metropolitano permanente” sulla condizione minorile, cui è collegato un protocollo d’intesa volto a prevenire la dispersione scolastica (fenomeno che a Catania – dove tra l’altro la mensa scolastica e il tempo pieno restano un miraggio – raggiunge e supera il 20%). Ed è ancora dalla sinergia tra l’associazione di don Ciotti e il Tribunale minorile che è sorto il progetto “Liberi di scegliere” (già sperimentato con successo a Reggio Calabria) attraverso il quale si offrono aiuto ed assistenza concreta ai minori e alle loro madri che vogliono emanciparsi dai contesti di criminalità.

Qualcosa insomma si può fare; il futuro non è sbarrato a chi ha ancora voglia di fare e ha occhi e volontà per guardare e volere un mondo diverso da quello con cui molti si sono rassegnati di convivere, anche in un difficile contesto quale il nostro, del quale si vuole favorire la crescita civile e sociale; e si cercherà di farlo, innanzi tutto nel campo dell’elaborazione culturale e politica, utilizzando anche l’esperienza e il prezioso supporto che gli amici di “Volere la luna “ vorranno fornirci.

Gli autori

Giulio Toscano

Giulio Toscano, già magistrato, è stato sostituto procuratore generale a Catania e a Torino. È da sempre attivo nelle iniziative della sinistra catanese.

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2 Comments on “Volere la luna sbarca a Catania”

  1. Vivo in provincia di Catania e nonostante tutte le criticità di una città del sud Italia il quadro dipinto da questo articolo è ingiusto.
    Catania resta una città vivace, meta continua di turismo internazionale. Il centro è ben curato e sicuro e anche i paesi Etnei nella stragrande maggioranza sono curati è relativamente ricchi.

    Messina, viceversa, resta bloccata in una immobile apatia principalmente causata da una élite mafiosa/massonica che non permette da decenni lo sviluppo della città perennemente arretrata, mal gestita, sporca, non curata, priva si di spazi e occasioni nonostante la collocazione favorevole e l’immensa bellezza territoriale incapace di imporsi come meta turistica se non Taormina e Giardini Naxos godono della fama e della gestione quasi esclusivamente di Catanesi.

    Le isole Eolie sono poco collegate e niente affatto al centro degli interessi delle amministrazioni nè degli imprenditori nonostante siano meta di turismo internazionale non sfruttato nè assistito da servizi in maniera degna che potrebbero essere fonte di lavoro e ricchezza per una città povera e in continuo degrado .

  2. Parafrasando Carlo Levi (e la sequenza dell’operazione Husky) mi pare che Giovanni voglia assicurarci che Cristo si è fermato a Catania, quindi è meglio preoccuparsi di quello che c’è oltre, ovvero Messina. Infatti considera poco collegate le isole Eolie, forse perché le navi partono da Milazzo, città metropolitana di Messina, e non da Catania.
    Passando alla corda seria, ritengo che il turismo su cui puntare dovrebbe essere quello delle radici e del ritorno. Ritrovare i legami persi da figli, nipoti e pronipoti dei tanti emigranti del passato. Ma anche evitare che questo si ripeta per gli emigranti di oggi. A questi ultimi sarebbe bello concedere il diritto di voto per le amministrazioni locali: ovvero in aggiunta al luogo di residenza, considerare anche il luogo di crescita e formazione. Una sorta di mix di ius scholae e voto degli italiani residenti all’estero.

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